Internazionalismo militante

Non siamo solo sostenitori di Cuba e la sua rivoluzione , nello spirito del"CHE" sosteniamo e diffondiamo l'altra informazione sui movimenti di liberazione che lottano contro l'oppressione imperialista nel mondo, dalla Palestina , al Chiapas, al Farc in Colombia,al PKK,............. su Cuba vedi: http://associazionecubarriva.leonardo.it/blog........“lasciatemi dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti dÂ’amore. è impossibile pensare a un rivoluzionario autentico privo di questa  qualità Â… Bisogna lottare tutti i giorni perché questo amore per lÂ’umanità si trasformi in atti concreti, in atti che servono di esempio, di mobilitazione” “Ernesto CHE Guevara”

Egitto: ancora bloccata la Gaza Freedom March. In Italia si protesta contro il regime di Mubarak

                                         

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Egitto: ancora bloccata la Gaza Freedom March. In Italia ancora proteste contro il regime di Mubarak

 

Redazione Radio Città Aperta  

30-12-2009/11:28 --- Resta bloccata la situazione in Egitto dove i 1400 attivisti internazionali giunti nel paese per dar vita alla Gaza Freedom March sono ancora bloccati al Cairo dalle forze di sicurezza di Mubarak che ieri hanno anche malmenato alcuni manifestanti che cercavano di manifestare davanti all’ambasciata degli Stati Uniti.
Ieri decine di manifestazioni e proteste si sono svolte sotto diverse ambasciate straniere al Cairo mentre all’ora di pranzo un corteo di internazionalisti e di attivisti arabi è sfilato dal museo egizio fino alla sede del sindacato dei giornalisti nella cui sede era in corso lo sciopero della fame di Hedy Epstein, l’85enne scampata ai campi di concentramento nazisti e che ora protesta contro il divieto di raggiungere Gaza e consegnare aiuti umanitari, sanitari e fondi alla popolazione della striscia stremata da più di tre anni di assedio israeliano ed egiziano. Nel pomeriggio e nella serata di ieri si sono tenute ulteriori proteste contro la visita del premier israeliano Netanyahu accolto a braccia aperte dal regime egiziano.
Nella serata di ieri si è saputo che una parte della delegazione statunitense aveva trattato separatamente con la moglie di Mubarak (!) per far passare stamattina solo 100 attivisti sui 1400 totali. Si è creato scompiglio e malumore, e stamattina dei 100 che dovevano partire sul pullman sono saliti solo 40 tra americani e coreani, tutte le altre delegazioni si sono rifiutate di accettare il compromesso non solo perché lascia fuori la maggior parte delle delegazioni ma anche perchè non è frutto di un accordo politico alla luce del sole che inchioda il governo egiziano alle sue responsabilità ma di una sorta di trattativa privata tra una rappresentante dei Code Pink USA e la moglie del dittatore egiziano. Questa mattina alcune delegazioni, tra cui quelle italiane, hanno spiegato il loro punto di vista tramite un apposito comunicato in cui si afferma: “pur apprezzando l’autorizzazione all’ingresso della ristretta delegazione per ragioni umanitarie, e per consegnare materiali alla popolazione non possiamo tuttavia considerarla come un risultato finale o come un’alternativa alla Gaza Freedom March. L’obiettivo con cui è nata l'iniziativa era e resta quello di rompere il feroce assedio imposto alla popolazione palestinese di Gaza, così duramente martoriata dall’attacco israeliano “Piombo Fuso” dell’inverno 2008. Chiediamo con ancor più forza che il governo egiziano autorizzi l’ingresso delle delegazioni e di tutti/e i/le 1.400 manifestanti nella Striscia di Gaza, per non rendersi complice di un vergognoso assedio che continua da anni, e che provoca immani sofferenze alla popolazione palestinese.” Significativa anche la presa di posizione di una delegata sudafricana che criticando la decisione di Code Pink ha affermato: "se nella lotta contro il regime di segregazione razziale nel nostro paese avessimo adottato la via del compromesso e delle vittorie simboliche il regime dell’apartheid nel nostro paese sarebbe ancora intatto.”
L’accordo raggiunto, ha dichiarato il canadese Bassem Omar "dà solo al governo egiziano la possibilità di dire di averci concesso di passare".

Nel nostro paese si moltiplicano le proteste contro il regime egiziano: ieri il sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli ha inviato un telegramma al ministero degli Esteri italiano affinché gli attivisti pesaresi bloccati dalle autorità egiziane insieme agli altri militanti italiani e stranieri siano lasciati liberi di proseguire e dar vita alla 'Freedom March' nella striscia di Gaza. Ceriscioli ha raccolto l'appello degli attivisti della Campagna per la Palestina di Pesaro (città gemellata con Rafah), e indirizzato il messaggio anche all'Ambasciata d'Egitto in Italia e a quella italiana al Cairo. "Numerosi cittadini di Pesaro, assieme ad altri pacifisti per i diritti umani - si legge nel telegramma - sono bloccati dalle autorità egiziane alla frontiera di Rafah. Pesaro è città gemellata con Rafah e i nostri cittadini intendono portare pacificamente la solidarietà ai gemelli palestinesi. Chiedo pertanto di intervenire affinché sia permesso loro l'ingresso a Rafah". 

Si moltiplicano intanto in Italia le iniziative di protesta contro il regime collaborazionista di Mubarak. Informa un comunicato del coordinamento Free Palestine che “lo scorso 28 dicembre a Torino si è tenuta un’azione di boicottaggio dell'Egitto e della sua politica di corresponsabilità con Israele nell'opprimere ed affamare il popolo di Gaza -vedi l’annunciata costruzione della barriera per impedire il passaggio di viveri e materiali verso Gaza e vedi le gravi forme di ostruzionismo del Governo Egiziano contro i convogli della Freedom March. Tutto questo non può essere tollerato. Abbiamo contattato due agenzie di viaggi, fra cui la ETLI della CGIL, ed abbiamo consegnato loro un volantino di protesta contro l'attegiamento inqualificabile dell'Egitto. Abbiamo poi volantinato davanti alle agenzie, con cartelli e bandiere,invitando le persone a scegliere viaggi alternativi all' Egitto. Andremo avanti nei prossimi giorni con altre agenzie ed il Museo Egizio di Torino.”


http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=3029&Itemid=9

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EGITTO SERVO ISRAELIANO SERVO DELL'IMPERO

Gaza Freedom March: l’ambasciata USA trattiene attivisti. Arrestati 16 israeliani e 3 spagnoli.

           
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Gaza Freedom March: l’ambasciata USA trattiene attivisti. Arrestati 16 israeliani e 3 spagnoli

Marco Santopadre, Radio Città Aperta  

29-12-2009/16:11 --- Oggi al Cairo alcuni sostenitori della Gaza Freedom March, tra cui un gruppo di circa 30 cittadini statunitensi, sono stati trattenuti in tre separate aree di isolamento all’interno dell’Ambasciata degli Stati Uniti nel complesso di Garden City. In una intervista telefonica con Aishah Schwartz, direttore del Muslimah Writers Alliance, Marina Barakau - una delle organizzatrici della Gaza Freedom March - ha dichiarato che “i cittadini americani e 1.400 sostenitori della Gaza Freedom March arrivati in Egitto da oltre 43 paesi del mondo, stanno chiedendo che l’assedio illegale di Gaza venga rimosso”. “Ci chiediamo anche come sia possibile che un presunto governo democratico possa partecipare di volentieri alla detenzione dei suoi cittadini presso le proprie ambasciate, e inoltre chiediamo che tutti i dovuti sforzi siano esercitati per assicurare il nostro immediato rilascio”, ha aggiunto Barakau che poi ha dichiarato di aver  contattato il coordinatore del gruppo legale, Sally Newman. Nello stesso momento, tre membri del gruppo statunitense che è stato trattenuto hanno avuto un incontro con un funzionario negli uffici dell’Ambasciata. 

Sempre a proposito della repressione delle forze di sicurezza egiziane nei confronti degli attivisti internazionali in Spagna c’è apprensione per la sorte di tre attivisti valenciani che sono stati arrestati domenica a El Arish. I tre insieme ad altri spagnoli e ad attivisti di altre nazionalità avevano cercato di arrivare da El Arish alla frontiera con Gaza con i mezzi di trasporto pubblico, ma erano stati bloccati dai poliziotti egiziani. I tre valenciani non si sono dati per vinti e si sono incamminati verso la frontiera a piedi, ma dopo alcune ore hanno bloccato il traffico sull’arteria stradale in segno di protesta contro il divieto egiziano e quindi sono stati arrestati. Racconta Manuel Tapial, uno dei coordinatori della delegazione iberica, che ad El Arish in più occasioni i poliziotti hanno bloccato e fermato gli attivisti che cercano in ogni modo di depistare gli inseguitori cercando di disperdersi nella città e di prendere qualche mezzo di trasporto diretto a Rafah. “Ieri mattina quando abbiamo tentato di uscire dall’hotel abbiamo trovato le porte sbarrate dall’esterno” ha denunciato Tapial ai media spagnoli.  
Dall’altro lato della frontiera ieri la polizia di Tel Aviv ha arrestato 16 attivisti israeliani di organizzazioni dell’estrema sinistra che cercavano di avvicinarsi al confine per entrare nella Striscia di Gaza e partecipare alle manifestazioni contro l’assedio israeliano previste il 31 dicembre prossimo. I 16 attivisti sono entrati senza permesso in un territorio di confine che Israele considera ‘zona militare’, e sono stati portati nel commissariato di Sderot per essere interrogati e denunciati. Negli ultimi giorni le dimostrazioni dei gruppi israeliani antiapartheid si sono moltiplicate e alcune decine di attivisti sono arrivati a manifestare molto vicino al confine con Gaza. Racconta sull’edizione online dello Yediot Ahronot Adar Grievsky del gruppo ‘Anarchici contro il Muro’: "Abbiamo iniziato a camminare lungo la spiaggia verso Gaza, ma vicino a Zikim la Polizia e l’Esercito ci hanno impedito di continuare verso la Striscia. Un anno dopo il massacro di 1400 persone  Israele continua a spargere distruzione e sofferenze a Gaza negando alla sua popolazione la possibilità di ricostruirsi le case perché impedisce l’arrivo dei materiali da costruzione” ha detto l’attivista al giornale che poi ha denunciato che uno degli attivisti arrestati è stato malmenato dalla Polizia.

http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=3026&Itemid=9

 

EGITTO SERVO ISRAELIANO,EGITTO SERVO DELL'IMPERO

PARAGUAY SEGNALI DI GOLPE?

                                                       
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PARAGUAY SEGNALI DI GOLPE?

Fernando Lugo e Federico Franco   

Sono sempre più insistenti in Paraguay le voci di un probabile colpo di Stato che dovrebbe attuarsi secondo le modalità di quello messo in atto il 28 giugno scorso in Honduras. Come si vocifera anche tra gli alti vertici dell’Osa (Organizzazione degli Stati Americani), preoccupati per la crescente tensione nel paese, “nessuno pensa che in Paraguay ci sarà un golpe, ma tutti ne parlano”.


Fernando Lugo  ha denunciato che da quando ha assunto la presidenza, nell’aprile del 2008,  ci sono stati vari tentativi di destabilizzarlo messi in atto da esponenti del Partido Colorado che è stato al potere nel paese  per 60 anni e che è uscito sconfitto nelle ultime elezioni presidenziali.  “Dopo decenni di dominio assoluto di uno stesso gruppo politico, non deve sorprendere che fin dal principio di questo governo alcuni settori e personaggi abbiano avuto la tentazione di fermare  il processo politico” ha dichiarato Lugo, mentre per sgomberare il campo da sospette  alleanze tra politica e Forze Armate ne ha riformato tutti  i vertici appena un mese fa.


A dirigere il tentativo di golpe è  il vicepresidente Federico Franco, leader del Partido Liberal Radical Auténtico, che guida l’ala conservatrice e più reazionaria della coalizione in cui si trova anche Lugo (Alianza Patriótica para el Cambio).  Franco  ha in vaie occasioni accusato pubblicamente  il presidente  di essere un “traditore” e ha detto  di “essere pronto ad assumere la presidenza del paese”, nel caso Lugo venga  sottoposto a impeachment.


La svolta a sinistra presa dal governo dopo l’elezione del  “vescovo rosso”   gli ha fatto progressivamente perdere l’appoggio politico di cui godeva in Parlamento e che era stato  soltanto funzionale a liberare il paese da decenni  di dominazione del Partido Colorado. Alleati  strategici di Franco, in quest’opposizione che potrebbe scaturire, come avvenuto in Honduras  in un “golpe istituzionale”,  sono  il presidente del Senato Miguel Carrizosa e il politico ed ex generale  Lino Oviedo, controverso personaggio accusato di aver realizzato in passato due colpi di stato, massacri contro alcuni civili e l’omicidio di un vicepresidente, attualmente alla testa del partito di destra UNACE.


Come già avvenuto in Honduras, anche in Paraguay i settori più conservatori della società, rappresentati dai latifondisti, da una classe politica e dirigenziale corrotta e spesso legata al narcotraffico, dal settore imprenditoriale,  sono preoccupati per  la decisione del presidente Lugo di aderire all’Alba, l’Alternativa Bolivariana  per le Americhe.  Ma non solo. Sono tante le riforme che il governo sta cercando di realizzare con non poche difficoltà,  come rendere gratuite sanità ed educazione, attuare una Riforma Agraria, liberarsi progressivamente della presenza delle forze militari statunitensi e  programmare una riforma costituzionale che renda possibile la realizzazione in tempi brevi del progetto sociale riformista  in favore dei più deboli ed emarginati.


Gli Stati Uniti, dal canto loro non possono che  vedere con preoccupazione crescente il  nuovo scenario che si profila all’orizzonte: un paese strategicamente importante (anche per le immense risorse idriche di cui è ricco) come il Paraguay, nel cuore dell’America latina, che lentamente sfugge al loro controllo e che ha intenzione di “restare un paese sovrano” come ha dichiarato in una recente intervista il ministro degli Esteri Héctor Lacognata, che ha respinto la proposta statunitense  di inviare nel paese 500 soldati in cambio di 2,5 milioni di dollari da destinarsi per la  costruzione di infrastrutture e per attrezzature e spese mediche per le comunità più isolate de paese, nell’ambito di un progetto di cooperazione che prende  il nome di Nuevos Horizontes 2010.


L’ambasciatrice statunitense  ad Asunción, Liliana Ayalde ha detto che si è trattato di  un “duro colpo” se si pensa che si sta parlando “dell’educazione di circa 600 bambini, di assistenza medica per 19mila persone delle  comunità povere  e  di assistenza odontoiatrica per altre  3600.”


Il Paraguay di Lugo, che aderisce all’Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane,  non può non far proprie  le inquietudini  dell’America latina integrazionista rispetto alla  crescente presenza militare degli Stati Uniti nella regione, testimoniata anche dal recente accordo statunitense con la Colombia per la costruzione di 7 nuove basi militari nel paese andino. La presenza di 500 militari americani è stata pertanto giudicata inopportuna da Palacio de López, la sede del governo ad Asunción e Lacognata ha tenuto a ribadire a coloro che lo accusano di essere portatore di posizioni estremamente ideologizzate,  che il suo ruolo è quello di mantenere l’autonomia di un paese  che deve restare sovrano. “Non possono venire medici civili a realizzare gli interventi? Non possono venire civili a costruire le scuole?” si chiede il ministro. “Quello che vogliono fare gli Stati Uniti nel nostro paese non è una politica sociale, nel migliore dei casi è carità” ha detto. A voler essere buoni. Perchè quello che gli Stati Uniti vogliono fare in Paraguay è quello che fanno molto più sfacciatamente in paesi zerbino quali ad esempio la Colombia.


Si chiama tattica o strategia in una regione nella quale  trovano sempre minori spazi all’interno della sempre maggiore coesione e integrazione economica e politica, ma soprattutto strategica ( e in un prossimo futuro probabilmente anche militare) che si sta organizzando in America latina.


Salvo Colombia, Perú,e in parte il Cile in America del Sud sembra veramente che il “cortile” non abbia più intenzione di rimanere  tale.

Segnali preoccupanti fanno tuttavia pensare che  i “falchi” del Nord stiano riorganizzando forze e mezzi. Le fragili democrazie come quella del Paraguay farebbero bene a stringere alleanze più solide ma soprattutto a rafforzare gli appoggi interni, che come l’Honduras ha insegnato, non possono essere più soltanto quelli realizzabili sul piano istituzionale e politico, con alleati dell’ultima ora inaffidabili e corrotti o corruttibili, ma devono necessariamente partire da un ampio consenso della base e dei movimenti sociali del paese, dei movimenti indigeni e delle donne. Quelli che come è avvenuto in Honduras hanno anche, e non è solo enfasi, veramente dato la vita per il ritorno del loro presidente legittimamente eletto.

http://www.annalisamelandri.it/dblog/

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Fernando Lugo il Presidente Paraguay

HONDURAS:laboratorio per la nuova politica nordamericana nel continente

                                                       
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HONDURAS : laboratorio per la nuova politica nordamericana nel continente

Giorgio Trucchi  

Indipendentemente da ciò che accadrà durante le prossime settimane e fino al 27 di gennaio, data in cui Porfirio Lobo Sosa, vincitore delle discusse elezioni in Honduras, prenderà possesso di una carica che fino a questo momento quasi nessun paese riconosce, risulta sempre più evidente che quanto successo lo scorso 28 giugno segnerà un significativo passo indietro per il consolidamento della democrazia nel continente latinoamericano.


All'interno di questo contesto non si possono non prendere in considerazione le evidenti responsabilità del nuovo governo nordamericano e della sua offensiva per riposizionarsi all'interno del continente.


Con il colpo di Stato in Honduras, i poteri forti di questo paese che, insieme agli apparati repressivi e ai suoi alleati internazionali controllano l'economia e la politica honduregna, sono riusciti a frenare un processo emancipativo nel quale per la prima volta nella storia dell'Honduras, le forze vive del paese stavano collaborando con il potere Esecutivo per immaginare e programmare un futuro diverso, proiettandosi verso un progetto di Assemblea Nazionale Costituente includente e marcatamente popolare.


Parallelamente, l'Honduras aveva iniziato un percorso per rafforzare l'unità centroamericana e latinoamericana, aderendo al Sistema d'integrazione centroamericano, Sica, a Petrocaribe e all'Alba.


Sicuramente troppo per le forze retrograde del paese e del continente che vedevano minacciati i loro interessi storici e lo status quo mantenuto per decadi grazie alla violenza e alla repressione di apparati militari al servizio dei gruppi di potere e dei loro alleati internazionali.


In questo contesto non devono quindi sorprendere, ma sicuramente sì indignare, le recenti dichiarazioni della titolare della politica estera del governo nordamericano, Hillary Clinton, durante la sua relazione sui rapporti tra gli Stati Uniti e l'America Latina.


"Ci preoccupano i leader che vengono eletti in modo libero e legittimo, ma che poi iniziano a scalfire l'ordine costituzionale e democratico dopo essere stati scelti, il settore privato, il diritto dei cittadini a vivere liberi dalla persecuzione, repressione e di potere partecipare liberamente all'interno delle loro società", ha detto Clinton volgendo il dito accusatore contro il Venezuela, il Nicaragua e, pur senza menzionarli, tutti quei governi che non seguono fedelmente i "consigli" di Washington.


Sarebbe interessante potere domandare alla signora Clinton ed al fiammante Premio Nobel per la Pace, che cosa si è voluto dire con queste parole. O per caso non si sono accorti che in Honduras c'è stato un colpo di Stato e che il Presidente legittimo di questo paese continua a rimanere rinchiuso in un'ambasciata, subendo una costante persecuzione?


"Ciò che mi preoccupa è capire come riprendere la strada giusta (per chi?), in cui si riconosca che la democrazia non è un tema di singoli leader, ma di esistenza di istituzioni forti", ha sentenziato Clinton nel suo discorso.


Come classificherebbe l'amministrazione Obama, che immediatamente ha riconosciuto la legittimità di un processo elettorale spurio, senza osservatori, svolto in un clima di repressione, paura e violenza, in un contesto di rottura costituzionale della quale è stato parte lo stesso Tribunale supremo elettorale, lo stato di terrore in cui vive buona parte della popolazione honduregna che non riconosce l'attuale governo di fatto e che non ha voluto essere complice di questa farsa elettorale, che aveva l'unico obiettivo di legittimare e stabilizzare il colpo di Stato?


Sull'Honduras, la titolare del Dipartimento di Stato ha detto che il suo paese ha lavorato in funzione di "un avvicinamento pragmatico, di principi, multilaterale, che si prefiggeva la ricostruzione della democrazia". Di sicuro nessuno l'ha notato e l'unico risultato cercato ed ottenuto con questo "avvicinamento pragmatico" è stato l'annichilamento di tutti i processi di trasformazione avviati ed i risultati raggiunti negli ultimi anni, posizionando strategicamente le proprie pedine, prima su tutte il presidente del Costa Rica, Oscar Arias, per prendere il controllo della situazione a scapito degli sforzi fatti dal primo momento dalla Oea, Onu, i paesi del Sica, dell'Alba e dalle altre istanze del continente latinoamericano.


Per completare la farsa montata dal governo di fatto, ora gli Stati Uniti stanno chiedendo che venga messo in pratica il fumoso Accordo Tegucigalpa-San José, installando un governo di unità e riconciliazione che non prevede la presenza di Manuel Zelaya e nemmeno quella dei suoi ministri e consulenti, la maggior parte dei quali costretti a vivere in esilio. Allo stesso tempo, il governo di fatto di Roberto Micheletti ha inviato al Congresso Nazionale un disegno di legge di amnistia, per "ripulire" l'immagine di chi ha violato sistematicamente i diritti umani durante gli ultimi cinque mesi.


Una nuova pantomima che si prefigge l'obiettivo di legittimare in modo definitivo il colpo di stato, e che pretende di creare un precedente che sia esempio per il resto del continente. Un manuale del perfetto colpo di Stato stile "ventunesimo secolo", che invia un messaggio molto chiaro su quale sarà la politica dell'amministrazione Obama per l'America Centrale e per il Sud America.


Non una guerra aperta e diretta come in Iraq ed Afghanistan, e nemmeno attraverso minacce come la riattivazione dopo 50 anni della famigerata IV Flotta nell'Oceano Atlantico e nei Caraibi, l'installazione delle basi militari in Colombia o con parole dirette come quelle che Hillary Clinton ha rivolto contro chi oserà iniziare o mantenere relazioni d'amicizia con l'Iran. In questo caso si tratta di una guerra subdola, di "bassa intensità", muovendo i fili più infimi della diplomazia e delle catene di agenzie preparate per infiltrare paesi, governi, processi elettorali e movimenti.

Una "guerra necessaria e giustificabile", direbbe il presidente Obama.


La Resistenza: un bastione necessario


Se c'è una cosa che i poteri forti e gli stessi Stati Uniti non avevano calcolato è stata sicuramente la grande capacità di reazione e resistenza del popolo honduregno.


Dopo il 27 di gennaio, l'Honduras dovrà necessariamente voltare pagina, entrando in una nuova tappa della sua tormentata storia. Concluso il periodo presidenziale di Manuel Zelaya, sarà il turno di Porfirio Lobo.


Un governo molto debole, in mezzo ad una violenta crisi economica, con uno scarso riconoscimento a livello internazionale e ostaggio dei principali autori del golpe del 28 giugno, Stati Uniti inclusi. Proprio in questi giorni Lobo sta disperatamente cercando di convincere Roberto Micheletti - e più di lui chi davvero manovra i fili dietro il Presidente fantoccio - ad abbandonare la carica prima del suo insediamento. Spera così di essere un po' più presentabile agli occhi della comunità internazionale.


Di fronte a questo scenario, quella che è stata la Resistenza contro il colpo di Stato, oggi convertitasi nel Fronte nazionale di resistenza popolare, Fnrp, dovrà prepararsi per entrare in questa nuova tappa della lotta e le difficoltà sono già evidenti. La costante e selettiva repressione denunciata a livello internazionale dalle organizzazioni dei diritti umani è un chiaro segnale di quanto i settori retrogradi tradizionali temano questo processo.


Lo scorso 4 e 5 dicembre 2009, delegati e delegate di organizzazioni provenienti da tutto il paese hanno iniziato una storica seconda fase della lotta, per rafforzare il processo organizzativo in vista della creazione di una forza politica alternativa ai partiti tradizionali, capace di condurre il paese verso una Assemblea Costituente.


Durante queste due giornate di lavoro sono state create varie commissioni e gruppi tematici che hanno iniziato a preparare il lavoro per i prossimi mesi. Al termine dell'attività, il dirigente sindacale e coordinatore del Blocco Popolare, Juan Barahona ha spiegato che "la prima fase della lotta è finita ed ora dobbiamo lavorare su un progetto ideologico e politico, affinché tutti i settori organizzati conoscano a fondo la strada da percorrere insieme.


Dobbiamo conoscere a fondo questo percorso ed abbiamo bisogno di una metodologia che ci permetta di arrivare a tutti i settori che si sono schierati contro il colpo di Stato. Una strategia come quella della lumaca (caracol), dal basso verso l'alto, e creare un movimento che faccia tremare i settori golpisti. Dobbiamo approfondire questa nuova strategia - ha continuato Barahona - e proporci di prendere il potere pacificamente prima o durante il prossimo processo elettorale.


Per fare ciò dobbiamo lavorare e con molto impegno. Non possiamo dormire sugli allori, ma al contrario dobbiamo mettere questo progetto al primo posto delle nostre priorità", ha concluso.


Una nuova tappa della lotta del popolo honduregno è iniziata.


© Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org 

www.resistenze .org,

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Zelaya  legittimo Presidente Honduras

cliccare sotto per vedere il video:

"Honduras, semillas de libertad "(prima parte)

http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=1076

Proteste in Italia contro l’Egitto che blocca gli attivisti diretti a Gaza/Hedy Epstein,.....

                                                      
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EGITTO SERVO ISRAELIANO SERVO DELL'IMPERO

Proteste in Italia contro l’Egitto che blocca gli attivisti diretti a Gaza

 

Radio citta' aperta 

28-12-2009/16:00 --- Manifestazione di protesta questa mattina a Roma davanti all’Ufficio del Turismo dell’Egitto in via Bissolati. E’ solo l’ultima in ordine di tempo di quelle messe in piedi in queste ore in diverse città italiane. L’obiettivo dei manifestanti che hanno affisso bandiere palestinesi, megafontato e distribuito volantini è quello di mettere “sotto pressione” il governo egiziano che ha bloccato questa mattina i 1.400 attivisti giunti da 42 paesi (140 sono gli italiani) al Cairo e che stanno cercando di raggiungere il valico di Rafah – al confine tra Egitto e la Striscia di Gaza- per poter entrare nella Striscia in occasione del primo anniversario devastanti bombardamenti israeliani dell’Operazione Piombo Fuso che portarono all’uccisione di 1.400 palestinesi (in larghissima parte civili tra cui donne e bambini). Gli attivisti della Gaza Freedom March intendono partecipare alle manifestazioni organizzate dai palestinesi nella Striscia di Gaza per ricordare il massacro di un anno fa, ma le autorità egiziane hanno bloccati i pullman e non li lasciano partire.
Questa mattina ci sono stati attimi di tensione al Cairo tra la delegazione italiana e la polizia egiziana quando gli attivisti di Forum Palestina hanno scaricato i loro bagagli in mezzo alla strada bloccando la circolazione. Una delegazione degli attivisti italiani ha poi raggiunto l’Ambasciata italiana al Cairo dove ha consegnato un documento di protesta. Altri attivisti - quelli del convoglio VIva Palestina tra cui alcuni italiani - sono invece bloccati nel porto giordano di Aqaba perchè le autorità egiziane negano loro il permesso di sbarcare sul territorio dell'Egitto.

Ieri si è manifestato anche in altre città italiane come Torino (dove ha sede il Museo Egizio), a Bergamo, Varese, Cagliari, Napoli e Palermo. Oggi oltre a Roma è prevista una iniziativa a Milano e nei prossimi giorni a Bologna. Gli attivisti che hanno manifestato davanti all’ufficio del Turismo egiziano a Roma hanno annunciato che se la situazione al Cairo non si sblocca procederanno a nuova proteste verso le autorità egiziane fino a ventilare una campagna di boicottaggio del turismo italiano in Egitto, la principale fonte di introiti dell’economia egiziana.

http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=3022&Itemid=9

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EGITTO SERVO DI ISRAELE, EGITTO SERVO DELL'IMPERO

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Hedy Epstein, sopravvissuta all’Olocausto, in sciopero della fame per poter andare a Gaza. Alcune testimonianze dalla Gaza Freedom March

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28-12-2009/20:58 --- Dovevano raggiungere la grande prigione a cielo aperto che è diventata Gaza negli ultimi tre anni, per testimoniare la loro solidarietà alla popolazione palestinese. Ma il loro viaggio si è fermato, almeno per ora, al Cairo: circa 140 attivisti e volontari italiani sono trattenuti in queste ore nella capitale egiziana, impossibilitati a proseguire fino al valico di Rafah.
«Avevamo pullman prenotati e pagati – racconta Paola Mattavelli, volontaria di Ipsia-Acli che viene da Cavaria – per raggiungere il lato egiziano del valico, dove avevamo prenotato anche un albergo per la notte. Ma la mattina i pullman non si sono presentati, fermati dalla polizia. A bordo, tra l’altro, ci sono anche ventisette borse di medicinali, aiuti vari e protesi, portati dai medici del nostro gruppo». Tra i sanitari ci sono anche i medici varesini  Filippo Bianchetti e Fiorella Gazzetta; in totale i volontari varesini sono dodici, tra loro c'è anche il consigliere comunale di Varese Flavio Ibba. Nelle ore successive gli agenti della polizia egiziana hanno anche impedito ai taxisti di avvicinarsi all’albergo. «Così siamo andati a piedi fino all’ambasciata – che ci ha promesso sostegno - e poi davanti alla sede dell’Onu, per una manifestazione con i volontari di altri quarantadue Paesi» continua Paola Mattavelli. Il blocco all’accesso a Gaza non riguarda infatti solo gli italiani, ma anche le altre delegazioni. « Per noi l’Egitto è solo un punto di transito:  non vogliamo creare nessun problema al governo egiziano».

Intanto questa mattina Hedy Epstein, una sopravvissuta all'Olocausto di 85 anni, ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro la chiusura della Striscia di Gaza agli internazionalisti giunti in Egitto da tutto il mondo. La signora Epstein rimarrà davanti all’edificio dell’ONU nel World Trade Center (Cornish al-Nil 1191, al Cairo) per tutta la giornata. “E’ importante che la popolazione sotto assedio di Gaza sappia che non è sola. Voglio poter dire alla gente che incontrerò nelle strade di Gaza che rappresento molti nella mia città e negli USA che sono indignati per le politiche adottate da Israele, USA e Europa nei confronti dei Palestinesi e che siamo sempre di più a pensarla cosi” dice la Epstein ai giornalisti.
Nel 1939, a soli 14 anni, per fuggire alla persecuzione nazista la Epstein fu mandata in Inghilterra dai genitori attraverso il programma chiamato Kindertransport. Epstein non rivide più i suoi genitori che morirono ad Auschwitz nel 1942. Finita la guerra, lavorò come analista ai processi di Norimberga contro i dottori nazisti che avevano eseguito ricerche mediche sperimentali su i prigionieri dei campi di concentramento. Dopo essersi trasferita negli USA, la Epstein si è dedicata alla causa della pace e della giustizia. Una delle cause che ha abbracciato è quella Palestinese. Ha viaggiato in Cisgiordania, ha raccolto aiuti umanitari e ora vorrebbe poter entrare a Gaza. Rispetto alla sua scelta di interrompere per protesta l’alimentazione ha detto alla France Presse: «Non l’ho mai fatto prima, non so come reagirà il mio corpo». Insieme a lei altre donne anziane, che si fanno chiamare "le nonne", hanno smesso di mangiare.


''La situazione è relativamente calma, anche se c'è tensione e qualche tafferuglio: una donna americana è stata colpita con un pugno da un agente'', ha detto telefonicamente all'ANSA Francesco Giordano, del Forum Palestina di Milano. ''I poliziotti ci hanno circondati - ha spiegato Giordano - e transennato la zona per impedirci di raggiungere il valico di Rafah. Ora aspettiamo una risposta dalle autorità egiziane e speriamo nella mediazione dell' ambasciatore italiano, che finora si è mostrato abbastanza disponibile: noi non vogliamo manifestare in Egitto, desideriamo solo raggiungere Gaza, partecipare alla marcia e portare ai bambini palestinesi le medicine e i giocattoli che hanno sequestrato stamattina con i nostri pullman''.
''C'e' un clima pesante. Siamo in attesa di ricevere indicazioni dall'ambasciata'' afferma Maurizio Musolino, responsabile Movimenti del PdCI, che insieme agli altri attivisti italiani si trova ''bloccato al Cairo, in Egitto, perché le autorità di quel paese non vogliono permettere il passaggio dal valico di Rafah. Impedirci di andare a Gaza per portare aiuti e solidarietà é un atto intollerabile, che rischia di trasformarsi in un vera e propria crisi diplomatica internazionale''.

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Gaza Freedom March: l’Egitto minaccia gli attivisti. Mentre i manifestanti raggiungono Il Cairo...

                                                     

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Gaza Freedom March: l’Egitto minaccia gli attivisti. Mentre i manifestanti raggiungono Il Cairo in Italia le prime iniziative di sostegno

 

Redazione Radio Città Aperta

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27-12-2009/11:50 --- Si sta ulteriormente irrigidendo nelle ultime ore la posizione delle autorità egiziane, di pari passo con l’intensificarsi delle pressioni statunitensi e israeliane sul regime fantoccio di Mubarak. Il corrispondente de Il Manifesto in Medio Oriente Michele Giorgio informa che il ministero degli esteri del Cairo ha prima categoricamente vietato l’ingresso a Gaza ai partecipanti alla «Gaza Freedom March» e subito dopo ha revocato l’autorizzazione anche a «Viva Palestina», il convoglio umanitario guidato dal parlamentare britannico socialista George Galloway partito da Londra il 6 dicembre e che, dopo aver attraversato vari paesi europei, Turchia, Siria e Giordania, è giunto il 24 dicembre al porto di Aqaba, pronto ad attraversare il golfo e a percorrere le ultime centinaia di km fino a Rafah. Galloway aveva ricevuto l’assicurazione che il 27 sarebbe entrato nella Striscia di Gaza ma ora gli egiziani sono disposti a far entrare solo gli aiuti e non le persone, peraltro non attraverso Rafah ma per il valico israeliano di Kerem Shalom. Una doppia beffa per chi ha come obiettivo dichiarato proprio quello di rompere il blocco israeliano di Gaza ad un anno esatto da «Piombo fuso».
Il Cairo ora minaccia di impedire in ogni modo l’accesso dei 1.400 attivisti internazionali ad El Arish, la cittadina nel nord del Sinai situata a poche decine di km da Rafah, che dovrebbe diventare il punto di raduno della «Gaza Freedom March», prima dell’ingresso a Gaza. Inoltre continua ad avvertire che qualsiasi protesta pubblica, anche la più pacifica, e «violazioni della legge» da parte dei cittadini stranieri verrà dispersa con la forza. Un ammonimento da prendere sul serio in un paese dove i diritti degli oppositori vengono sistematicamente calpestati.

Nonostante l'ulteriore irrigidimento della posizione egiziana, che nelle ultime ore ha confermato che non consentirà né l'accesso alla Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah né altre manifestazioni politiche ai 1400 attivisti che da 43 paesi del mondo stanno convergendo al Cairo, il comitato organizzatore della grande manifestazione internazionale ha confermato che la marcia ci sarà comunque e che sarà utilizzato qualunque mezzo a disposizione per attraversare il confine e violare così un embargo che ormai da tre anni sta strozzando la popolazione palestinese del piccolo territorio assediato da un lato da Israele e dall’altro dall’Egitto. Dall’Italia sono in totale 140 gli attivisti che parteciperanno all’iniziativa, organizzati con il Forum Palestina e con Action for peace; molti di loro sono già arrivati in Egitto a partire da ieri mattina per cominciare a prendere contatto con le delegazioni degli altri paesi e rafforzare le pressioni sul governo egiziano. «Tutte le organizzazioni promotrici hanno confermato l’intenzione di procedere come stabilito» - ha detto al Manifesto Germano Monti, del Forum Palestina - «Il divieto egiziano non è da sottovalutare ma occorre tenere presente che nessuna delegazione entrata a Gaza nell’ultimo anno è mai stata autorizzata preventivamente. Bisogna far crescere la pressione sul governo egiziano affinché revochi un divieto improvviso, motivato con ragioni pretestuose, dopo che da mesi l’associazione (statunitense) Code Pink aveva concordato sia la data di ingresso nella Striscia che quella di uscita».

Dello stesso parere l’ex vicepresidente del Parlamento europeo e rappresentante di Action for Peace Luisa Morgantini. «I partecipanti stanno arrivando, l’iniziativa resta in piedi nonostante i grossi ostacoli che sta ponendo il governo egiziano. Noi continueremo a premere sulle autorità locali, cercando di convincerle dell’importanza della nostra iniziativa per la popolazione di Gaza. Dobbiamo auspicare che, con il trascorrere dei giorni, l’atteggiamento egiziano diventi più flessibile». Il 31 Dicembre la Marcia internazionale dovrebbe unirsi ad una grande manifestazione che vedrà migliaia di palestinesi dalla Cisgiordania recarsi al valico di Herez per cercare di oltrepassarlo.
La tensione tra Egitto e Gaza è altissima da quando il regime di Mubarak ha iniziato la costruzione di un nuovo muro sul confine meridionale della Striscia, un muro di acciaio che si incunea nelle profondità del terreno per ben 18 metri in modo da impedire l'uso dei tunnel che in questi tre anni hanno consentito alla popolazione di Gaza di alleggerire lievemente l' assedio criminale cui è sottoposta. Finora gli appelli provenienti da associazioni e gruppi politici a lasciar passare la marcia che hanno tempestato le ambasciate egiziane in tutto il mondo non hanno convinto le autorità del Cairo, che hanno anzi citato i "messaggi antiegiziani giunti da più parti" come ulteriore scusa per bloccare la mobilitazione. Il riferimento è all’invito da parte di alcuni gruppi di solidarietà con la causa palestinese a boicottare il turismo occidentale in Egitto, per convincere il Cairo a rinunciare ad una tolleranza nei confronti delle politiche militariste e colonialiste israeliane che negli ultimi tempi è diventata piena complicità.
Appelli alla mobilitazione e dichiarazioni di sostegno o adesione alla Marcia arrivano da ogni luogo, dai comitati popolari di Bil'in e Nil'in, località simbolo della lotta contro il muro israeliano in Cisgiordania, fino ad arrivare alle reti di ebrei contro l’occupazione di vari paesi del mondo, tutti i movimenti politici palestinesi, organizzazioni sindacali e partiti di sinistra e progressisti di ogni parte del globo, veterani della lotta contro l'Apartheid sudafricana e reduci dell'olocausto nazista.
Il comitato organizzatore della Gaza Freedom March continua ad invitare tutti a far sentire la propria voce per chiedere al Cairo di cambiare posizione, inviando le proprie proteste per email o per fax o chiamando le ambasciate egiziane nei vari paesi. Domani a Roma dalle 11 alle 13.30 si terrà di fronte all'ufficio del turismo egiziano in via Bissolati 19 un volantinaggio di protesta contro la posizione del governo del Cairo.
Invece Free Palestine, la piattaforma che da tempo promuove iniziative in solidarietà del popolo palestinese ha indetto per oggi 27 dicembre ''ad un anno dal massacro di Gaza'', un presidio in piazza Castello, a Torino ''per dimostrare la vicinanza alla gente di Gaza''. ''Il Governo israeliano - ricorda Free Palestine - sabato 27 dicembre 2008 lanciò un massiccio attacco militare su Gaza: centinaia di bombe su 240 obiettivi, nella zona più densamente popolata del mondo uccidendo centinaia di persone e ferendone migliaia, in buona parte civili. La tragedia arrivò dopo due anni di assedio in cui Gaza fu tagliata fuori dal resto del mondo producendo la più grave crisi umanitaria dall'inizio dell'occupazione israeliana, con il 79,4% della popolazione della Striscia sotto la soglia di povertà, ed un tasso di disoccupazione del 45,5%. Noi vogliamo far sentire la nostra solidarietà a questa persone che hanno, come unica 'colpa' quella di chiamarsi palestinesi e essere nati in Palestina''.

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LETTERA APERTA AL PRESIDENTE MUBARAK DALLA GAZA FREEDOM MARCH 

26 dicembre 2009

Egregio Presidente Mubarak:

Noi, che rappresentiamo 1.362 persone che arriveranno al Cairo per partecipare alla Gaza Freedom March (Marcia della Libertà di Gaza), ci appelliamo agli Egiziani e alla Sua reputazione di ospitalità.

Siamo pacifisti. Non siamo venuti in Egitto per creare problemi o provocare contrasti. Siamo qui perché crediamo che tutta la gente, compresi i Palestinesi di Gaza, dovrebbe avere accesso alle risorse di cui hanno bisogno per vivere con dignità. Ci siamo radunati in Egitto perché eravamo convinti che Lei avrebbe ben accolto e appoggiato il nostro nobile scopo e ci avrebbe aiutato a raggiungere Gaza attraverso il Suo paese.

Come individui che credono nella giustizia e nei diritti umani, abbiamo speso le nostre risorse guadagnate con fatica e talvolta scarse, per comprare i biglietti aerei, per pagare le stanze d’albergo e per assicurarci il trasporto, soltanto per solidarietà con i Palestinesi di Gaza che vivono sotto blocco di Israele che li stritola.

Siamo dottori, avvocati, studenti, accademici, poeti e musicisti. Siamo giovani e vecchi. Siamo musulmani, cristiani, ebrei, buddisti e laici. Rappresentiamo gruppi della la società civile in molte nazioni che hanno coordinato questo grande progetto con la società civile di Gaza.

Abbiamo raccolto decine di migliaia di dollari per aiuti medici, materiali scolastici e capi di abbigliamento invernale per i bambini di Gaza. Ma ci rendiamo conto che oltre all’aiuto materiale, i Palestinesi di Gaza hanno bisogno di appoggio morale. Siamo venuti per offrire questo appoggio nel difficile anniversario di un’invasione che ha recato loro così tanta sofferenza.

L’idea della Gaza Freedom March – una marcia non-violenta che passa oltre al attraversamento Israeliano di Erez – è nata durante uno dei nostri viaggi a Gaza nel maggio scorso, un viaggio che è stato  facilitato dalla cortesia del Governo egiziano. Da quando si è avuta l’idea della marcia, abbiamo parlato al Suo governo tramite le ambasciate egiziane all’estero e direttamente al Suo Ministero degli Esteri. I suoi rappresentanti sono stati gentili e collaborativi. Ci è stato richiesto di fornire informazioni su tutti i partecipanti: passaporti, date di nascita, professioni, e lo abbiamo fatto in buona fede. Abbiamo risposto a ogni domanda, abbiamo soddisfatto ogni richiesta. Abbiamo lavorato per mesi presupponendo che il Suo governo avrebbe facilitato il nostro passaggio, come aveva fatto in molte altre occasioni. Abbiamo aspettato a lungo una risposta.

In quel mentre, il tempo si stava riducendo e dovevamo iniziare a organizzarci. Viaggiare durante il periodo di Natale non è facile nelle nazioni dove molti di noi vivono. I biglietti aerei si devono comprare con settimane, se non con mesi, di anticipo. Questo è ciò che hanno fatto 1.362 persone. Hanno speso il proprio denaro o lo hanno raccolto tra le loro comunità per pagarsi il viaggio. Aggiunga a questo il tempo impiegato, gli sforzi e i sacrifici che fanno queste persone a stare lontano dalle proprie case e dai propri cari durante questo periodo festivo.

A Gaza, i gruppi della società civile – studenti, associazioni, donne, agricoltori, gruppi di rifugiati, hanno lavorato senza sosta per mesi per organizzare la marcia. Hanno organizzato workshops, concerti, conferenze stampa, incontri senza fine – e tutto questo con le loro scarse risorse personali. Sono stati sostenuti dalla presenza prevista di così tanti cittadini di tante parti del mondo che sarebbero venuti ad sostenere la loro giusta causa.

Se il governo egiziano deciderà di impedire la Gaza Freedom March, tutto questo lavoro e queste spese saranno perdute.

E non è tutto. E’ praticamente impossibile, a questo punto avanzato del progetto, impedire a tutte queste persone di andare in Egitto, anche se volessimo. Inoltre, la maggior parte di loro non hanno altri programmi in Egitto se non quello di arrivare a un determinato punto di incontro per poi dirigersi insieme verso il confine con Gaza. Se questi piani verranno cancellati, ci sarà molta sofferenza ingiustificata per i Palestinesi di Gaza e per oltre mille persone che provengono da varie parti del mondo e che non avevano altro che nobili intenzioni.

La imploriamo di permettere che la Gaza Freedom March continui in modo che possiamo unirci ai Palestinesi di Gaza per marciare insieme il 31 dicembre 2009.

Speriamo davvero di ricevere una risposta positiva da Lei e la ringraziamo per il Suo aiuto.

Tighe Barry, Gaza Freedom March coordinator
Medea Benjamin, CODEPINK, USA
Kawthar Guediri, Collectif National pour une Paix Juste et Durable entre Palestinens et Israeliens, France
Mark Johnson, Fellowship of Reconciliation

Ehab Lotayef, Gaza Freedom March, Canada

Ziyaad Lunat, Gaza Freedom March, Europe
Alessandra Mecozzi, Action for Peace, Italy

Germano Monti, Forum Palestine, Italy
Thomas Sommer, Focus on The Global South, India

David Torres, ECCP, Belgium
Ann Wright, Gaza Freedom March coordinator
Olivia Zemor, Euro-Palestine, France

2010 :L’impero del Nobel Obama prepara nuove guerre e nuovi massacri nel mondo

                                                       
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Obama ha ordinato un attacco militare
 degli USA contro il Yemen

ABC News ha informato che giovedì scorso, 17 dicembre, le Forze  Armate statunitensi hanno realizzato due bombardamenti in Yemen, una nazione situata in Medio Oriente, per ordine diretto del  Presidente Barack Obama.

Questi attacchi sono considerati un’importante scalata nella campagna del governo di Obama contro Al-Qaeda.

Funzionari statunitensi hanno segnalato ad ABC  che i bersagli di questi attacchi sono stati un paio di presunti campi d’addestramento della organizzazione radicale islamica.

Un attivista per i diritti umani dello Yemen ha precisato che nel totale di 64 persone uccise c’erano anche  23 bambini e 17 donne.

Pochi giorni fa il Presidente Obama  ha insinuato  che gli Stati Uniti, molto probabilmente attaccheranno presto lo Yemen.

(Informazioni  Democracy Now!)
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La Colombia schiera i militari alla frontiera con il Venezuela. "Preparativi contro una aggressione esterna". Chavez lancia l'allarme

 RCA NEWS

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22/12/09 11:18:05 --- Il governo colombiano schiera i militari al confine con il Venezuela per “evitare un'aggressione esterna" è quanto ha dichiarato il ministro colombiano della Difesa Gabriel Silva, ammettendo che il Paese latinoamericano ha “una seria vulnerabilità” nei confronti di “eventuali aggressioni esterne” e per questo “non si prepara per aggredire, ma per evitare di subirla”. Una risposta alla denuncia venezuelana che, attraverso il capo di Stato Hugo Chavez, ha espresso una crescente preoccupazione per il rischio di un'aggressione colombiana con il sostegno degli Usa. Le forze armate colombiane si preparano a dispiegare nella zona di frontiera con il Venezuela un migliaio di uomini, tra esercito e aviazione. Un messaggio accolto dal capo di Stato venezuelano Hugo Chavez come una vera e propria minaccia. “Non si tratta di una corsa agli armamenti – ha spiegato Silva – ma del processo di costruzione di una capacità dissuasiva, affinché tutti valutino bene un possibile attacco”. L'esponente del governo ha quindi aggiunto di ritenere “offensivo” il potenziale bellico venezuelano e l'allargamento dell'arsenale di Caracas: “Spendere miliardi di dollari in equipaggiamento militare che non serve per mantenere l'ordine pubblico interno ma per proiettare le proprie forze oltre le frontiere è la definizione tecnica di 'offensivo'”. Il ministro ha quindi aggiunto che la rinnovata attenzione per il nemico “esterno” non deve però significare abbassare la guardia nei confronti della guerriglia: “La mia principale preoccupazione – ha dichiarato al quotidiano El Tiempo – è che davanti al rischio di eventuali aggressioni esterne, ci si dimentichi del fatto che il compito all'interno dei confini non è ancora concluso. Ci manca ancora molta strada prima di aver consolidato la politica della sicurezza democratica”.
Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha fatto riferimento ieri ad aerei spia privi di equipaggio che starebbero sorvolando il Venezuela. Nel corso della trasmissione televisiva Alò presidente ha parlato di un “piccolo velivolo di due o tre metri, telecomandato a distanza, con il quale gli Stati Uniti filmano tutto e possono anche lanciare bombe. Questa è la tecnologia yankee”. Secondo il leader bolivariano si tratta di un “atto di guerra” e ha ordinato alle forze armate di “abbattere immediatamente” gli apparecchi se localizzati. Un’affermazione che arriva dopo i molti segnali di preoccupazione espressi nel corso del vertice sui cambiamenti climatici di Copenaghen, quando ha parlato di un “accerchiamento” ai danni del suo Paese, denunciando la paura di “un’aggressione” attraverso le isole di Aruba e Curacao. A questo si è aggiunta la mossa “difensiva” del governo colombiano che ha deciso lo schieramento di un contingente militare alla frontiera con il Paese vicino. Chavez ha invitato il presidente Alvaro Uribe ad agire con “responsabilità” e a non lasciarsi utilizzare dagli Usa per “aggredire” il Venezuela, perché Caracas non ha “nessun piano contro la Colombia”, nonostante il governo di Bogotà “si sia dichiarato nemico del Venezuela”. Il piano colombiano si articolerebbe su più fronti: presenza militare alla frontiera, lotta alla guerriglia “amica” di Caracas e infiltrazione di paramilitari nel territorio venezuelano; a questa azione combinata Chavez ha risposto: “I signori borghesi della Colombia mi devono credere, se aggrediranno il Venezuela se ne pentiranno”, aggiungendo che l’eventuale guerra con la Colombia “non dipende da noi”. Per Chavez dietro Bogotà ci sarebbero sempre gli Usa: “Stanno muovendo unità militari alla frontiera – colombiana -, aerei da Aruba e Curacao, costruendo sette basi sul territorio colombiano. Noi dobbiamo stare in allerta”

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IL DISCORSO DI CHAVEZ AL VERTICE FALLIMENTARE SUL CLIMA A COPENAGHEN

                                                       
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SE IL CLIMA FOSSE UNA BANCA

L’AVREBBERO GIA’ SALVATO

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Discorso pronunciato da Hugo Chávez Frías nel vertice sul Clima

delle Nazioni Unite, in Copenaghen, Danimarca, il 16 di dicembre 2009

Traduzione per comedonchisciotte.org a cura di MARINA GERENZANI

 

Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.
Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.
Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.

Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l'uguaglianza!

E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: esclusione. C'è un gruppo di paesi che si credono superiori a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi avvolti come da un treno che ci ha avvolti nella storia
[sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados = avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c'è democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all'ennesima evidenza della dittatura imperiale mondiale.

Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell'ordine sono state decenti, qualche spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c'è molta gente, sapete? Certo, non ci entrano tutti in questa sala, sono troppi; ho letto sulla stampa che ci sono stati alcuni arresti, qualche protesta intensa, qui per le strade di Copenaghen, e voglio salutare tutte quelle persone qui fuori, la maggior parte delle quali sono giovani.
Non ci sono dubbi che siano giovani preoccupati, e credo abbiano una ragione più di noi per essere preoccupati del futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte dei presenti – già il sole dietro le spalle, ma loro hanno il sole in fronte e sono davvero preoccupati. Qualcuno potrebbe dire, Signor Presidente, che un fantasma infesta Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx, un fantasma infesta le strade di Copenaghen e credo che questo fantasma vaga per questa sala in silenzio, gira in quest'aula, tra di noi, attraversa i corridoi, esce dal basso, sale, è un fantasma spaventoso che quasi nessuno vuole nominare: il capitalismo è il fantasma, quasi nessuno vuole nominarlo.

È il capitalismo, sentiamo ruggire qui fuori i popoli. Stavo leggendo qualcuna delle frasi scritte per strada, e di questi slogan (alcuni dei quali li ho sentiti anche dai due giovani che sono entrati), me ne sono scritti due. Il primo è "Non cambiate il clima, cambiate il sistema".
E io lo riprendo qui per noi. Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema! E di conseguenza cominceremo a salvare il pianeta. Il capitalismo, il modello di sviluppo distruttivo sta mettendo fine alla vita, minaccia di metter fine alla specie umana. E il secondo slogan spinge alla riflessione. In linea con la crisi bancaria che ha colpito, e continua a colpire, il mondo, e con il modo con cui i paesi del ricco Nord sono corsi in soccorso dei bancari e delle grandi banche (degli Stati Uniti si è persa la somma, da quanto è astronomica). Ecco cosa dicono per le strade: se il clima fosse una banca, l'avrebbero già salvato.

E credo che sia la verità. Se il clima fosse una delle grandi banche, i governi ricchi l'avrebbero già salvato. Credo che Obama non sia arrivato, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace quasi nello stesso giorno in cui mandava altri 30mila soldati ad uccidere innocenti in Afghanistan, e ora viene qui a presentarsi con il Premio Nobel per la Pace, il Presidente degli Stati Uniti. Gli USA però hanno la macchinetta per fare le banconote, per fare i dollari, e hanno salvato, vabbè, credono di aver salvato, le banche e il sistema capitalista.

Bene, lasciando da parte questo commento, dicevo che alzavamo la mano per unirci a Brasile, India, Bolivia e Cina nella loro interessante posizione, che il Venezuela e i paesi dell'Alleanza Bolivariana condividono fermamente; però non ci è stata data la parola, per cui, Signor Presidente, non mi conteggi questi minuti, la prego.

Ho conosciuto, ho avuto il piacere di conoscere Hervé Kempf – è qui in giro -, di cui consiglio vivamente il libro “Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta”, in francese, ma potete trovarlo anche in spagnolo e sicuramente in inglese. Hervé Kempf: Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta. Per questo Cristo ha detto: E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio. Questo l'ha detto Cristo nostro Signore.

 

Los ricos están destruyendo el planeta. ¿Será que piensan irse para otro cuando destruyan este, tendrán planes para irse a otro planeta?; hasta ahora no se ve ninguno en el horizonte de la galaxia.

 

Apenas este libro me ha llegado —me lo ha regalado Ignacio Ramonet, que está por ahí también en esta sala—, y terminando el prólogo o el preámbulo esta frase es muy importante. Dice Kempf lo siguiente: "No podremos reducir el consumo material a nivel global si no hacemos que los poderosos bajen varios escalones, y si no combatimos la desigualdad; es necesario que al principio ecologista, tan útil a la hora de tomar conciencia: pensar globalmente y actuar localmente, le sumemos el principio que impone la situación: consumir menos y repartir mejor". Creo que es un buen consejo que nos da este escritor francés Hervé Kempf.

 

Bene, Signor Presidente, il cambiamento climatico è senza dubbio il problema ambientale più devastante di questo secolo, inondazioni, siccità, tormente, uragani, disgeli, innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani e ondate di calore, tutto questo acuisce l'impatto delle crisi globali che si abbattono su di noi. L'attività umana d'oggi supera i limiti della sostenibilità, mettendo in pericolo la vita del pianeta, ma anche in questo siamo profondamente disuguali.

Voglio ricordarlo: le 500 milioni di persone più ricche del pianeta, 500 milioni, sono il 7%, il 7%,  ripeto il 7% della popolazione mondiale. Questo 7% è responsabile, queste cinquecento milioni di persone più ricche sono responsabili del 50% delle emissioni inquinanti, mentre il 50% più povero è responsabile solo del sette per cento delle emissioni inquinanti.
Per questo mi sembra strano mettere qui sullo stesso piano Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti hanno appena 300 milioni di abitanti. La Cina ha una popolazione quasi 5 volte più grande di quella degli USA.
Gli Stati Uniti consumano più di 20 milioni di barili di petrolio al giorno, la Cina arriva appena ai 5,6 milioni di barili al giorno, non possiamo chiedere le stesse cose agli Stati Uniti e alla Cina. Ci sono questioni da discutere, almeno potessimo noi Capi di Stato e di Governo sederci a discutere davvero di questi argomenti.
Inoltre, Signor Presidente, il 60% degli ecosistemi del pianeta hanno subito danni e il 20% della crosta terrestre è degradata; siamo stati testimoni impassibili della deforestazione, della conversione di terre, della desertificazione e delle alterazioni dei sistemi d'acqua dolce, dello sovra sfruttamento del patrimonio ittico, della contaminazione e della perdita della diversità biologica. Lo sfruttamento esagerato della terra supera del 30% la sua capacità di rigenerazione.
Il pianeta sta perdendo ciò che i tecnici chiamano la capacità di autoregolarsi, il pianeta la sta perdendo, ogni giorno si buttano più rifiuti di quanti possano essere smaltiti. La sopravvivenza della nostra specie assilla la coscienza dell'umanità. Malgrado l'urgenza, sono passati due anni dalle negoziazioni volte a concludere un secondo periodo di compromessi voluto dal Protocollo di Kyoto, e ci presentiamo a quest'appuntamento senza un accordo reale e significativo.

E voglio dire che riguardo al testo creato dal nulla, come qualcuno l'ha definito (il rappresentante cinese), il Venezuela e i paesi dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe, noi non accettiamo nessun altro testo che non derivi dai gruppi di lavoro del Protocollo di Kyoto e della Convenzione: sono i testi legittimi su cui si sta discutendo intensamente da anni.
E in queste ultime ore credo che non abbiate dormito: oltre a non aver pranzato, non avete dormito. Non mi sembra logico che ora si produca un testo dal niente, come dite voi. L'obiettivo scientificamente sostenuto di ridurre le emissioni di gas inquinanti e raggiungere un accordo chiaro di cooperazione a lungo termine, oggi a quest'ora, sembra aver fallito.Almeno per il momento. Qual è il motivo? Non abbiamo dubbi. Il motivo è l'atteggiamento irresponsabile e la mancanza di volontà politica delle nazioni più potenti del pianeta...
Il conservatorismo politico e l'egoismo dei grandi consumatori, dei paesi più ricchi testimoniano di una grande insensibilità e della mancanza di solidarietà con i più poveri, con gli affamati, con coloro più soggetti alle malattie, ai disastri naturali, Signor Presidente, è chiaramente un nuovo ed unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per la grandezza delle sue contribuzioni e capacità economiche, finanziarie e tecnologiche, ed è evidente che si basa sul rispetto assoluto dei principi contenuti nella Convenzione.
I paesi sviluppati dovrebbero stabilire dei compromessi vincolanti, chiari e concreti per la diminuzione sostanziale delle loro emissioni e assumere degli obblighi di assistenza finanziaria e tecnologica ai paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del cambiamento climatico. In questo senso, la peculiarità degli stati insulari e dei paesi meno sviluppati dovrebbe essere pienamente riconosciuta.


Señor Presidente, el cambio climático no es el único problema que afecta hoy a la humanidad; otros flagelos e injusticias nos acechan, la brecha que separa a los países ricos y pobres no ha dejado de crecer, a pesar de todos los Objetivos del Milenio, la Cumbre de Monterrey sobre financiamiento, todas esas cumbres —como decía aquí el Presidente de Senegal, denunciando una gran verdad, promesas y promesas y promesas incumplidas, y el mundo sigue su marcha destructiva
 

Le entrate totali delle 500 persone più ricche del mondo sono superiore alle entrate delle 416 milioni di persone più povere, le 2800 milioni di persone che vivono nella povertà, con meno di 2 dollari al giorno e che rappresentano il 40% della popolazione mondiale, ricevono solo il 5 per cento delle entrate mondiale...
Ci sono 1100 milioni di persone che non hanno accesso all'acqua potabile, 2600 milioni prive di servizio di sanità, più di 800 milioni di analfabeti e 1020 milioni di persone affamate: ecco lo scenario mondiale.
E ora, la causa, qual è la causa? Parliamo della causa, non evitiamo le responsabilità, non evitiamo la profondità del problema, la causa senza dubbio, torno all'argomento di questo disastroso scenario, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e della sua incarnazione: il capitalismo.
Ho qui una citazione di quel gran teologo della liberazione che è Leonardo Boff, come sappiamo, brasiliano, che dice: Qual è la causa? Ah, la causa è il sogno di cercare la felicità con l'accumulazione materiale e il progresso senza fine, usando, per fare ciò, la scienza e la tecnica con cui si possono sfruttare in modo illimitato le risorse della terra.

Può una terra finita sopportare un progetto infinito? La tesi del capitalismo, lo sviluppo infinito, è un modello distruttivo, accettiamolo.
 

Luego nos pregunta Boff: "¿Qué podríamos esperar de Copenhague?". Apenas esta sencilla confesión: así como estamos no podemos continuar, y un propósito simple: ¿Vamos a cambiar de rumbo? Hagámoslo, pero sin cinismo, sin mentiras, sin dobles agendas, sin documentos salidos de la nada, con la verdad por delante.

 

¿Hasta cuándo, nos preguntamos desde Venezuela, señor Presidente, señoras, señores, hasta cuándo vamos a permitir tales injusticias y desigualdades? ¿Hasta cuándo vamos a tolerar el actual orden económico internacional y los mecanismos de mercado vigentes? ¿Hasta cuándo vamos a permitir que grandes epidemias como el VIH/sida arrasen con poblaciones enteras? ¿Hasta cuándo vamos a permitir que los hambrientos no puedan alimentarse ni alimentar a sus propios hijos? ¿Hasta cuándo vamos a permitir que sigan muriendo millones de niños por enfermedades curables? ¿Hasta cuándo vamos a permitir conflictos armados que masacran a millones de seres humanos inocentes, con el fin de apropiarse los poderosos de los recursos de otros pueblos?


Noi popoli del mondo chiediamo agli imperi, a quelli che pretendono di continuare a dominare il mondo e noi, chiediamo loro che finiscano le aggressioni e le guerre. Niente più basi militari imperiali, né colpi di Stato, costruiamo un ordine economico e sociale più giusto e equo, sradichiamo la povertà, freniamo subito gli alti livelli di emissioni, arrestiamo il deterioramento ambientale ed evitiamo la grande catastrofe del cambiamento climatico, integriamoci nel nobile obiettivo di essere tutti più liberi e solidari.
 

Señor Presidente, hace casi dos siglos un venezolano universal, libertador de naciones y precursor de conciencias, dejó para la posteridad un apotegma pleno de voluntad: "Si la naturaleza se opone, lucharemos contra ella y haremos que nos obedezca". Era Simón Bolívar, El Libertador.

 

Desde la Venezuela bolivariana, donde un día como hoy, por cierto, hace 10 años exactos vivimos la tragedia climática más grande de nuestra historia, la tragedia de Vargas, así llamada; desde esa Venezuela cuya revolución intenta conquistar la justicia para todo su pueblo, solo posible por el camino del socialismo... El socialismo, el otro fantasma del que hablaba Carlos Marx, ese anda por ahí también; más bien es como un contrafantasma. El socialismo, ese es el rumbo, ese es el rumbo para la salvación del planeta, no tengo yo la menor duda. Y el capitalismo es el camino al infierno, a la destrucción del mundo.

 

El socialismo, desde esa Venezuela que enfrenta por ello las amenazas del imperio norteamericano, desde los países que conformamos el ALBA, la Alianza Bolivariana, exhortamos, yo quiero, con respeto, pero desde mi alma exhortar, a nombre de muchos en este planeta, a los gobiernos y a los pueblos de la Tierra, parafraseando a Simón Bolívar, El Libertador: si la naturaleza destructiva del capitalismo se opone, pues luchemos contra ella y hagamos que nos obedezca, no esperemos de brazos cruzados la muerte de la humanidad.

 

La historia nos llama a la unión y a la lucha. Si el capitalismo se resiste, nosotros estamos obligados a dar la batalla contra el capitalismo y a abrir los caminos de la salvación de la especie humana. Nos toca a nosotros, levantando las banderas de Cristo, de Mahoma, de la igualdad, del amor, de la justicia, del humanismo, del verdadero y más profundo humanismo. Si no lo hiciéramos, la más maravillosa creación del universo, el ser humano, desaparecerá, ¡desaparecerá!


Questo pianeta è vissuto migliaia di milioni di anni, e questo pianeta è vissuto per migliaia di milioni di anni senza di noi, la specie umana: non ha bisogno di noi per esistere. Bene, noi senza la Terra non viviamo, e stiamo distruggendo il Pachanama*, come dice Evo e come dicono i nostri fratelli aborigeni del sud America...
 

Finalmente, señor Presidente, ya para terminar, oigamos a Fidel Castro cuando dijo: "Una especie está en peligro de extinción: el hombre". Oigamos a Rosa Luxemburgo cuando dijo: "Socialismo o barbarie". Oigamos a Cristo, el Redentor, cuando dijo: "Bienaventurados los pobres, porque de ellos será el reino de los cielos".

 

Señor Presidente, señoras y señores, seamos capaces de hacer de esta Tierra no la tumba de la humanidad, hagamos de esta Tierra un cielo, un cielo de vida, de paz y de hermandad para toda la humanidad, para la especie humana.

 

Señor Presidente, señoras y señores, muchísimas gracias y buen provecho


* Pachanama = Madre Terra

http://cubainforma.interfree.it/

 

ATTENZIONE !Berluskoni vuol far chiudere i siti sul tema:il Sangue di Berluskoni è una montatura.

                                                       
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Impediamo al Dittatore di questa nuova repubblica di banane e ai suoi complici fascisti  di chiudere i siti web che lo disturbano, un futuro di “RESISTENZA” ci aspetta e per questo pubblichiamo volentieri  questa e mail che abbiamo ricevuto e già fatto circolare in lungo e largo in facebook..

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E mail ricevuta il 17/12/2009

??? IL SANGUE DI BERLUSCONI E’ TUTTA UNA MONTATURA ??? ---  !!! MEDITATE GENTE, MEDITATE !!! ---

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Io sono convinta che questa sia tutta una montatura.

Lui uscirà dopo le vacanze con la faccia ripulita.

E reciterà la parte del martire e della vittima.

Anna – Milano - 16-12-2009

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GUARDATE QUESTI LINK:

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http://andreainforma.blogspot.com/2009/12/e-se-laggressione-berlusconi-fosse-una.html

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http://strakerenemy.blogspot.com/2009/12/laggressione-berlusconi-e-una-montatura.html

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http://cospirazionista.blogspot.com/2009/12/laggressione-berlusconi-e-una-montatura.html

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http://www.diggita.it/story.php?title=Aggressione_Berlusconi-_E_se_fosse_tutta_una_montatura

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http://eretici.blogspot.com/2009/12/berlusconi-aggressione-vera-o-tutta-una.html

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http://aceontheriver.splinder.com/post/21879844/L%27aggressione+a+Berlusconi+%C3%A8+

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http://aceontheriver.splinder.com/

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Mezzo litro di sangue perso, come ha detto il suo medico, è tantissimo! Quando lui è uscito dall’auto ha smesso di sanguinare, per cui se avesse perso mezzo litro di sangue in quel poco tempo, il sangue avrebbe intriso il colletto che invece era immacolato.

Dopo una botta del genere, con un oggetto pesante scagliato da lontano, non dovrebbe gonfiarsi tutta parte colpita, e anche gonfiarsi parecchio? Ad esempio, io alcuni anni or sono ho subito un colpo al naso con frattura, e mi si è gonfiato tutto subito.

Sarebbe il caso che qualche magistrato milanese aprisse un’inchiesta su ciò che dicono i link suddetti! Innanzitutto per allontanare ogni sospetto di grave imbroglio mediatico, anche nell'interesse stesso della onorabilità e attendibilità di Berlusconi.

Al Presidente Berlusconi, se è tutto vero, gli auguro una pronta guarigione, e Buon Natale… Diversamente, se è tutta una messinscena per le fiction televisive del popolo italiota, è bene che lui sappia che la verità prima o poi viene sempre a galla!

(Passaparola e Buon 2010).

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Stessa e mail ricevuta il 18 dicembre 2009

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Io sono convinta che questa sia tutta una montatura.

Lui uscirà dopo le vacanze con la faccia ripulita.

E reciterà la parte del martire e della vittima.

Anna – Milano - 16-12-2009

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ATTENZIONE... BERLUSKA VUOLE FARE CHIUDERE I SEGUENTI SITI

SUL TEMA  : IL SANGUE DI BERLUSCONI E’ TUTTA UNA MONTATURA .

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http://andreainforma.blogspot.com/2009/12/e-se-laggressione-berlusconi-fosse-una.html

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http://strakerenemy.blogspot.com/2009/12/laggressione-berlusconi-e-una-montatura.html

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http://cospirazionista.blogspot.com/2009/12/laggressione-berlusconi-e-una-montatura.html

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http://www.diggita.it/story.php?title=Aggressione_Berlusconi-_E_se_fosse_tutta_una_montatura

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http://eretici.blogspot.com/2009/12/berlusconi-aggressione-vera-o-tutta-una.html

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http://aceontheriver.splinder.com/post/21879844/L%27aggressione+a+Berlusconi+%C3%A8+

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http://aceontheriver.splinder.com/

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Mezzo litro di sangue perso, come ha dichiarato il suo medico, è tantissimo! Quando lui esce dall’auto ha smesso di sanguinare, per cui se avesse perso mezzo litro di sangue in quel poco tempo, al massimo uno o due minuti, il sangue avrebbe intriso tutto il colletto. Dopo una botta del genere, con un oggetto scagliato da lontano, non dovrebbe gonfiarsi tutta parte colpita, e anche gonfiarsi parecchio? Ad esempio, io alcuni anni or sono ho subito un colpo al naso con frattura, e mi si è gonfiato tutto subitissimo. Sarebbe il caso che qualche magistrato milanese aprisse un’inchiesta su queste ipotesi! Innanzitutto per allontanare ogni sospetto di imbroglio mediatico, anche nell'interesse stesso della onorabilità e attendibilità di Berlusconi. Al Presidente Berlusconi, se è tutto vero, gli auguro pronta guarigione e Buon Natale… Diversamente, se è tutta una messinscena per le fiction televisive del popolo italiota, è bene avvertire che la verità viene sempre a galla, prima o poi! -

PALESTINA/GAZA: In marcia per la libertà’!/Terra avvelenata dai bombardamenti israeliani

                                                       

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GAZA: IN MARCIA PER LA LIBERTA’!

Firmate l’appello di sostegno alla Gaza Freedom March (dicembre/gennaio)

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Amnesty International ha definito il blocco di Gaza come una "forma di punizione collettiva dell’intera popolazione di Gaza, una flagrante violazione degli obblighi di Israele secondo la Quarta Convenzione di Ginevra”. Human Rights Watch ha definito il blocco come una "seria violazione della legalità internazionale". L’Inviato Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, Richard Falk, ha condannato l’assedio israeliano di Gaza come un “crimine contro l’umanità”. L’ex Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ha detto che i Palestinesi intrappolati a Gaza sono trattati "come animali" ed ha fatto appello per "la fine dell’assedio di Gaza" che sta privando "un milione e mezzo di persone dei loro bisogni vitali".
L’illegale assedio di Gaza non è un atto isolato: è uno dei molti atti illegali commessi da Israele dalla sua fondazione, come dimostrano le centinaia di Risoluzioni delle Nazioni Unite mai rispettate. Illegali, secondo il Diritto Internazionale, sono il Muro dell’Apartheid e tutte le 
colonie, le demolizioni delle case e le indiscriminate distruzioni delle terre coltivate, il coprifuoco, i checkpoint, gli arresti e le torture.  L’occupazione stessa è illegale.

La verità è che il Diritto internazionale avrebbe dovuto imporre la fine dell’occupazione, perché la fine dell’occupazione militare e coloniale è una delle principali condizioni per stabilire una pace giusta e duratura. Per oltre sei decenni, il popolo palestinese si è visto negare la libertà, il diritto all’autodeterminazione, all’uguaglianza ed al ritorno delle centinaia di migliaia di Palestinesi cacciati con la forza dalle loro case durante la creazione di Israele nel 1947- 48 e nelle occupazioni successive.
Ad un anno dall’operazione “Piombo Fuso” e dopo che il rapporto del giudice Goldstone, approvato dal Consiglio dell’ONU per i Diritti Umani, ha confermato i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in quella feroce aggressione, il mondo si mobilita per porre fine all’assedio che ancora soffoca un milione e mezzo di Palestinesi della Striscia di Gaza. Con la Gaza Freedom March, promossa dall’associazione statunitense Code Pink ed a cui prenderanno parte volontari ed attivisti di tutto il mondo, l’umanità non si limiterà a deplorare la brutalità israeliana, ma agirà per fermarla. La società civile palestinese, le associazioni palestinesi, i sindacati e i movimenti di massa dal 2005 fanno appello a tutte le persone di coscienza a sostenere una campagna non violenta di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni fino a che Israele adempia pienamente agli obblighi imposti dal diritto internazionale.
Sosteniamo la Gaza Freedom March, per la fine dell’assedio, per la fine dell’occupazione, per una pace giusta e duratura in Palestina ed in tutto il Medio Oriente. 

Primi firmatari:

l’Associazione Americana dei Giuristi, gli Ebrei Americani per una Pace Giusta, gli Australiani per la Palestina, la Federazione Autonoma dei Lavoratori di Haiti, l’Alleanza canadese per la Pace, il Movimento Gaza Libera di Cipro, l’International Solidarity Movement, il Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case di Israele, Gran Bretagna e Stati Uniti, gli Ebrei contro l’Occupazione di Sydney (Australia), la Voce Ebraica per una Pace Giusta (Austria), la Fondazione Rachel Corrie, l’associazione statunitense dei Veterani per la Pace, l’organizzazione israeliana Yesh G’vul, l’associazione francese Europalestine.

Si tratta di un elenco assolutamente parziale, come parziale è l’elenco delle personalità che sostengono la Gaza Freedom March, che qui riportiamo: Ali Abunimah, scrittore e cofondatore di Electronic Intifada; il Dr. Patch Adams (a cui è ispirato il celebre film interpretato da Robin Williams); il poeta siriano Adonis; lo scrittore inglese Tariq Ali; Mustafa Barghouti, deputato del Consiglio Legislativo Palestinese; Omar Barghouti, fondatore della Campagna Palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni  (BDS); Tony Benn, ex parlamentare inglese e presidente della UK Stop the War Coalition; Medea Benjamin, cofondatrice di  Global Exchange e di CODEPINK; Sergio Cararo, giornalista italiano e cofondatore del Forum Palestina; Noam Chomsky, linguista e scrittore; Ramsey Clark, ex Ministro della Giustizaia U.S.A.; Jonathan Cook, giornalista (Gran Bretagna); Cindy e Craig Corrie, genitori di Rachel Corrie e fondatori dell’omonima Fondazione; Luigi De Magistris, Deputato Europeo; John Dugard, professore di diritto Internazionale ed ex giudice della Corte Internazionale di Giustiza, relatore speciale per la Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite; George Galloway, deputato del parlamento britannico; Arun Gandhi, fondatore del Gandhi Institute for Nonviolence;  Jeff Halper, fondatore del Comitato Israeliano Contro la demolizione delle Case; Aki Kaurismaki, regista; Dina Kennedy, coordinatore U.S.A. del Free Gaza Movement e membro dell’Associazione Donne Americane e Palestinesi; Naomi Klein, scrittrice; Ken Loach, regista; Mairead Maguire, premio Nobel per la Pace; Germano Monti, cofondatore del Forum Palestina (Italia); Luisa Morgantini, ex vicepresidente del Parlamento Europeo; Ralph Nader, avvocato, scrittore ed ex candidato alla Presidenza degli Stati Uniti; Gianni Vattimo, filosofo e Deputato Europeo; Gore Vidal, scrittore; padre Louis Vitale, frate Francescano, di Pace e Bene Nonviolence Service;  Emidia Papi, coordinamento nazionale RdB/CUB; Luciano Vasapollo, docente dell'università di Roma La Sapienza; Howard Zinn, storico e scrittore; Fabio Marcelli, vicesegretario associazione internazionale giuristi democratici; Domenico Losurdo, filosofo, Università di Urbino; Maurizio Musolino, responsabile Medio Oriente del PdCI; Manlio Dinucci, saggista ; Marco Rizzo, portavoce di Sinistra Popolare; Mimmo Provenzano, coord. nazionale Rete dei Comunisti ; Vittorio Agnoletto (ex Deputato europeo); Andrea Viola (Sinistra Popolare Liguria); Andrea Genovali (Resp.le Relazioni Internazionali PdCI); Francesco Maringiò (Resp.le Solidarietà Internazionale PRC); Alexander Hobel (Ricercatore); Associazione Gazzella onlus ..............

Indicazioni per chi non può partecipare ma vuole sostenere l'iniziativa

Per sottoscrivere per la partecipazione e l’informazione della delegazione italiana alla Gaza Freedom March, utilizzate il conto corrente postale n. 47209002, intestato a Monti Germano, specificando nella causale “Gaza Freedom March”, comunicando l’avvenuto versamento a gazaliberasubito@libero.it. L’elenco delle sottoscrizioni verrà pubblicato sul sito del Forum Palestina (www.forumpalestina.org). 

Quella terra avvelenata dai bombardamenti israeliani su Gaza

Presentata una denuncia impressionante sugli effetti delle nuove armi usate dalle truppe israeliane 

di Sergio Cararo*

Residui di elementi con effetti cancerogeni o mutageni in misure enormemente superiori alla media e con effetti devastanti sulla popolazione attuale e le generazioni future. E’ questo il risultato di una ricerca scientifica sul campo effettuata da un gruppo di scienziati italiani sui crateri lasciati dalle bombe israeliane su Gaza in questi anni.

I risultati della ricerca sono stati presentati questa mattina a Roma collegati in videoconferenza con la Striscia di Gaza. I professori Paola Manduca (università di Genova), Mario Barbieri (del CNR) e Maurizio Barbieri (università di Roma “La Sapienza) hanno illustrato gli sconvolgenti risultati delle ricerche che hanno condotto prelevando i residui sui crateri delle bombe israeliane sia nel 2006 che durante l’operazione “Piombo Fuso” a cavallo tra il 2008 e il 2009.

I confronti tra la presenza media sul terreno e quella riscontrata dagli scienziati dopo i bombardamenti su non lascia dubbi. Nei crateri di Beit Hanoun, Jabalya e Tufah ci sono residui di Tungsteno e Mercurio (producono effetti tossici e cancerogeni) in misura tra 20 e 42 volte superiore alla media il primo e tra 8 e 16 volte superiore il secondo. Ed ancora: Molibdeno (presente tra 25 e 3.000 volte il livello medio presente nel suolo) che è tossico per gli spermatozoi e produce elevati effetti sulla spermatogenesi. Non è finita: Cadmio – cancerogeno – presente fino a 7,3 volte superiore alla media; Cobalto – ha effetti mutageni e può causare la rottura della catena del dna – in misura 5 volte superiore a quella normale; Nichel, Manganese – di cui alcuni componenti sono cancerogeni – due volte superiori al livello medio. Sulla presenza di Stronzio è stata rilevata una quantità anomala ma non è stato possibile fare confronti con dati precedenti.

Insomma la terra di Gaza è stata avvelenata dai componenti chimici con cui sono composta le bombe usate dalle forze armate israeliane ed ai loro effetti immediati (centinaia di morti, di feriti, di mutilati) si devono aggiungere gli effetti nel tempo provocati da materiali cancerogeni e mutageni presenti in quantità rilevanti.

Il nostro studio – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all'università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – indica una presenza anomala di elementi tossici nelterreno. Occorre intervenire subito per limitare le conseguenze della contaminazione su persone, animali, e colture. Occorrono strategie di sostegno per le persone contaminate. Auspichiamo –aggiunge – che le indagini fino ad ora svolte dalla commissione Goldstone, voluta dalle Nazioni

unite, vadano oltre l’analisi del rispetto dei diritti umani, e prendano in considerazione e gli effetti sull’ambiente provocati dall'uso di varie tipologie di bombe e le ricadute sulla popolazione nel tempo. Una rapida raccolta di dati può essere realizzata secondo modalità che molti scienziati

possono descrivere agevolmente e programmare”.

La drammatica denuncia degli scienziati italiani del Newweapons Committee che analizzano proprio gli effetti delle nuove armi, è stata fatta in collegamento video con Gaza dove erano presenti il Ministro della salute palestinese, il prof. Samir Rafiki esperto di ambiente, Nassam Khalaf deputato del Ministero della salute ed altri scienziati e medici palestinesi.

A Gaza erano presenti diversi network televisivi internazionali come Al Jazeera e BBC. In Italia alla videoconferenza erano presenti solo giornalisti e mediattivisti dei mezzi di comunicazioni di massa alternativi.

Ad un anno dai bombardamenti israeliani e dal massacro di Gaza (1.400 palestinesi uccisi), le complicità di cui i crimini di guerra israeliani godono nel nostro paese sono ancora forti. Un motivo di più per spezzare l’assedio materiale, politico e mediatico a cui da troppo tempo i palestinesi di Gaza. Anche a questo servirà la “Gaza Freedom March” che a fine dicembre romperà l’assedio della Striscia con centinaia di attivisti provenienti da tutto il mondo che entreranno a Gaza.

* Forum Palestina