Internazionalismo militante

Non siamo solo sostenitori di Cuba e la sua rivoluzione , nello spirito del"CHE" sosteniamo e diffondiamo l'altra informazione sui movimenti di liberazione che lottano contro l'oppressione imperialista nel mondo, dalla Palestina , al Chiapas, al Farc in Colombia,al PKK,............. su Cuba vedi: http://associazionecubarriva.leonardo.it/blog........“lasciatemi dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti dÂ’amore. è impossibile pensare a un rivoluzionario autentico privo di questa  qualità Â… Bisogna lottare tutti i giorni perché questo amore per lÂ’umanità si trasformi in atti concreti, in atti che servono di esempio, di mobilitazione” “Ernesto CHE Guevara”

FARC:Comandante Manuel Marulanda Vélez: morire per il popolo è vivere per sempre

 

Il video delle FARC, in cui si annuncia la scomparsa del leggendario dirigente comunista Manuel Marulanda in

 

www.aporrea.org/internacionales/n114616.html

 


da nuevacolombia@yahoogroups.com

Comandante Manuel Marulanda: giuriamo di vincere!

 

Quando, 60 anni fa, l’oligarchia scatenò la guerra fratricida nel nostro paese attraverso il terrorismo ufficiale e gli odi partitici, cercando di modificare la proprietà della terra e di ricomporre il potere politico, sottovalutò l’enorme capacità di resistenza del nostro popolo e le colossali dimensioni della sua dignità.

 

Come centinaia di migliaia di contadini, da allora Pedro Antonio Marín fu perseguitato dal governo e dai sicari paramilitari dell’epoca, obbligato ad abbandonare la propria tranquillità, il proprio lavoro ed i propri averi, e poi a difendersi per sopravvivere alla barbarie ufficiale, in una situazione funesta che costò la vita a circa 300.000 compatrioti e che portò alla sottrazione impune di milioni di terre fertili, che passarono nelle mani di potenti capi liberali e conservatori di tutto il paese.

 

Da allora, grazie alla sua leadership ed alle enormi capacità politico-militari, colui che poi si sarebbe chiamato Manuel Marulanda Vélez -in omaggio ad un dirigente sindacale assassinato- iniziò ad assimilare la propria esperienza militare e a sviluppare una visione del mondo rivoluzionaria e comunista, che gli permise di comprendere perfettamente le profonde cause economiche, sociali e politiche non solo della sua situazione personale, ma anche dei profondi squilibri, violenze ed ingiustizia della nostra società.

 

Quando, nel 1964, l’oligarchia lanciò nel sud del Tolima una nuova e criminale offensiva contro i contadini chiamata “Plan Laso”, sotto la palese direzione del Pentagono statunitense, Manuel Marulanda Vélez e 47 contadini, dopo innumerevoli tentativi politici per la pace che furono ignorati, si sollevarono in armi per affrontare l’aggressione ed andare al fondo della soluzione: lottare per il potere politico e gettare le basi di una società con giustizia sociale, in marcia verso il socialismo.

 

Poiché Washington e l’oligarchia non permettevano la lotta rivoluzionaria per la via democratica, optammo per l’unico cammino possibile. Così nacquero le FARC!

 

E’ stato un ineguagliabile stratega, geniale conduttore, invincibile guerriero, imbattuto leader di mille battaglie politiche e militari combattute durante 60 anni di sforzi, rivendicando i diritti dei poveri e contrastando le violenze dei potenti, ed un rivoluzionario integrale che assimilò la teoria dei grandi pensatori fondendola con le verità estratte dalla vita nella sua pratica quotidiana, forgiandosi come uno dei più distinti dirigenti rivoluzionari di tutti i tempi.

 

Nell’umanità non ci sono precedenti di un leader, con le caratteristiche di Manuel Marulanda Vélez, che abbia combattuto ininterrottamente per 60 anni dal seno dell’opposizione armata e che sia uscito indenne e rafforzato da immensi operativi militari di terra bruciata come il Plan Laso a Marquetalia, la Operación Sonora nella cordigliera centrale, l’operazione Casa Verde, la Destructor 1 e la Destructor 2, il Plan Patriota ed il Plan Colombia. Così come indenne e rafforzato è uscito da battaglie politiche di carattere strategico come quelle sviluppate nei processi di dialogo con lo Stato colombiano a Casa Verde, a Caracas, in Messico e nel Yarí, in cui si pretendeva la sottomissione della volontà politica delle FARC senza cambiamento alcuno nelle strutture della società e nei rapporti del potere politico.

 

Negli uni e negli altri scontri, il nostro Comandante ha evidenziato la propria saggezza e la capacità di venirne sempre fuori con vitalità, per quanto avversi e difficili fossero i pericoli e le tormente presentatesi sulla nostra strada.

 

Con immenso dolore rendiamo noto che il nostro Comandante in Capo, Manuel Marulanda Vélez, è morto lo scorso 26 marzo dopo una breve malattia a causa di un arresto cardiaco, tra le braccia della sua compagna e circondato dalla sua scorta personale e da tutte le unità che facevano parte del suo apparato di sicurezza.

 

Gli abbiamo tributato gli onori che si merita un comandante della sua dimensione e dato una degna sepoltura. Lo congediamo fisicamente a nome delle migliaia e migliaia di guerriglieri fariani e miliziani bolivariani, e dei milioni di colombiani e cittadini del mondo che lo apprezzano, ammirano ed amano al di sopra della schifosa campagna mediatica contro le FARC.

 

A tutti loro, ed ai loro familiari, facciamo pervenire le nostre solidarietà e condoglianze.

 

Se n’è andato il gran leader. Dei suoi inesauribili insegnamenti, che ci hanno fatto maturare in tutti questi anni al suo fianco, oggi, col nostro dolore, vogliamo risaltare -per il loro gran valore e la loro attualità- la sua profonda fiducia nei nostri principi rivoluzionari, piani e proposte, nonché nella vittoria della causa popolare, il suo temperamento nell’affrontare le difficoltà e l’essenziale importanza rappresentata dalla solida unità interna, che ci ha permesso di svilupparci con vigore in tutti i momenti della nostra esistenza.

 

Nel bel mezzo della più grande offensiva reazionaria contro un’organizzazione rivoluzionaria nella storia dell’America Latina, porteremo avanti i nostri compiti in sintonia con i piani approvati, solidamente uniti e profondamente ottimisti di andare avanti nonostante le avversità.

 

Con le bandiere di Bolívar, di Jacobo e di Manuel in alto, porteremo avanti senza sosta la nostra lotta fino a raggiungere l’obiettivo della Nuova Colombia, la Patria Grande latinoamericana ed il Socialismo. Lo giuriamo di fronte alla tomba del nostro Comandante!

 

Lo scontro non da tregua e la lotta va avanti. Abbiamo concordato unanimemente che a capo del Segretariato e come nuovo comandante dello Stato Maggiore Centrale ci sia il compagno Alfonso Cano, e che come membro pieno del Segretariato entri a farne parte il compagno Pablo Catatumbo, mentre come supplenti i compagni Bertulfo Alvarez e Pastor Alape.

 

Continueremo ad alimentare la lotta popolare, la conformazione del Movimento Bolivariano per la Nuova Colombia e del Partito Comunista Clandestino, così come la convergenza con tutti quelli che lottano per la giustizia sociale, la sovranità nazionale e la democrazia vera.

 

Tutta la forza fariana continuerà ad essere profondamente impegnata a portare avanti i piani in ogni area ed in tutto il paese, strettamente legata alla popolazione civile quale garanzia di successo.

 

Le nostre proposte in merito agli accordi umanitari ed alle soluzioni politiche continuano ad essere vigenti, come abbiamo ribadito in diverse occasioni, così come quelle contenute tanto nel Manifesto quanto nella Piattaforma Bolivariana, e saranno confluenza e genereranno uno sforzo comune per conquistare la pace democratica e la tranquillità di cui l’oligarchia ci ha privato 60 anni fa.

 

Nel commemorare il 44° anniversario delle FARC, rendiamo un sentito omaggio al nostro Comandante Manuel Marulanda Vélez, a Jacobo Arenas, a Raúl Reyes, a Iván Ríos, a Efraín Guzmán ed a tutti quelli che hanno generosamente dedicato ed offerto la vita alla causa dei poveri, senza chiedere nulla in cambio, solo per la loro intima convinzione di cercare il bene comune come caratteristica del loro impegno rivoluzionario.

 

Comandante Manuel Marulanda Vélez: morire per il popolo è vivere per sempre!

 

Di fronte all’altare della Patria, giuriamo di vincere!

 

Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP

 

Montagne della Colombia, maggio 2008

 

 

I fascisti servono...

I fascisti servono...

 

L’editoriale di Radio Città Aperta di mercoledì 28 maggio

Non si erano ancora placate le polemiche per il doppio raid del fine settimana - uno contro un attivista del movimento omosessuale, l’altro contro alcuni commercianti del Pigneto - che la violenza fascista è diventata di nuovo protagonista nella città di Roma.

Quella che anche per le agenzie di stampa e i maggiori media era inizialmente un’aggressione squadristica in piena regola ai danni di una decina di inermi studenti, è diventata con il trascorrere delle ore una “rissa”, uno “scontro tra bande giovanili” o tra “opposte fazioni”… Un copione, quello della giustificazione mediatica delle aggressioni fasciste, già visto alcune settimane fa nella copertura dell’assassinio di Nicola Tommasoli a Verona, o ancora prima di Renato Biagetti. E poi ancora per l’aggressione di Casalbertone, o quella al termine del concerto della Banda Bassotti a Villa Ada la scorsa estate. Una strategia, quella dei principali media, che tende a sminuire o addirittura a negare il carattere politico di una strategia di violenza e sopraffazione di cui le organizzazioni neofasciste si stanno rendendo protagoniste in maniera esplicita. I picchiatori fascisti sono irrimediabilmente derubricati a bulli, a violenti. O a “imbecilli”, come ha ribadito ancora una volta il neosindaco di Roma Gianni Alemanno, che certamente non parlava per sentito dire.

Media, politica e per ultima la magistratura - che processa due degli aggrediti messi così anche dal punto di vista giuridico sullo stesso piano dei picchiatori - marciano parallelamente. La negazione della matrice politica dei raid si ripete incredibilmente anche quando gli stessi aggressori si impegnano affinché la loro identità politica e organizzativa emerga il più chiaramente possibile: cos’è se non una vera e propria “rivendicazione” l’organizzazione di un agguato in pieno giorno in una via contigua all’Università gremita da studenti e passanti? Per l’estrema destra i contenuti delle proprie iniziative sono spesso secondari rispetto all’effetto provocatorio che queste hanno all’interno dei quartieri, delle città, delle scuole. D’altronde, a sdoganare la versione fantascientifica e revisionista delle foibe “come olocausto etnico italiano” e a proporla come versione storica incontestabile ci hanno già pensato, a livello di massa, la giornata del Ricordo sul fronte istituzionale e la fiction fantascientifica di Rai Uno “La luna nel pozzo”.

Ciò che interessa a chi scatena i picchiatori è intorbidire il clima, sospendere l’agibilità per i movimenti sociali, gli studenti, gli immigrati. Obbligare gli attivisti a guardarsi le spalle e a preoccuparsi della propria incolumità piuttosto che cercare di costruire coscienza, mobilitazione e organizzazione nei territori. D’altronde a questo sono sempre serviti i fascisti, nel nostro paese, dopo la fine del secondo conflitto mondiale. I picchiatori e gli squadristi di turno non sono poi tanto diversi dalle mazze e dai coltelli che usano contro il nemico, il diverso, l’oppositore. Sono strumenti, meri utensili al servizio di una strategia più grande e complessa di loro.

L’opposizione parlamentare ha preso la palla al balzo per attaccare le coperture e le contiguità di cui i neofascisti possono godere all’interno del Popolo delle Libertà. Sacrosante verità. Ma i maestri dell’equidistanza tra le organizzazioni neofasciste e le loro vittime - che in realtà è sempre più

complicità con gli aggressori e garanzia di impunità - sono stati e continuano ad essere gli esponenti del centrosinistra e del Partito Democratico. Antifascisti la domenica ma assai distratti il resto della settimana. Pronti alla polemica mediatica quando Gianni Alemanno propone di dedicare una strada della capitale a Giorgio Almirante, ma ben lieti di partecipare alle celebrazioni dello stesso personaggio nelle aule del Parlamento. Un Almirante ideologo del razzismo e della pulizia etnica, fucilatore di partigiani e poi dirigente della destra eversiva e stragista che improvvisamente diventa una sorta di padre della patria, di fondatore della Repubblica e degno quindi di essere celebrato in maniera bipartizan dai deputati di tutti i gruppi.

Sia il clima di xenofobia sia i recenti provvedimenti sulla sicurezza varati dal governo con un vasto consenso da parte dell'opposizione, rischiano di fare dell'Italia "un paese pericoloso" non solo per i rom e per alcune comunità immigrate, ma "potenzialmente per ognuno di noi". A dirlo è Amnesty International che critica sia il centrodestra che il centrosinistra e accusa i politici italiani - in testa il leader del Pd Veltroni e il presidente della Camera Fini - di avere "una gravissima responsabilità" nel clima razzista che si respira in Italia. Per non parlare di un controllo e di una repressione sistematica che disarmano e imbavagliano i movimenti sociali e impediscono alla parte più sana della società di far fronte ad un imbarbarimento di cui le continue aggressioni fasciste e razziste sono un segnale evidente.

Chi ha fatto della sicurezza, della tranquillità e della governance un dogma al quale sacrificare ogni altro valore e la democrazia stessa, dovrebbe essere cosciente del fatto che il dilagare della violenza fascista nelle metropoli e l’impunità di cui essa gode non possono non provocare conseguenze

noi dell'associazione "Villetta x Cuba" Piombino 

Siamo d’accordo con lo slogan di una canzone dei "99   posse"

L’unico fascista buono è il fascista morto

 

Non sottovalutare il ruolo dell’Italia negli scenari della guerra globale

 

 

 

 

      ( la relazione della Rete dei Comunisti al Forum del Patto contro la guerra su

"Gli scenari della guerra globale e il ruolo dell'Italia", Roma, 24 maggio)*

 

Il primo problema con cui dobbiamo fare i conti è la “ragione sociale” che è alla base della nostra alleanza e della nostra azione politica – il Patto contro la guerra – e la percezione politica e pubblica della questione che solleviamo: la guerra.

 

Il depotenziamento della guerra come categoria politica e morale

Il tentativo di occultare la guerra non è solo una responsabilità del sistema dei mass media. I mezzi di informazione non sono autonomi ma rispondono agli input che gli giungono dalla politica e dai poteri forti che ne sono gli azionisti di maggioranza. Prendersela con i mass media è una forma di auto consolazione che non ci aiuta a collocare la nostra azione al livello possibile (e ancora meno al livello che sarebbe necessario).

 

L’occultamento della guerra avviene ai livelli più alti della politica e della egemonia culturale. Cito due esempi.

“Il termine guerra, sotto il profilo giuridico, è diventato desueto ed è sostituito da quello più flessibile di conflitto armato” (tesi del prof. Natalino Ronzitti, docente della Luiss)

“Serve una nuova legge che regoli la partecipazione delle Forze Armate a missioni estere che non rientrano nell’ormai desueta categoria di “guerra”. (tesi di Giovanni Gasparini, responsabile di ricerca dell’Istituto Affari Internazionali). (1)

 

Queste tesi, sostenute da due autorevoli membri di quei think thank italiani legati alla NATO, al Ministero della Difesa e al Ministero degli esteri, sono indicativi del progetto di depotenziare la categoria della “guerra” come fattore che da un lato inquieta – giustamente – l’opinione pubblica riducendo i consensi ai governi “di guerra”e dall’altro pone una serie di questioni giuridiche e morali (vedi l’art.11 della Costituzione e il senso comune che intorno è stato costruito) che oggi si vuole rimuovere per poter partecipare apertamente e senza ostacoli a tutta la geometria variabile di operazioni militari previste dalla guerra preventiva.

 

Su questo terreno, la complicità bipartizan della politica è crescente. Oggi c’è il governo Berlusconi ma ieri con il governo Prodi non era diverso.

Alla fine del 2007, l’allora ministro della Difesa Parisi partecipò ad un seminario del Centro Alti Studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica. In questo seminario si è discusso della tesi della “4GW” (Four Generation Warfare) avanzato dallo storico militare dell’università di Gerusalemme Martin Van Cleveld. (2)

Questa analisi delle “guerre di quarta generazione” arrivava ad un paio di conclusioni per noi molto significative:

1)      Se non si può più distinguere la pace dalla guerra che cosa esattamente si ripudia con l’art.11?

2)      Affrontare le nuove minacce richiederà una sempre maggiore integrazione tra mondo civile e mondo militare perché cresce l’importanza del livello “morale” dello scontro.

 

Parlare dunque di lotta contro la guerra in una fase in cui “non si può più distinguere la pace dalla guerra” ed in cui il coinvolgimento degli apparati civili (vedi le Ong) e il livello “morale” del conflitto crescono e diventano decisivi, ci pone seri problemi di analisi, informazione e chiarezza politica sulla funzione e gli obiettivi di una coalizione di movimento come il Patto contro la guerra, che nella sua ragione sociale ha ripreso, fatto proprio e dichiarato quel “No alla guerra senza se e senza ma” che è entrato in collisione con quei settori della sinistra e del movimento pacifista niente affatto insensibili ai ragionamenti e alle categorie denunciate poco prima.

 

Dalla concertazione alla competizione. Nascono qui i pericoli di guerra

 

Una seconda riflessione riguarda un’altra tentazione storica dei movimenti contro la guerra: quello che potremmo definire la “sindrome della fotografia”. Una fotografia fissa una immagine, una fase storica ma non ha la capacità di indicare le tendenze che si mettono in moto dopo che la fotografia è stata scattata.

In questo senso, l’analisi della realtà internazionale non solo molto spesso è ferma ma non riesce a cogliere i mutamenti del processo storico. Se vogliamo fare degli esempi, la storia ci aiuta.

-        Nel 1900, tutte le potenze imperialiste (esattamente le stesse che oggi fanno parte del G8) intervennero insieme e di comune accordo contro la Cina dove era scoppiata la rivolta dei boxer.

Italiani, giapponesi, statunitensi, russi, inglesi, tedeschi, francesi mandarono le loro truppe a reprimere la rivolta e a spartirsi le concessioni sul territorio della Cina( Porti, ferrovie, snodi commerciali etc.). Quattordici anni dopo, le stesse potenze si sono combattute mortalmente nelle trincee della Marna o della Marmolada e in tutta la rete coloniale in cui erano presenti (Africa., Asia etc.).La concertazione imperialista del 1900 era diventata guerra interimperialista solo quattordici anni dopo ponendo fine a quel processo di globalizzazione compiuto del pianeta iniziato nella seconda metà dell’Ottocento e che aveva raggiunto il suo apice proprio nella Belle Epoque del primo decennio del Novecento.

Nel 1940, mentre le truppe naziste sfondavano al nord la linea Maginot (la linea di difesa francese), tra le aziende elettriche francesi e tedesche si continuavano a scambiare elettricità e transazioni finanziarie. Non solo. Fino a tutto il 1941 le fabbriche della Ford e della General Motors in Germania hanno costruito camion e mezzi per la Wermacht tedesca. Solo dopo fortissime pressioni del governo USA chiusero – a malincuore perché i profitti erano elevatissimi – la produzione sul suolo tedesco. Dopo pochi mesi gli USA dichiaravano guerra alla Germania. Ciò conferma che è vero che il capitale non ha confini né nazionalità ma che gli Stati (e la politica) alla fine prevalgono anche sugli interessi dei singoli capitalisti.

 

Questi esempi ci servono per capire che il movimento contro la guerra non può limitarsi a fotografare il passato e l’esistente ma deve cercare di individuare le tendenze per collocare dentro ed eventualmente contro di esse la propria azione politica.

 

Oggi le contraddizioni che portano alla guerra sono evidenti e agiscono concretamente. Non si tratta solo delle guerra asimmetriche a cui abbiamo assistito in questi anni (l’Afghanistan, l’Iraq, la Jusoglsvia somigliano molto alla spedizione contro i Boxer in Cina), ma di una escalation della competizione a tutti i livelli – incluso quello militare – tra le varie potenze.

 

Se cogliamo dunque la tendenza in corso, non possiamo che partire dal dato della perdita di egemonia degli USA nei rapporti di forza internazionali , un dato questo che aveva caratterizzato tutto il dopoguerra e il dopo guerra fredda. L’egemonia si fonda su tre fattori: economica, culturale, militare. Ormai gli USA possono contare solo sul fattore militare che però ne modifica lo status dalla potenza egemonica a quello della supremazia (militare appunto). Sul piano economico e culturale gli USA stanno perdendo quote crescenti di egemonia e stanno lottando con tutti i mezzi (anche e soprattutto quello della guerra e dell’economia di guerra) per cercare di mantenerla.

 

Se questa tendenza è vera, stiamo assistendo ad un cambiamento epocale: il passaggio dalla concertazione tra le grandi potenze (assicurato e dominato dagli USA come primus inter pares) alla competizione globale tra le grandi potenze.

Questa situazione è dimostrata dalla evidente crisi di tutte le istituzioni internazionali che hanno retto questo squilibrio/equilibrio tra le maggiori potenze e ne hanno assicurato la concertazione sia nella guerra fredda contro l’Urss sia nella gestione della globalizzazione dagli anni Ottanta fino ai primi anni del XXI° Secolo. Oggi queste istituzioni – niente affatto autonome dagli Stati – sono in crisi. E’ in crisi la WTO, il FMI, la Banca Mondiale, l’ONU, la Commissione Trilateral e persino la NATO. Sono dunque in crisi la maggioranza dei vecchi bersagli contro cui i movimenti altermondialisti si sono accaniti per anni ritenendole i “nemici principali”, espressione di un capitale collettivo senza volto e senza Stati. Oggi non è più così. Le vecchie camere di compensazione tra gli interessi delle varie potenze non funzionano più sia per le contraddizioni interne sia per l’affermarsi di nuove potenze (Cina, India, Brasile, Russia etc.). Questo nuovo scenario impone o una rinegoziazione generale – malvista dagli USA perché ne ratificherebbe il declino – o la paralisi delle istituzioni della concertazione multilaterale. (3)

 

Infine, ma non certo per importanza, oggi stiamo vivendo ben quattro crisi strutturali in una sola.

-         la crisi finanziaria dovuta ai buchi in bilancio delle banche

-         la crisi monetaria dovuta alla modifica del rapporto di cambio tra euro e dollaro (se la Finmeccanica avesse acquisito la statunitense DRS cinque anni fa avrebbe speso 5,2 miliardi di euro invece di 3,4 miliardi di euro)

-         la crisi energetica con il boom dei prezzi degli idrocarburi e la consapevolezza di aver raggiunto e superato il “picco” produttivo

-         la crisi alimentare scatenata dall’introduzione degli agrocombustibili che hanno fatto schizzare i prezzi delle materie prime agricole

 

Queste ovviamente sono tendenze e dinamiche di una realtà internazionale in movimento di cui non è facile prevedere gli sbocchi. Possiamo solo essere certi di due cose: che la fotografia delle relazioni internazionali valida fino al 2000 è sbiadita e che sulla base della storia, le contraddizioni che abbiamo preso in esame hanno sempre portato ad una guerra di carattere globale. E’ un quadro inquietante, ma un Patto contro la guerra non può assumersi la responsabilità di denunciare e agire per impedire che la realtà in cui opera precipiti lungo il piano inclinato della storia.

 

Esiste o no un “imperialismo italiano”?

 

Se è vero che la fase storica sta cambiando, non si capisce perché la fotografia sbiadita della realtà internazionale dovrebbe invece rimanere identica quando si passa ad analizzare il ruolo della “Azienda Italia” nei rapporti internazionali e negli scenari della guerra globale.

L’aumento delle spese militari, la crescita di un complesso militare-industriale intorno a Finmeccanica, l’invio di contingenti militari negli scenari di crisi, sono solo alcuni degli effetti di un mutamento del ruolo dell’Italia dagli anni Novanta a oggi.

 

Da un punto di vista delle categorie classiche, l’Italia è un paese compiutamente imperialista. Lo è dal punto di vista economico, finanziario e dell’integrazione nel cuore di uno dei poli imperialisti  come l’Europa. Il fatto che sia un sistema più debole rispetto a quelli più forti, non deve trarre in inganno né deve continuare ad alimentare il luogo comune degli “italiani brava gente”. L’Italia è stata una potenza coloniale come le altre e le atrocità e i saccheggi compiuti in Libia, in Africa orientale, nei Balcani non sono stati diversi da quelli compiuti da altre potenze.

 

Oggi, l’Italia oscilla tra la fedeltà/subalternità alle alleanze storiche come la NATO e l’Unione Europea (e che vede i governi che si succedono accentuare più o meno la fedeltà atlantica rispetto alle ambizioni autonome dell’Unione Europea) e la costruzione di una propria area di influenza e presenza economica e diplomatica.

Dalla metà degli anni Novanta, l’Italia ha partecipato ampiamente all’assalto verso l’Europa dell’Est con una gigantesca esportazione di capitali che ha superato ampiamente l’export di merci.

Con il primo Governo Prodi e Fassino sottosegretario agli Esteri, abbiamo visto definire nero su bianco l’ambizione dell’Italia a conquistarsi la sua fetta di bottino nei Balcani e nell’Europa dell’Est. (4)

Oggi in Romania ci sono 800.000 lavoratori rumeni alle dipendenze di 24.000 imprese italiane

La delocalizzazione produttiva è stata impetuosa anche in Albania dove l’Italia controlla anche la formazione delle forze di sicurezza e vorrebbe addirittura localizzare le centrali nucleari per la produzione di energia destinata all’Italia. Lo stesso meccanismo è avvenuto anche nel resto dei Balcani, mentre le grandi banche come Unicredit e Intesa-S.Paolo hanno fatto un notevolissimo shopping in tutta l’Europa l’Est. Lo stesso si può dire dell’Enel.

Due anni fa, a Forlì si tenne un convegno tra Confindustria e NATO organizzato dall’università, in cui i funzionari e i militari della NATO invitavano gli imprenditori a investire tranquillamente nei Balcani perché la presenza dei contingenti NATO assicurava il massimo di stabilità e garanzia per gli investimenti esteri.

 

Un discorso particolare merita poi il Maghreb dove l’Italia opera soprattutto nello spirito del neocolonialismo (conquista della forza lavoro più che delle risorse come avveniva per il colonialismo) e punta a conquistarsi un serbatoio di forza lavoro a buon mercato sia attraverso la delocalizzazione produttiva sia attraverso flussi migratori controllati. Su questo il ragionamento più organico è stato fatto proprio da Romano Prodi ed è alla base del grande interesse dell’Italia per il Mercato Unito Euro Mediterraneo del 2010 o – in subordine se questo processo fallisse – dell’Unione Mediterranea avanzata dalla Francia di Sarkozy per superare le recalcitranze degli altri paesi europei verso il Mediterraneo. (5)

 

Alla luce di questi dati – ampiamente documentati e documentabili ma completamente trascurati dall’analisi e dal dibattito – si capisce meglio perché l’Italia è il sesto paese per numero di soldati impegnati in missioni militari all’estero, perché mantiene contingenti militari in Libano e nei Balcani, perché vuole dotarsi di un complesso militare-industriale e di risorse economiche per la difesa adeguate alle proprie ambizioni. Uno studio recente fissa il minimo delle spese militari necessarie per essere adeguati a 20 miliardi di euro (circa 30 miliardi di dollari).

Secondo questo studio l’esercito deve essere completamente “expeditionary” (cioè proiettato e proiettabile al 100% all’estero entro i prossimi cinque anni), tagliando organici inutili (20.000 marescialli e 3.000 ufficiali) (6)

A questa dimensione offensiva della politica militare italiana dovremo abituarci, anzi, dovremo attrezzarci per ostacolarla in ogni modo nei prossimi anni. Non solo, l’Italia incrementerà in ogni scenario regole d’ingaggio più intrusive e aggressive. A fronte di questa realtà, i ragionamenti sulla “riduzione del danno” che abbiamo sentito dai gruppi parlamentari della sinistra nei due anni di governo Prodi, appaiono decisamente irritanti quanto miopi.

 

La percezione nella società degli scenari di guerra che coinvolgono l’Italia

A cavallo tra febbraio e marzo di quest’anno, il Laps (Laboratorio per l’Analisi Politica e Sociale) dell’università do Siena, ha realizzato un sondaggio commissionato dal Ministero degli Esteri (c’era ancora D’Alema) e allegato al rapporto redatto dal Gruppo di Riflessione Strategica sulla politica internazionale dell’Italia (7).

In questo sondaggio emergono alcuni dati interessanti sia per comprendere la percezione sociale degli scenari internazionali che coinvolgono l’Italia sia per avere un’idea dello spazio politico per l’iniziativa e i contenuti del movimento No War nel nostro paese.

Dai dati viene fuori ad esempio che la richiesta di fuoriuscita dalla NATO è ancora minoritaria e che lo sono anche le ambizioni ad autonomizzarsi dando vita all’esercito europeo. Gli USA perdono importanza ma anche un certo un certo “appeal” sociale.

Le missioni militari godono di consenso se non producono vittime tra i soldati italiani. Più perdite ci sono e meno ci sarebbero consensi. La missione meno popolare è quella in Afghanistan anche perché è percepita come quella più rischiosa.

Infine c’è una forte opposizione all’aumento delle spese militari e una congrua richiesta che vengano diminuite. In assenza di informazioni sulla quantità delle spese militari c’è uno zoccolo duro maggioritario che ritiene debbano rimanere invariate. Ma –e questo è interessante – se gli intervistati dispongono di informazioni cresce il numero di coloro che sono favorevoli alla riduzione e diminuisce il numero di coloro che ritengano debbano rimanere invariate.

Ciò significa che la missione militare in Afghanistan è il punto più  debole del sistema di consenso alla guerra e che le spese militari – in presenza di una iniziativa e di informazioni – possono essere un altro punto debole del consenso alla politica militare dei governi italiani.

Ad una domanda del sondaggio se gli USA rimangono il paese più importante per l’Italia, Nel 2002 la risposta affermativa veniva da parte del 15% degli intervistati, nel 2008 questa percentuale è scesa al 9%. Questa maggiore disaffezione degli italiani verso l’importanza degli USA viene però compensata da quello che viene definito il “sentiment” e che – in una scala da 0 a 10 – vede gli USA passare dal 6,38 del 2002 al 6,71 del 2008, superati però dalla Germania. Un discorso diverso riguarda invece la NATO.

 

La fedeltà alla NATO

 

 

2002

2008

L’Italia deve rimanere nella NATO così com’è

32

35

Rimanere nella NATO ma con forza e comando europei

47

32

Ritirarsi dalla NATO e istituire un esercito europeo

5

11

Scegliere la neutralità

10

14

 

Le missioni militari all’estero

 

 

Contrari

Favorevoli

Missione in Kosovo

27

68

Missione in Libano

33

60

Missione in Darfur

14

81

Afghanistan (nel quadro degli sforzi internazionali)

32

62

Afghanistan (con la partecipazione  combattimenti)

57

37

 

La specificità della missione militare in Afghanistan

 

 

61

Contrari (senza perdite di soldati italiani)

33

Favorevoli (senza perdite di soldati italiani)

40

Contrari (anche con altri 20 morti italiani)

52

Favorevoli (con altri 100 morti italiani)

27

Contrari (con altri 100 morti italiani)

64

 

 

 

 

 

Le spese militari

Gli intervistati non dispongono di informazioni sulla quantità di spese militari dell’Italia

 

2002

2008

Le spese militari dovrebbero aumentare

21

13

Le spese militari dovrebbero diminuire

25

38

Le spese militari dovrebbero rimanere uguali

42

42

 

 

Se gli intervistati dispongono di informazioni sulla quantità delle spese militari dell’Italia

 

2002

2008

Le spese militari dovrebbero aumentare

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CONTROINFORMAZIONE :Napoli, la 16enne Rom accusata di rapimento è innocente

 

 Il caso di Angelica, ragazza Rom accusata del tentato rapimento di una
 bambina di sei mesi avvenuto a Napoli, nel quartiere Ponticelli, è una
 montatura. La testimonianza di Flora Martinelli, la madre della bambina,
 del padre di lei Ciro e dei loro vicini di casa è falsa. Il Gruppo
 EveryOne ha indagato accuratamente sull'evento che ha scatenato una vera
 e propria "caccia al Rom", che da Napoli si è diffusa a macchia d'olio
 in tutta Italia. "Fin dall'inizio le dinamiche del rapimento non ci
 hanno convinto, perché chi conosce la palazzina in cui sarebbe avvenuto
 il reato sa che è praticamente inaccessibile, sia per il cancello che
 per l'attenta sorveglianza degli inquilini," affermano i leader del
 Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. "Vi
 sono poi discordanze fra le testimonianze della Martinelli, di suo padre
 e dei vicini. La donna in un primo momento ha dichiarato che la porta
 del suo appartamento sarebbe stata forzata, poi ha ricordato di averla
 lasciata aperta. Dopo aver notato la porta aperta, la madre sarebbe
 andata a controllare la culla, quindi sarebbe tornata verso il
 pianerottolo dove avrebbe sorpreso - passati almeno venti secondi - la
 ragazzina Rom con la sua piccola in braccio. Non solo: avrebbe avuto
 ancora il tempo di raggiungerla e strapparle la bambina. Quindi la Rom
 si sarebbe mossa al rallentatore, consentendo a nonno Ciro di
 raggiungerla, afferrarla e schiaffeggiarla al piano di sotto. Alcuni dei
 vicini hanno riferito alle autorità che Angelica aveva ancora la bambina
 in braccio, quando l'hanno fermata. Ma non basta, perché nei giorni
 precedenti al fatto, gli inquilini della palazzina si erano riuniti più
 volte, con un solo ordine del giorno: come ottenere lo sgombero delle
 famiglie Rom accampate a Ponticelli". Dopo queste analisi di massima, il
 Gruppo EveryOne - che può contare su attivisti e organizzazioni locali -
 ha effettuato ulteriori accertamenti, sia presso il carcere, dove un
 funzionario, dopo aver ascoltato le ipotesi che scagionavano la presunta
 rapitrice, ammetteva: "Avete ragione, anche noi siamo in difficoltà,
 perché questo non è un evento diverso da tanti altri, ma qualcuno ha
 voluto trasformarlo in un caso nazionale". Gli inquilini di Ponticelli
 fanno blocco: i Rom non li vogliono più. Qualcuno però, mostra qualche
 scrupolo di coscienza, ma ha paura, perché le pressioni sono forti e
 mettersi contro il "comitato" di Ponticelli è pericoloso. "Angelica, in
 realtà, conosceva una delle famiglie che abitano in via Principe di
 Napoli, dove è avvenuto l'episodio," continuano gli attivisti del Gruppo
 EveryOne, "ha suonato al citofono ed è stata notata da alcune inquiline.
 Pochi istanti dopo è scattata la trappola e la furia dei condomini si è
 scatenata contro di lei, che è stata raggiunta in strada, afferrata,
 schiaffeggiata e consegnata alla polizia. Vi sono testimoni che
 conoscono la verità e due di loro sono disposte a parlare al giudice.

 E' importante che l'avvocato Rosa Mazzei, che difende la ragazza Rom,
 non si faccia intimidire e sostenga la verità in tribunale. Un attivista
 di Napoli suppone che la linea di difesa potrebbe essere, invece, quella
 di ammettere il furto, ma non il tentato rapimento". Le conseguenze del
 caso di Ponticelli, con l'eco mediatica promossa da quotidiani e
 network, sono state gravissime e sono un indice evidente di come sia
 necessario abbandonare razzismo e xenofobia per riscoprire la strada dei
 diritti umani. "Adesso è importante che le organizzazioni locali per i
 diritti dell'uomo vigilino sulla serenità di Angelica, che subisce
 pressioni gravi e intollerabili.  Salvaguardare la tranquillità della
 ragazza significa salvaguardare la verità sul caso di Ponticelli, che è
 la tragica verità di un'altra ingiustizia, di un'altra calunnia, di
 altre disumane violenze subite dal popolo Rom in Italia, già colpito da
 emarginazione e segregazione, vessato da provvedimenti iniqui". Gli
 attivisti del Gruppo EveryOne concludono con alcune considerazioni che
 dovrebbero far riflettere: "Da anni lanciamo l'allarme riguardo alla
 campagna razziale in corso in Italia. Grazie all'appoggio di forze
 politiche transnazionali attive nel campo dei diritti umani e civili,
 abbiamo ottenuto Risoluzioni europee e documenti-guida da parte delle
 Nazioni Unite, che ammoniscono l'Italia contro le sue politiche
 razziali. I Rom in Italia non sono criminali, ma famiglie in difficoltà.
 Su 150 mila 'zingari' presenti nel nostro Paese, 90 mila sono bambini.
 La speranza di vita media dei Rom, qui da noi, è di soli 35 anni, contro
 gli 80 degli altri cittadini. La mortalità dei bimbi Rom è 15 volte
 superiore a quella degli altri bambini. Sono numeri che esprimono una
 persecuzione.  Riguardo alla criminalità Rom, essa non ha un'incidenza
 rilevante, come dimostrano i dati del Ministero degli Interni e le
 aggressioni nei confronti di italiani sono praticamente inesistenti. Il
 caso di Giovanna Reggiani fu un'altro grande inganno, perché il presunto
 omicida, Romulus Mailat, non è Rom, ma un romeno di etnia Bunjas, che
 non ha nulla a che vedere con i popoli 'zingari'. L'abbiamo documentato,
 a suo tempo, agli inquirenti e alla stampa, ma il nostro dossier
 scientifico non fu preso in considerazione. Il razzismo fa comodo a uno
 stuolo di persone, a partiti politici e media, alla criminalità
 organizzata, che muove miliardi di euro ogni anno. A questo
 proposito, ricordiamo che i Rom coinvolti in delitti agiscono quasi
 sempre per ordine di criminali mafiosi italiani, i quali - a causa
dell'emarginazione e della segregazione in cui versano i 'nomadi' - li
 hanno ridotti in schiavitù. Lo sanno le autorità, lo sanno i politici e
 sarebbe ora che lo sapessero tutti i cittadini italiani".

 
http://www.step1magazine.it/v2_open_page.php?id=4301
 http://www.annesdoor.com/club.html#195082




Bush torna a Roma per coinvolgere di più l'Italia nella guerra permanente

 

                                

                                   bush_4_350  

                               Appello del Patto permanente contro la guerra

Il presidente degli Stati Uniti Bush l'11 giugno prossimo sarà di nuovo a Roma per discutere con il nuovo governo Berlusconi - uno dei suoi più fedeli alleati in Europa - un maggiore coinvolgimento dell'Italia nelle strategie di guerra degli USA nei vari scenari.

Bush è "un'anatra zoppa" ma prima di concludere il suo mandato vuole approfittare del favorevole clima politico bipartizan in Italia per aumentare gli impegni militari del nostro paese. In poche parole Bush vuole la disponibilità dell'Italia ai preparativi di guerra contro l'Iran, più truppe da combattimento in Afghanistan, nuove regole offensive per il contingente militare italiano in Libano da utilizzare contro l'opposizione libanese, il pieno utilizzo dei militari italiani nei Balcani a difesa della secessione del Kosovo, il via libera ai lavori alla base militare del Dal Molin a Vicenza e l'allargamento operativo delle altre basi USA sul nostro territorio, la partecipazione attiva allo Scudo missilistico che già  si sta realizzando con le prime installazioni nei paesi dell'Europa dell'Est, una maggiore collaborazione tecnologica e militare tra aziende italiane e statunitensi (vedi l'escalation della Finmeccanica), la subalternità alle scelte della NATO,  il rafforzamento della complicità militare e diplomatica tra Italia e Israele.

Una accresciuta aggressività militare finalizzata alla riconquista o all'ampliamento della propria sfera d'influenza sul mercato mondiale - oggi in evidente declino - è la risposta con cui gli Stati Uniti intendono rispondere alla recessione economica abbattutasi sull'economia USA. Il tentativo dell'amministrazione Bush è quello di accollare i costi economici, sociali e militari di questa sua crisi anche sui paesi alleati.

 

Su questa inquietante agenda di guerra, Bush troverà piena collaborazione da parte del governo Berlusconi, il quale si sta affrettando a far suonare le fanfare della guerra e del razzismo ed a peggiorare, se possibile, in Libano, in Afghanistan e di nuovo in Iraq, il  ruolo di guerra dell'Italia, già delineato da D'Alema come quello la sesta potenza (coloniale) del mondo, in quanto a presenza di militari oltreconfine.

Questa agenda la vogliamo e la dobbiamo ribaltare con una mobilitazione contro la guerra che non ha fatto e non farà sconti a nessun governo e a nessun soggetto politico che si sia reso complice della guerra permanente, delle sue alleanze e dei suoi obiettivi.

Il Patto permanente contro la guerra lancia un appello alla mobilitazione a tutte le persone che vogliono un altro mondo possibile in cui la Pace sia il punto di riferimento della politica estera ed economica e la sicurezza sia inscindibile dalla solidarietà e dalla cooperazione e giustizia sociale. Non vogliamo che il nostro paese sia ancora complice della escalation di guerra e non vogliamo che dia il benvenuto a colui che massimamente ha incarnato in questi anni la guerra globale, la tortura e la sospensione dei diritti umani in tutto il mondo. 

 

Per dire No a Bush e No alla guerra, per dire fuori l'Italia dalla guerra, chiamiamo tutte e tutti in piazza mercoledì 11 giugno a Roma e ovunque ci siano consolati e rappresentanze USA per protestare contro la visita di Bush, per lanciare il nostro grido di allarme contro l'escalation di guerra.

 

Per discutere gli scenari di guerra in cui siamo coinvolti e il ruolo che in essi gioca l'Italia, ma anche per discutere della manifestazione dell'11 giugno, invitiamo tutte e tutti al FORUM convocato per sabato 24 maggio a Roma (Casa internazionale delle donne, via della Lungara n.19, vicino a Regina Coeli dalle ore 10.00). Nel frattempo invitiamo a promuovere subito riunioni unitarie in ogni città per preparare la mobilitazione e discutere le possibilità concrete di iniziativa.


Per lunedì 2 giugno a Napoli, un'alleanza di forze pacifiste e antimilitariste ha lanciato la proposta di una manifestazione contro le basi militari da tenersi nella città  sede del nuovo Comando Centrale della Marina  militare USA, chiamando alla partecipazione tutti i comitati popolari impegnati nella lotta per lo smantellamento delle basi.

 

L'11 giugno saremo in piazza a Roma e in altre città contro la visita di Bush e le politiche di guerra del nuovo governo Berlusconi, per riaffermare la nostra piattaforma:
 

- il ritiro immediato delle truppe italiane dall'Afghanistan, dal Libano, dai Balcani
- la revoca della decisione di costruire una nuova base militare a Vicenza e lo smantellamento delle basi militari USA/NATO nel nostro territorio per riconvertirle ad uso civile
- la revoca dell'adesione dell'Italia allo Scudo missilistico USA,
- la revoca della partecipazione alla costruzione degli F35
- la revoca dell'accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele
- il taglio delle spese militari a favore di quelle sociali.

Il Patto permanente contro la guerra

 

 

PROVATE A IMMAGINARE ( contro ogni fascismo sempre)

 

 

 

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare
.


Bertolt Brecht

Provate ad immaginare.
Una persona del vostro quartiere è sorpresa dentro un appartamento: forse voleva rubare, forse voleva portar via una neonata. Viene arrestata.
 
Provate ad immaginare.
Il giorno dopo e poi quelli successivi, ragazzi in motorino lanciano una molotov contro la casa di un vostro vicino. L'incendio brucia in parte l'appartamento ma, per fortuna, l'uomo, la donna e i due bambini che ci vivono se la cavano. Spaventati, ma incolumi. Poi è la volta di un intero quartiere: arrivano a centinaia con i bastoni e le bottiglie incendiarie. La gente scappa si rifugia da parenti.
 
Provate ad immaginare.
Un bambino che vive ad un paio di isolati da casa vostra viene circondato da gente ostile che, sapendo che è del vostro paese, lo insulta, lo schiaffeggia, lo spinge a forza dentro una fontana. Il bambino è piccolo, forse piange, forse stringe i denti perché la violenza degli altri è un pane duro che ha imparato a masticare sin da quando è nato.
 
Provate ad immaginare.
La furia non si placa: anche i quartieri vicini sono sotto assedio. Raccolte in fretta poche povere cose intere famiglie si allontanano. La polizia non ferma nessuno degli incendiari ma "scorta" voi e i vostri compaesani. Andate via. Non sapete dove. Lontano dalle molotov, lontano dalla rabbia, lontano dalla ferocia di quelli che sino al giorno prima vivevano a poche centinaia di metri da voi. Andate in cerca di un buco nascosto dove, forse, potrete resistere per un po'. Fino alla prossima molotov.

Provate ad immaginare.
Vostri compaesani e parenti che vivono lontano, in altre città, vengono assaliti, le loro case bruciate. Anche loro sono in strada.
 
Provate ad immaginare.
Il governo del vostro paese vara misure straordinarie per far fronte all'emergenza. Leggi per fermare la violenza e l'illegalità. Leggi contro di voi ed i vostri parenti, contro i vostri vicini di casa, contro quelli del vostro quartiere e contro tutti quelli del vostro stesso paese.
 
provate a immaginare di essere in Italia, in questo maggio del 2008.
Non vi pare possibile?
Eppure è cronaca di tutti i giorni. La cronaca di un pogrom.
 
Un pogrom che sta incendiando l'Italia. Brucia le baracche dei rom e corrode la coscienza civile di tanti di noi. Qualcuno agisce, i più plaudono silenti e rancorosi, convinti che da oggi saranno più sicuri. Al riparo dalla povertà degli ultimi, di quelli che non si lavano perché non hanno acqua neppure per bere, di quelli che di rado lavorano, perché nessuno li vuole, di quelli che vanno a scuola pochi mesi, tra uno sgombero di polizia ed un rogo razzista.
 
Forse pensate che questo non vi riguarda. Forse pensate che questo a voi non capiterà mai. Siete cittadini d'Europa, voi. Siete gente che lavora, che paga il mutuo, che manda i figli a scuola. Forse avete ragione. Forse no. Nella roulette russa della guerra sociale c'è chi affonda e chi resta a galla. Il lavoro non c'è, e se c'è è precario, pericoloso, malpagato. Il mutuo vi strangola, non ce la fate ad arrivare alla fine del mese, a pagare tutte le spese, ma forse, tirando a campare, con la paura che vi stringe la gola, ce la farete. Gli altri, quelli che restano fuori, che crepino pure. Nemici, anche i bambini. O li caccia il governo o ci penserete voi stessi, di notte con i bastoni e le molotov. A fare pulizia. Etnica.
Intanto, giorno dopo giorno, i nemici, quelli veri, vi portano via la vita, rendono nero il vostro futuro. Il nemico marcia sempre alla nostra testa: è il padrone che sfrutta, è il politico che pretende di decidere per noi, che vuole che i penultimi combattano gli ultimi, perché la guerra tra poveri cancella la guerra sociale.
 
Provate ad immaginare che un giorno il padrone vi licenzi, che la banca si prenda la casa, che la strada inghiotta voi e i vostri figli.
Sarà il vostro turno. Ma allora non ci sarà più nessuno capace di indignazione, capace di rivolta.
 
Provate ad immaginare un futuro come questo presente, da incubo.
Un'offensiva razzista senza precedenti che trova pericolosi consensi anche in quegli strati popolari che avrebbero mille motivi per rivoltarsi contro ben altri soggetti e, cioè, contro i poteri forti e i suoi costanti soprusi sulle classi subalterne.
Morti sul lavoro, salari da fame, precarietà diffusa e disoccupazione, problema casa, distruzione dei servizi sociali, problematiche sociali diffuse il cui responsabile ha un nome e cognome ben chiaro: il sistema capitalista, che continua a produrre super-profitti da una parte, guerre, sfruttamento e miseria dall'altra.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: strada libera per la crescita di un nuovo fascismo, istituzionale, squadrista e addirittura popolare.

Provate ad immaginare.
Un giorno qualcuno potrebbe chiedervi "dove eravate mentre bruciavano le case, deportavano la gente, ammazzavano i bambini?"
Non dite che non sapevate, non dite che non avevate capito, non dite che voi non c'entrate.


Chi non ferma la barbarie ne è complice.
 Fermiamo i nuovi pogrom prima che sia troppo tardi.
Respingiamo il nuovo pacchetto sicurezza del governo fascista
,

 

Repubblica Ceca: sentenza pone fuorilegge i giovani comunisti/fuori il Mossad dalla Colombia

 

Unione della Gioventù Comunista della Repubblica Ceca www.ksm.cz , ksm@ksm.cz , krajca@ksm.cz

in www.solidnet.org

Emessa la sentenza che pone fuorilegge i giovani comunisti cechi

05/05/2008

La raccolta internazionale di firme in solidarietà con il KSM in http://4ksm.kke.gr

Cari compagni e amici,

Giovedì 24 aprile 2008, all’Unione della Gioventù Comunista della Repubblica Ceca (KSM) è stata consegnata la sentenza del Tribunale Municipale di Praga che respinge il ricorso amministrativo avanzato dal KSM contro la decisione del Ministero dell’Interno della Repubblica Ceca in merito allo scioglimento dell’organizzazione giovanile comunista. E’ stata dichiarata pienamente legale la proibizione del KSM da parte del Ministero dell’Interno.

La ragione ufficialmente dichiarata della proibizione del KSM è il suo obiettivo programmatico che si propone di sostituire la proprietà privata dei mezzi di produzione con la proprietà collettiva degli stessi. Un’altra ragione addotta a giustificazione dello scioglimento del KSM è la convinzione espressa dai giovani comunista della necessità di lottare per un’altra società che non sia basata sui principi capitalisti. L’attacco contro il KSM è di per sé una forma inaccettabile di manipolazione politica e ideologica, che ha come obiettivo i comunisti. Assistiamo a continue iniziative di criminalizzazione degli interessi degli sfruttati e degli oppressi.

Questo passo del Ministero degli Interni è avvenuto in un clima di generale disapprovazione da parte della maggioranza dei cechi. La petizione a sostegno del KSM è stata firmata da migliaia di cittadini della Repubblica Ceca. Contro la decisione del Ministero dell’Interno hanno protestato, ad esempio, organizzazioni di ex combattenti contro il fascismo e membri del movimento di resistenza partigiana. La petizione delle associazioni civiche è nata da un’iniziativa degli attivisti studenteschi che denunciano le azioni intraprese dal Ministero dell’Interno contro il KSM. Appoggio al KSM è stato espresso da diversi partiti politici cechi. Grazie all’iniziativa dei deputati del Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM), le misure del Ministero dell’Interno sono state discusse alla Camera dei Deputati del Parlamento della Repubblica Ceca.

Dell’iniziativa del Ministero dell’Interno si è discusso molto anche all’estero. Centinaia di organizzazioni giovanili, studentesche e sindacali hanno manifestato la loro protesta. Migliaia di persone hanno indirizzato la loro indignazione al Ministero dell’Interno e alle ambasciate della Repubblica Ceca all’estero. Tra esse, molti membri di parlamenti nazionali e del Parlamento Europeo, professori universitari ed ex combattenti contro il fascismo. Sono state realizzate molte iniziative di protesta di fronte alle ambasciate della Repubblica Ceca in diversi paesi.

Questo attacco contro il KSM ha costituito il culmine di una campagna anticomunista che si protrae da tempo. Questa campagna è stata rappresentata ad esempio dalla petizione denominata “mettiamo fuori legge i comunisti”, dal tentativo di approvare la legge per criminalizzare le idee del comunismo, il movimento e il pensiero comunisti in quanto tali, e dall’equiparazione del comunismo con il fascismo e i crimini fascisti. Le spinte alla proibizione del KSCM si sono intensificate, insieme agli attacchi contro altre forze progressiste e democratiche della Repubblica Ceca. Avanza il tentativo di realizzare una revisione della storia diretta ad attaccare i comunisti, la tradizione e le esperienze progressiste, democratiche e antifasciste. Le campagne anticomuniste fanno uso del sistema statale di educazione pubblica, ed anche degli strumenti di comunicazione.

Ci teniamo a sottolineare che la proibizione del KSM costituisce un attacco contro tutto il movimento comunista, anche contro il KSCM, che il potere statale non si è ancora azzardato ad affrontare direttamente, facendolo indirettamente attaccando il KSM. Le relazioni tra il KSCM, uno dei partiti politici più forti nella Repubblica Ceca, e il KSM si sono consolidate con la presenza del presidente del KSCM Vojtech Filip al 7° Congresso dell’Unione della Gioventù Comunista. Egli ha espresso il desiderio che le idee del KSM si diffondano tra i giovani e ha aggiunto che “i membri del KSM rappresentano nuova linfa vitale per il KSCM”.

Il KSM chiama tutte le forze democratiche ad opporsi alla sua proibizione da parte del Ministero dell’Interno e alle tendenze anticomuniste e antidemocratiche dell’attuale potere statale. Inoltre, il KSM assicura a tutti i suoi membri e amici che, nonostante le proibizioni e le persecuzioni, non ha alcuna intenzione di interrompere le proprie attività, la sua lotta per gli interessi della maggioranza della gioventù – gli studenti, i giovani lavoratori, e i giovani disoccupati – e la sua lotta per il socialismo.

Il futuro non può essere proibito!

No alla proibizione dell’Unione della Gioventù Comunista!

No all’anticomunismo!

Fuori il Mossad dalla Colombia!

A sessant’anni dalla nascita/imposizione dello Stato d’Israele, assistiamo ad uno dei più terrificanti e meticolosi genocidi che la storia contemporanea abbia mai partorito: quello ai danni del popolo palestinese per mano del sionismo e dei suoi complici internazionali.

I popoli arabi in particolare e del mondo in generale conoscono e condannano il ruolo illegittimo e criminale d’Israele nella regione mediorientale, teatro d’interessi strategici e cruenti conflitti che condensano tutte le contraddizioni tra imperialismo ed antimperialismo, politiche neocolonizzatrici e lotte di liberazione nazionale. Ciò che spesso è meno noto all’opinione pubblica, è il ruolo degli apparati sionisti in altre aree del pianeta, a partire dall’America Latina e dal paese in cui, all’interno di essa, maggiore è il livello di scontro tra le forze popolari e rivoluzionarie e l’imperialismo: la Colombia.

La Colombia, paese che vive un conflitto sociale ed armato da oltre 50 anni e dove la presenza di immense risorse naturali e materie prime rappresenta un obiettivo irrinunciabile per le grandi compagnie multinazionali statunitensi (ma non solo), è governata da un’oligarchia tanto sanguinaria quanto asservita ai dettami della Casa Bianca. Nella guerra sporca e di bassa intensità articolata dal Pentagono in Colombia fin dagli anni ’50, il ruolo di mercenari ed apparati israeliani è stato tutt’altro che di second’ordine. Ad esempio, negli anni ‘80 unità sioniste contribuirono a addestrare i gruppi paramilitari, strumento del terrorismo di Stato. Uno dei comandanti di quelle unità era l’ex colonnello delle forze speciali israeliane Yair Klein, mercenario di professione e titolare della società di sicurezza “privata” Spearhead Ltd. Nonostante un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol, costui scorrazzava liberamente tra gli Stati Uniti e il suo paese d’origine, muovendosi indisturbato per il mondo (Messico, Sierra Leone, Asia, ecc.) grazie ai servizi resi ai due rispettivi governi imperialisti.

Klein (al pari dei suoi compari israeliani Teddy Melnick, Miram Nir, Arik Afek, Izhack Meraiot e Auraam Tzedaka) non era un cane sciolto, nonostante si presentasse come un “libero battitore” nel settore della sicurezza privata; era l’uomo-chiave mandato da Israele per elevare qualitativamente la presenza del Mossad in Colombia, oltre che per formare -su richiesta dell’Esercito colombiano- i paras in tecniche di tortura ed eliminazione degli oppositori al regime (ad esempio squartando le vittime con la motosega).

Dal 2005 Israele è tra i primi fornitori di armi alla Colombia, la quale destina il 65% della spesa pubblica alla guerra, tanto che l’80% dei funzionari e dipendenti pubblici lavorano nel settore militare e della difesa.

Con un investimento di oltre 160 milioni di dollari il Ministro della Difesa, Juan Manuel Santos, ha recentemente firmato un contratto con Israele per l’acquisto di 24 aerei supersonici da guerra K-FIR, che andrebbero a potenziare l’azione militare contro una guerriglia delle FARC che le forze armate del regime colombiano, pur avendo con il Plan Colombia triplicato il numero dei loro effettivi e lanciato giganteschi operativi militari, non riescono a sconfiggere. La stretta e tenebrosa collaborazione tra Tel Aviv e Bogotá, che riguarda anche tecnologie di punta satellitari, sofisticate apparecchiature elettroniche nel campo delle telecomunicazioni e la trasmissione e condivisione di dati d’intelligence, aumenta nella misura in cui lo stato colombiano gioca ogni giorno di più il ruolo “d’Israele dell’America Latina”, assegnatogli dagli USA nella destabilizzazione/aggressione ai danni del Venezuela bolivariano e degli altri processi progressisti e rivoluzionari nel continente.

Per questa ragione, il nemico dei popoli palestinese e colombiano è comune, e si chiama imperialismo sionista. Anche per questo i vincoli di solidarietà internazionalista e stima reciproca tra le resistenze dei due popoli sono storici, e al tempo stesso più vivi che mai.

Esprimiamo con determinazione la nostra solidarietà al popolo palestinese che da oltre 60 anni subisce l’aggressione israeliana, condanniamo con forza l’occupazione dei territori e i continui raid che assassinano sempre più civili, in prevalenza donne e bambini.

- Solidarietà ai combattenti palestinesi e colombiani!

- Fuori l’imperialismo sionista dal Medio Oriente e dall’America Latina!

Associazione nazionale Nuova Colombia

www.nuovacolombia.net

 

 

 

NEWS: Argentina attaccata università e casa de Madres de plaza de Mayo/comunismo da Venezuela

 

HANNO ATTACCATO LA CASA E L'UNIVERSITA' DELLE MADRES DE PLAZA DE MAYO

Facciamo sentire la nostra solidarietà. Inviate una email solidaria a: madres@madres.org

Dopo appena otto giorno dalle minacce di morte a Hebe de Bonafini e a sua figlia Alejandra, degli sconosciuti sono entrati all'alba di domenica 11 maggio e hanno distrutto vari uffici e stanze della Casa de las Madres e dell'Università Popolare delle Madres de Plaza de Mayo. Questi selvaggi hanno portato distruzione, hanno buttato all'aria gli uffici dell'Università, della Casa de las Madres, l'ufficio di Hebe de Bonafini e gli uffici amministrativi, ma non hanno portato via niente. La modalità con cui è stata eseguita l'azione devastante dimostra che si è trattato di un innegabile atto di intimidazione e minaccia contro le Madres de Plaza de Mayo.
Alcune ore dopo il fatto, Hebe de Bonafini ha espresso la sua lettura politica del deprecabile episodio, dicendo:
"Credo che sia molto chiaro. A mia figlia hanno detto: stiamo tornando e liquideremo te e tua madre. E questo è quanto sta succedendo perchè sono entrati nella Casa de las Madres, negli uffici della Stampa e nell'Università. Hanno rotto tutto, hanno aperto cassetti, hanno violato le serrature, rotto porte, hanno messo sottosopra tutto e non hanno portato via niente. Solo pochi soldi che avevo in ufficio, una borsetta dove ho il fazzoletto che indosso i giovedì in Piazza, un libretto con degli indirizzi, pochi, ma niente di più. Inoltre, dall'ufficio amministrativo non hanno prelevato gli assegni pronti per pagare i dipendenti della Radio e li hanno lasciati buttati a terra. Sono attivi. Io dico che ci offrono tutto quanto, ci offrono sicurezza, ci offrono custodia, ma il miglior modo per tutelarci è che i ministri, i sottosegretari, la polizia, indaghino e scoprano chi sono quelli che sono stati capaci di far questo, altrimenti non serve" ha concluso Hebe.

Diamo il nostro messaggio di solidarietà alle Madres de Plaza de Mayo scrivendo a madres@madres.org

LA RETE DEI COMUNISTI E LA RIVISTA NUESTRA AMERICA IN VENEZUELA,

UNO DEI FRONTI PIUAVANZATI NELLA COSTRUZIONE DEL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO

REPORT

Una delegazione della Rete dei Comunisti e della redazione di Nuestra America, è tornata da pochi giorni da un importante viaggio in Venezuela, intenso di incontri politici, culturali, sindacali e istituzionali.

Tale viaggio si colloca in un periodo di intensa attività internazionale che ci ha permesso di documentare e di intensificare le relazioni in questi primi mesi del 2008 con le varie realtà di partiti, organizzazioni e movimenti che concretamente si stanno muovendo nella costruzione del socialismo del XXI secolo.

Questa delegazione in Venezuela, fa seguito ad una delegazione molto importante a Cuba nel febbraio scorso, alla partecipazioni ad alcuni incontri tenutisi a Parigi sulla liberazione dei 5 agenti dell’antiterrorismo cubano, sulla realtà politico-economica del Venezuela con le Associazioni europee di solidarietà, ad incontri a Londra, a Madrid e nei Paesi Baschi dove abbiamo partecipato a seminari, conferenze e importanti dibattiti  sulla competizione globale che sta imponendosi e sulle ipotesi in campo sulla costruzione del socialismo del XXI secolo. In molti di questi incontri  è stata presentata la rivista Nuestra America e sono stati consolidati i legami di collaborazione politici e culturali con le organizzazioni politiche e di solidarietà, con i movimenti di classe europei e latino-americani.

Questo ultimo viaggio in Venezuela ci ha permesso di conoscere meglio e di confrontarci con uno dei fronti più avanzati dello scontro di classe dove si sta costruendo concretamente  un processo di transizione socialista .

Gli incontri con le organizzazioni e le istituzioni bolivariane

La delegazione ha avuto l’opportunità di effettuare incontri con organizzazioni politico-sindacali e istituzionali discutendo dei temi delle politiche economiche di alternativa che si stanno realizzando in Venezuela, trasformando il paese in una dimensione anticapitalista e di comprendere meglio come si sta costruendo il Partito Socialista Rivoluzionario convogliando in questo tutti i movimenti bolivariani, dei lavoratori e a favore di Chavez.

Abbiamo avuto anche molti incontri con il Ministero della Cultura e con la Rete Internazionale di Intellettuali in Difesa dell’Umanità partecipando anche a conferenze, dibattiti, trasmissioni radio e con interviste rilasciate anche a importanti quotidiani nazionali. In questi incontri abbiamo portato il rispetto, l’interesse e la solidarietà nostra e dei movimenti di classe europei, ai governi rivoluzionari di Cuba, Venezuela e della Bolivia e a tutti i popoli che combattono per la loro autodeterminazione e contro l’ingerenza imperialista. Centrale è stato il tema della difesa del processo di democrazia partecipativa in Bolivia e dell’attacco che le oligarchie, le multinazionali e il governo degli Stati Uniti stanno portando ad Evo Morales e al combattivo popolo boliviano attraverso l’incostituzionale referendum nella regione di Santa Cruz, dove si sta operando un tentativo per abbattere un processo di indipendenza e autodeterminazione che il popolo boliviano sta portando avanti. Il tentativo è la balcanizzazione della Bolivia e purtroppo la cosa si può allargare al resto dell’America Latina. È la guerra economica che impongono le multinazionali statunitensi e gli Stati Uniti; infatti il referendum istituzionale tenta di permettere il distacco delle zone più ricche per creare un problema economico e politico al paese, con il fine di interrompere il processo di autodeterminazione e quindi di creare il Kossovo dell’America Latina per permettere all’imperialismo economico e militare degli Stati Uniti di rafforzare la propria presenza nell’area.

Il confronto con il Partito Comunista del Venezuela

I riferimenti principali per questi incontri sono stati i movimenti chavisti che oggi si stanno unificandosi all’interno del PSUV (Partito Socialista Unificato del Venezuela). Abbiamo avuto anche degli incontri molto positivi con il Partito Comunista del Venezuela (PCV), che da sempre appoggia Chávez, ne riconosce la leadership, dà forza e aiuta questo processo di unificazione dei movimenti chavisti che fanno parte del PSUV, salvaguardando al contempo la propria storia e identità. Il PCV è un partito che rappresenta elettoralmente circa il 3%, e ha una grossa incidenza nella storia venezuelana, nelle strutture di movimento, nel sindacato e tra i lavoratori. Negli incontri con i diversi responsabili delle strutture del PCV era d’obbligo discutere del risultato elettorale che c’è stato in Italia il 13 e 14 aprile e dare una spiegazione sul fatto che la Sinistra Arcobaleno, la cosiddetta sinistra radicale, abbia subito una profonda sconfitta, proprio perché, a differenza del PCV non sono dentro la società e non ne interpretano le trasformazioni. Trasformazioni che a  volte  avvengono in modo diverso da quello che è il tradizionale bagaglio culturale e storico del movimento comunista. Mentre la sinistra radicale italiana ed europea si è trasformata in un apparato elettoralista e non è più nelle lotte, nei movimenti e non interpreta le trasformazioni organizzandole in termini di classe, i compagni del PCV ci hanno spiegato come insieme al PSUV e agli altri movimenti stiano cercando di integrare le tradizioni dei movimenti operai e proletari con la tradizione e la cultura locale e degli indios, svolgendo un lavoro importante di radicamento e di formazione.

Abbiamo così potuto rafforzare le relazioni con il Partito Comunista del Venezuela, relazioni che già erano intense e forti ma che attraverso il continuo dibattito si sono ancor più consolidate.

Le dinamiche sociali in atto nel Venezuela

Sempre sul piano politico è stato molto interessante capire anche le dinamiche sindacali e il processo di unità confederale in atto. Ora si sta tentando un percorso di unità sindacale anche considerando che la vecchia confederazione dei lavoratori in Venezuela era molto condizionata dall’occidente, dai poteri forti, dal consociativismo e dalla concertazione e dalla corruzione. Riaffermare tra i lavoratori un percorso per ridare una forte credibilità ad un sindacato di classe, è un gran lavoro che i compagni venezuelani stanno portando avanti con effetti positivi ed identitari tra i proletari e la classe operaia.

Abbiamo avuto il piacere  di partecipare alla festa del 1 maggio, non una festa come qui in Europa e in Occidente di canti e di piazze per i concerti, ma la vera festa dei lavoratori con un corteo combattivo di centinaia di migliaia di lavoratori che ha attraversato tutta Caracas, con spezzoni di varie federazioni e categorie, con grande volontà di lotta antimperialista e per l’autodeterminazione. Continui erano gli  slogan e le rivendicazioni a favore delle nazionalizzazioni; in Venezuela questo problema è centrale per i lavoratori perchè determina concretamente la riappropriazione dei mezzi di produzione . Durante il corteo tutti  hanno accolto con entusiasmo le decisioni che Chavez aveva comunicato il giorno prima. Infatti il 30 aprile, all’interno del Teatro Teresa Carreño davanti a circa 1500 lavoratori, il Presidente Chavez ha ribadito l’importanza delle lotte di classe e la centralità del proletariato, della classe operaia nella costruzione della rivoluzione bolivariana socialista . In questa occasione Chávez ha firmato un decreto per un aumento del 30% monetario di tutti i salari minimi,  diventando così il Venezuela il paese in America Latina  con il salario minimo più alto. Inoltre c’è stato un grande aumento del salario non monetario, cioè Chavez ha riconosciuto un forte ticket alimentare per tutti i lavoratori, accompagnato alla gratuità di tutti i servizi essenziali: scuole, università, sanità ecc. Complessivamente la somma dell’aumento del salario diretto e di quello indiretto porta il salario medio minimo del Venezuela ad essere il 75% più alto delle medie latinoamericane; siamo a dei livelli ormai vicini, anzi migliori in termini complessivi di potere d’acquisto dei salari minimi europei.

Sempre durante l’incontro del 30 aprile, dopo la nazionalizzazione delle imprese del petrolio che era avvenuta qualche anno fa, Chavez ha decretato la nazionalizzazione del sistema siderurgico; questo è molto importante perché nell’Orinoco la siderurgia è un sistema strategico.

Importanti sono state anche le visite della delegazione alle Missioni di alfabetizzazione e scolarizzazione, di ospedalizzazione che si accompagnano ad un’opera di ricostruzione di quartieri in cui la vivibilità è a misura della dignità dell’uomo con tutti i servizi essenziali gratuiti.  Abbiamo visitato anche i Nuclei di Sviluppo Endogeno che non sostituiscono le Missioni ma si accompagnano ad esse nei luoghi dove ci sono forti sacche di povertà ed emarginazione. Viene fatto una specie di quartiere-servizi in cui c’è una scuola, una clinica medica, un mercal ( i mercati statali a con i beni di prima necessità a prezzo politico aperti a tutti e per le quantità desiderate), un luogo per la ricreazione dei bambini e un centro anziani. Mentre le Missioni hanno un’ottica di creare le infrastrutture a medio lungo termine, i Nuclei invece risolvono il problema formativo, di socializzazione e sanitario immediato.

La Rivoluzione in corso

Negli ultimi anni siamo stati altre volte in Venezuela ma abbiamo potuto verificare sempre di più come si tratti di una rivoluzione vera che sta andando avanti con una forte caratterizzazione socialista, e come in tutte le rivoluzioni si sviluppano processi di transizione che hanno all’interno ancora una contraddizione grande - poiché la lotta di classe è viva e non può essere abrogata per decreto - in quanto c’è un’opposizione minoritaria e oligarchica che però è ancora molto potente grazie ai soldi e all’appoggio delle multinazionali statunitensi, una oligarchia che ancora oggi è presente nei settori nell’esercito, nei settori statali, nelle imprese, nell’economia, nell’informazione (giornali e televisioni); una minoranza del paese che si oppone al grande blocco sociale rivoluzionario bolivariano e cerca di riportare il paese verso l’imperialismo e il controllo statunitense.

La lotta di classe è diretta e continua, rafforzando la rivoluzione bolivariana  il socialismo avanza e soprattutto quel socialismo del XXI secolo che non è una parola, una entità astratta,  ma una concretezza basata sulle nazionalizzazioni, sul lavoro per tutti con un degno salario, sulla redistribuzione del reddito, sulla gratuità dei servizi, sulla centralità del movimento delle donne e degli indios, con la grande idea di integrazione continentale, perché solo con un’America Latina forte e socialista ci si può contrapporre allo strapotere dell’imperialismo.

Da parte nostra continueremo  a dare pieno appoggio e solidarietà politica alla rivoluzione bolivariana socialista di Chavez e a dar forza a tutti quei paesi che si muovono lungo il percorso di costruzione del socialismo del XXI secolo.

La Rete dei Comunisti ; la redazione di Nuestra America

 

Vuota la Fiera per Israele, piena la piazza per la Palestina. Grande vittoria politica

 

Torino. Vuota la Fiera per Israele. Piena la piazza per la Palestina.

Vittoria politica per il movimento di solidarietà con la lotta del popolo palestinese

I video sulla manifestazione

http://it.youtube.com/watch?v=5MYYd3Fe3pk

http://it.youtube.com/watch?v=xSnSTTb1RjA

 

 

Dopo Torino, prosegue la campagna "2008 anno della Palestina"

Una valutazione della campagna di boicottaggio e i nuovi passaggi in una intervista rilasciata da Forum palestina al giornale della sinistra alternativa tedesca "Junge Welt" (www.jungewelt.de).

 

Il Forum Palestina ha organizzato per sabato il 10 Maggio 2008 una
manifestazione contro Israele paese ospite alla fiera internazionale dei
libri a Torino e chiesto un boicottagio della fiera. Perché?

Quando abbiamo saputo che le istituzioni e le banche torinesi volevano
dedicare a Israele ospite d'onore questa edizione della Fiera del Libro
2008, abbiamo cominciato a fare pressioni su due obiettivi:

1)      Chiedendo la revoca di una decisione che trasformava un evento
culturale di massa in un evento politico di legittimazione della politica
colonialista di Israele celebrandone il sessantesimo anniversario della
nascita. Una nascita che corrisponde però alla Nakba dei palestinesi che
sono stati espulsi dalle loro terre e non hanno potuto costituire un loro
stato indipendente;

2)      Perché la decisione di dedicare un evento culturale solo ad Israele
e non anche alla Palestina è una complicità piena con il politicidio dei
palestinesi giustamente denunciato da Kemmerling. Non solo tolgono ai
palestinesi le terre, l'acqua, la vita, la libertà ma voglio negarli e
togliergli anche l'identità culturale. Era inaccettabile

Di fronte al fatto che la direzione della Fiera del Libro non era disposta
ad accettare nessuna delle nostre richiesta siamo passati alla fase del
boicottaggio.

 Siete contenti con la partecipazione e l'andamento?


Siamo straordinariamente contenti a tutti i livelli.

- nessun mass media  ha potuto occultare la questione palestinese nei
reportage prima, durante e dopo la Fiera del Libro dedicata a Israele. Il
tentativo di occultamente/politicidio dei palestinesi è totalmente fallito

- i controconvegni organizzati rispetto alla Fiera del Libro sono stati di
enorme interesse politico e culturale ed hanno visto la partecipazione di
centinaia di persone, soprattutto giovani e studenti e non solo "vecchi"
militanti. I seminari con Aharon Shbatai, Wasim Dahmash, Ilan Pappe,Tariq
Ramadn, Jeff halper, con scrittori e attivisti palestinesi, israeliani,
ebrei e musulmani, italiani, ha visto una contaminazione e un confronto
politico- culturale ricchissimi e vero. Per un ragazzo di venti anni è stata
un'occasione preziosa di conoscenza, di formazione ed informazione.

- la manifestazione di sabato è riuscita benissimo. Nonostante il terrorismo
psicologico dei giornali che evocavano un'altra Genova, tensioni, scontri a
Torino, hanno partecipato migliaia di persone con un bel corteo pacifico e
determinato che ha sfilato fino all'entrata della Fiera del Libro senza
alcun incidente.

La vostra iniziativa ha scattenato reazioni forti sia dalla destra sia

del centro-sinistra. Si parla di "delegittimazione dello Stato Israele" e
di "un nuovo G8". Perché?

In Italia assistiamo al paradosso per cui non solo i partiti di
centro-destra e centro-sinistra sono tutti schierati a sostegno di Israele,
ma vediamo che anche la destra e l'estrema destra sono diventati
filo-israeliani. Israele per loro è un sogno che si realizza, è uno "Stato
guerriero" in cui opera concretamente la supremazia di una etnia sull'altra,
in cui i valori occidentali sono dominanti ed in cui il nuovo
antisemitismo - l'islamofobia - agisce concretamente all'interno e all'esterno
dei confini dello stato.
A chi ci accusa di voler delegittimare Israele, noi rispondiamo che Israele
esiste di fatto ma non di diritto. Se fosse il contrario oggi esisterebbe
anche lo Stato di Palestina, ma sono sessanta anni che Israele mette i
palestinesi e la comunità internazionale di fronte al "fatto compiuto"
fregandosene della legalità internazionale.

Anche la "sinistra radicale", come Rifondazione Comunista e la

redazione del "manifesto", non c'erano. Il quotidiano PRC "Liberazione"
vedeva persino (il 8 Maggio) un "rischio di opposti integralismi". Suona un
po' come la famosa "equidistanza", ben conosciuta anche in Germania
. La
sinistra italiana sta perdendo il suo carattere antiimperialista?

La sinistra italiana - quella maggioritaria ma che è uscita distrutta dalle
ultime elezioni - era da molti anni che ha cessato di essere antimperialista
appiattendosi su un pacifismo piuttosto inefficace sul piano della
formazione di una nuova generazione politica consapevole che occorre
utilizzare tutte le forme di lotta a seconda della fase storica. La
capitolazione politica e culturale della sinistra radicale è stata totale in
questi anni. Il vizio principale resta quello dell'eurocentrismo come chiave
di lettura dei processi internazionali, è una chiave di lettura che rende
subalterni alla cultura politica dominante. Noi in questi anni, dando vita
al Forum Palestina, abbiamo dichiarato sin dall'inizio che avremmo dato una
battaglia culturale e politica frontale contro ogni equidistanza tra Israele
e i palestinesi, tra occupanti e occupati, tra oppressori e oppressi. L'equidistanza
è una forma di complicità con il più forte.
Dentro al Manifesto e a Liberazione c'è stata una discussione aspra intorno
alla campagna di boicottaggio della Fiera del Libro ed anche intorno alla
questione palestinese.
In questi giornali sono venuti a mancare due giornalisti importanti come
Stefano Chiarini e Giancarlo Lannutti, la loro scomparsa si fa sentire e
nelle due redazioni prevalgono posizioni arretrate e subalterne alla logica
dell'equidistanza. Penso anche che vedano con molta preoccupazione che ci
sia ormai un pezzo della sinistra e dei movimenti che discute e prende
iniziative efficaci autonomamente dai partiti della sinistra radicale.

Quali sono i vostri progetto dopo questo evento?


La campagna "2008 anno della Palestina" proseguirà nei prossimi mesi sugli
altri obiettivi che ci siamo dati alla fine dello scorso anno:

-         La campagna per far revocare gli accordi commerciali tra Comuni e
Regioni e le istituzioni israeliane, sono centinaia di milioni di euro per l'economia
di guerra israeliana

-         Pressioni sul governo per la revoca dell'accordo di cooperazione
militare tra Italia e Israele e cessazione della complicità italiana con l'embargo
contro i palestinesi di Gaza

-         Un campeggio di solidarietà con la Palestina questa estate a
Viareggio

-   Le delegazioni a giugno e settembre nei campi profughi palestinesi in
Libano

-         Una nuova manifestazione nazionale - questa volta a Roma - per il
29 novembre prossimo come chiusura della campagna


11 maggio 2008


 

Vuota la Fiera per Israele, piena la piazza per la Palestina. Grande vittoria politica

Una manifestazione ampia e vivace ha attraversato le vie di Torino, a suggello della campagna Free Palestine di boicottaggio della Fiera del Libro 2008 e della sua infausta scelta di dedicare l'annuale edizione della kermesse allo stato di Israele come "ospite d'onore".  La manifestazione, composta da delegazioni nazionali (da tutta Italia) e internazionali (Svizzera, Francia, Israele) ha mostrato in maniera molto chiara di sapere "da che parte stare": contro gli inchini ai poteri forti, con le ragioni di chi resiste al (neo)colonialismo di marca imperiale, ricordando che "non c'è nulla da celebrare" per uno stato criminale fondato sulla rimozione di un altro popolo e una pratica continua di pulizia etnica e regime istituzionalizzato di apartheid
L'Assemblea Free Palestine  e il Forum palestina ritrngono di aver raggiunto i propri obiettivi nella misura in cui ha imposto un dibattito pubblico a livello nazionale sulle ragioni del boicottaggio contro quelle della resa. A conferma di un successo annunciato dall'intensità della polemica, l'inflessione pesante nel numero delle visite, già evidente nei giorni inaugurali, pesante in questo sabato-giorno clou della kermesse.

Il serpentone era aperto da una bandiera palestinese lunga dieci metri e larga quattro, sostenuta da una quindicina di persone. Tanti i partecipanti, un centinaio le organizzazioni che hanno aderito. Subito dopo il vessillo palestinese, uno striscione mostrava le immagini del conflitto israelo-palestinese, con scritto «Boicotta Israele, sostieni la Palestina». C'era anche una gigantografia con il rogo delle bandiere di Israele e degli Stati Uniti in piazza a Torino il 1° maggio e la frase «Israele non è un ospite d'onore».

Il corteo ha attraversato i quartieri popolari di San Salvario, Nizza Millefonti e Lingotto, riuscendo a comunicare le proprie ragioni con gli abitanti, nei giorni precedenti pesantemente spaventati da una campagna mediatica di isteria e terrorismo psicologico, mirante a descrivere una giornata di zone rosse, e scontri. Un'operazione non riuscita, grazie alla presenza degli abitanti del quartiere e di numerosi esercizi commerciali che hanno scelto di non aderire all'appello allarmista alla chiusura.

Alcuni di loro hanno addirittura voluto esprimere dal furgone del corteo il proprio dissenso alla cappa di paura imposta da media, politici e questura. Gli abitanti del quartiere invece di farsi intimorire dall'invito a rimanere barricati nelle proprie case, hanno accolto il corteo e l'hanno rimpolpato di persone, portando a 8000 le 5000 presenze iniziali.

Gli interventi di lungo tutto il corteo hanno ribadito le parole d'ordine della mobilitazione per un "2008 anno della Palestina". Dai microfoni hanno parlato i vari soggetti che hanno promosso la campagna e organizzato la manifestazione.

Oltre alla foltissima presenza di centri sociali antagonisti, organizzzazioni di solidarietà internazionale, sindacati di base e la comunità palestinese, significativa e molto apprezzata la presenza di Ebrei contro l'occupazione, che hanno accompagnato il corteo con interventi e testimonianze durante e alla fine del percorso.

Imponente la presenza delle forze dell'ordine: polizia, carabinieri e guardia di finanza che hanno letteralmente blindato con più di 1000 uomini, il perimetro del Lingotto Fiere, bloccando con vari reparti antisommossa tutte le vie di accesso ad un 'evento che continua a pretendersi "culturale" nonostante l'elmetto indossato.

La manifestazione si è infine conclusa dove aveva preteso di arrivare, a un centinaio di metri dall'ingresso del Salone, con una serie di interventi che hanno ricordato le ragioni - molto politiche - di un evento "culturale" e del suo boicottaggio. A Torino non c'era invece Fausto Bertinotti che proprio sabato avrebbe dovuto partecipare ad un convegno alla Fiera. Il leader di Rifondazione Comunista ha deciso di annullare l’appuntamento, considerando che già il 1 maggio era stato duramente contestato dagli organizzatori del corteo Free Palestine.


Mail: forumpalestina@libero.it         
Sito:
http://www.forumpalestina.org 

 

 

Si comincia:Palestina le aberranti dichiarazioni di Gianfranco Fini/Palestina protesta a Malpensa

 

UN COSIDDETTO ONOREVOLE

Le aberranti dichiarazioni di Gianfranco Fini

di Germano Monti *

Dopo aver letto le dichiarazioni del cosiddetto Onorevole Gianfranco Fini, c’è da chiedersi se siano state rilasciate in piena facoltà di intendere e di volere, o se siano state dettate da un particolare stato di allucinazione. Nel secondo caso, poco male, anche se non è bello che la terza carica dello Stato entri in stato di ebbrezza nelle case di milioni di cittadini; nel primo caso, invece, bisogna preoccuparsi, e molto, perché sarebbe la dimostrazione che sotto la cipria democratica ribolle un’anima squadrista, la stessa dei criminali che hanno pestato a morte Nicola Tommasoli. Poco importa se gli assassini abbiano agito in nome di qualche “riferimento ideologico” o per pura bestialità; questo, saranno le inchieste a stabilirlo (speriamo). Quello che conta è che la terza carica dello Stato ritiene che un gesto simbolico e una protesta democratica, se rivolti contro lo Stato di Israele, siano molto più gravi di un omicidio.
Dato che non si tratta dell’opinione di un ubriacone da osteria, ma di quella del Presidente della Camera dei Deputati, siamo obbligati a prenderla sul serio ed a chiederci se non si tratti di una sorta di “via libera” a chi, magari, vorrebbe trasformare la manifestazione di Torino contro l’invito, quale “ospite d’onore”, ad uno Stato che ha violato e viola sistematicamente ogni norma del diritto internazionale ed umanitario, in una riedizione della macelleria messicana di Genova 2001.
Di fronte ad un simile scenario, la cosa peggiore da fare sarebbe quella di lasciarsi intimidire: al contrario, è importante che a Torino, sabato 10 maggio, scendano in piazza gli amici del popolo palestinese, della pace e della giustizia, quelli che pensano che una vita – sia quella di un ragazzo veronese o quella di uno shebab palestinese – valgono infinitamente di più di un pezzo di stoffa, e che il diritto di manifestare anche contro lo Stato di Israele non è nella disponibilità del cosiddetto Onorevole Gianfranco Fini. Il diritto di manifestare e di esprimere liberamente le proprie opinioni questo Paese se lo è conquistato con lunghe e dure battaglie , anche sanguinose, contro gli antenati politici del cosiddetto Onorevole Fini: portiamo questa consapevolezza nella piazza di Torino.

*Forum Palestina

Palestina libera. Questa mattina azione di protesta al terminal

della El Al a Malpensa

MILANO. Oggi 7 maggio nell'ambito della campagna di boicottaggio della presenza di Israele come ospite d'onore alla Fiera del libro di Torino qualche decina di militanti del Csa Vittoria hanno portato i contenuti della protesta all'aeroporto di Malpensa fin davanti ai banchi delle linee aeree israeliane El Al.
Sono state sventolate bandiere palestinesi ed esposto un striscione con la scritta "1948-2008: 60 anni di occupazione della Palestina. Boicottiamo Israele alla Fiera del libro", l'iniziativa è proseguita con la distribuzione di volantini e uno speakeraggio di denuncia della politica terroristica israeliana.
Nonostante i continui attacchi da parte di agenti provocatori israeliani e l'immediato intervento della polizia, che tentava di fermare il volantinaggio, che in tono intimidatorio voleva l'identificazione di tutti i partecipanti, l'iniziativa è proseguita riuscendo a comunicare con i passeggeri in partenza e i lavoratori aeroportuali.
Dopo alcuni momenti di tensione con la polizia l'iniziativa è proseguita con un corteo all'interno dell'aeroporto scortata da alcune decine di agenti.
Ribadiamo la nostra volontà  di sostenere la lotta del popolo palestinese contro l'occupazione israeliana e rilanciamo la partecipazione di tutti e tutte alle iniziative della campagna "2008 anno della Palestina": a partire da domani (giovedì 8 maggio) ore 17 presidio di controinformazione davanti al Corriere della Sera di Milano e sabato 10 maggio per la manifestazione nazionale a Torino contro la presenza di Israele alla Fiera, appuntamento per tutti e tutte alle ore 10 in stazione Centrale per il treno unitario. (Fonte: CSA Vittoria)