Internazionalismo militante

Non siamo solo sostenitori di Cuba e la sua rivoluzione , nello spirito del"CHE" sosteniamo e diffondiamo l'altra informazione sui movimenti di liberazione che lottano contro l'oppressione imperialista nel mondo, dalla Palestina , al Chiapas, al Farc in Colombia,al PKK,............. su Cuba vedi: http://associazionecubarriva.leonardo.it/blog........“lasciatemi dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti dÂ’amore. è impossibile pensare a un rivoluzionario autentico privo di questa  qualità Â… Bisogna lottare tutti i giorni perché questo amore per lÂ’umanità si trasformi in atti concreti, in atti che servono di esempio, di mobilitazione” “Ernesto CHE Guevara”

Golpe Honduras: paesi dell'ALBA hanno ritirato gli ambasciatori dall'Honduras

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                                                      Zelaya Unico Presidente Honduras

             

                                                                                    30 Giugno 2009

I paesi dell’ALBA hanno ritirato gli ambasciatori dall’Honduras

JR - I paesi membri dell’ALBA hanno emesso una dichiarazione al termine del Vertice straordinario che si è svolto a Managua, la capitale del Nicaragua, ed hanno annunciato la ritirata dei loro ambasciatori dall’Honduras, come mostra della condanna del colpo di Stato che è avvenuto domenica 28 in questo paese centroamericano.

I paesi dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) esigono che si ristabilisca immediatamente il presidente costituzionale dell’Honduras, Manuel Zelaya, ed hanno accordato di ritirare i loro ambasciatori sino a quando Zelaya non ritornerà dal suo popolo e di ridurre l’attività diplomatica, come si legge nella dichiarazione firmata dai membri, a Managua.

Inoltre è stato accordato di  riconoscere nei loro paesi solo i diplomatici nominati da Zelaya ed hanno chiesto alle altre organizzazioni, come SICA, CARICOM, la ONU e il Gruppo de Río, di sommarsi a questo  atteggiamento.

Il testo, letto dal ministro degli esteri dell’Ecuador,Fander Falconi, recita che i paesi membri dell’ALBA si mantengono in allarme permanente ed ricordano i capitoli  due e tre della Costituzione dell’Honduras .  L’ultimo dice che nessuno deve obbedienza ad un governo usurpatore ed esiste il diritto all’insurrezione contro coloro che hanno preso il potere con la forza delle armi.

Il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, ha definito la riunione “una rapida risposta”, ed ha affermato che i paesi dell’ALBA manterranno un’attenzione permanente per valutare le azioni che permetteranno la restituzione dell’incarico al presidente costituzionale dell’Honduras, Manuel Zelaya, come dice il testo.

Sulla decisione dei paesi dell’Alba, Chávez  ha detto che: “La decisione di ritirare i nostri ambasciatori in Honduras  è giusta  e ci riserviamo altre azioni  e ricordiamo la Costituzione dell’Honduras, che segnala il diritto alla ribellione dei popoli”.

“Lo diciamo ai golpisti in Honduras, che i popoli dell’ALBA siamo disposti ad appoggiare un’insurrezione costituzionale, perchè nessuno deve obbedienza agli usurpatori”.

Chávez ha chiamato l’esercito e i soldati dell’Honduras a non spargere il sangue del loro stesso popolo

http://www.granma.cu/italiano/2009/junio/mar30/reiteran.html

Internazionalismo:in Peru'vittoria indios amazzonici/Come i nordcoreani vedono la-crisi nucleare-

                              

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Vittoria dei popoli amazzonici

 

di Raúl Zibechi - La Jornada

Dopo tre anni di forte mobilitazione, i popoli dell’Amazzonia peruviana sono riusciti a respingere la repressione di uno dei governi più destroidi dell’America Latina, riscuotere il consenso nazionale ed internazionale, e a far retrocedere i progetti di privatizzazione del polmone del pianeta.

Il 9 aprile 2009 sono iniziate le agitazioni con il blocco delle strade e dei condotti che trasportano gas e petrolio all’estero. Il 5 giugno la lotta ha affrontato la militarizzazione e il massacro della popolazione di Bagua, presso la frontiera con l’Ecuador.

Dopo il massacro, il governo di Alan Garcia ha cominciato a fare retromarcia con alcuni dei decreti (DL) più controversi. Prima è stata sospesa l’applicazione dei DL 1090 e 1064 per 90 giorni da parte del Congresso, dominato dall’APRA e dai seguaci dell’ex dittatore Alberto Fujimori. Il 1090, Legge Forestale e Fauna Silvestre, lascia fuori dal regime forestale 45 milioni di ettari, cioè il 64 % dei boschi peruviani, rendendoli vendibili alle multinazionali. Il 1064, Regime Giuridico sullo sfruttamento della terra per uso agrario, cancella il necessario accordo delle comunità amazzoniche circa progetti imprenditoriali sull’Amazzonia.

Giorni dopo, a fronte della ferrea volontà dei popoli amazzonici di proseguire la loro lotta e di intensificare le azioni, il presidente del Consiglio dei Ministri, Yehude Simon, si è impegnato a derogare i decreti e ha annunciato l’abrogazione dello stato di assedio a Bagua. Lunedì 15, durante un incontro con rappresentanti indigeni nella provincia di Chanchamayo, ha chiesto scusa ai popoli amazzonici garantendo che il governo non porrà veti all’Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Peruviana (AIDESEP).

Simon è il paradigma del guerrigliero convertitosi in uomo di Stato. Negli anni 80 fu un attivo simpatizzante del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA), e fu arrestato durante il regime di Fujimori. E’ passato al servizio delle multinazionali che cercano di appropriarsi dei beni comuni: acqua, biodiversità, risorse minerarie, legno e idrocarburi. Ora si sta scontrando con gli stessi che limitarono l’espansione del MRTA e di Sendero Luminoso verso la foresta, i popoli che difendono i loro territori.

Afferma Hugo Blanco nell’articolo più recente di Lucha Indígena: “Forse il maggior risultato di queste giornate di lotta è l’aver reso visibili queste nazionalità, e l’aver tessuto legami fra diversi settori del paese, tanto divisi e perciò dominati. Difendendo l’Amazzonia difendono la vita di tutta l’umanità; il non cedere agli inganni del governo significa riscrivere la storia, recuperando per tutti il senso della parola dignità”.

Le grandi manifestazioni e gli scioperi di massa verificatesi l’11 giugno, tra cui 30 mila manifestanti a Lima, la maggiore mobilitazione dagli ultimi giorni del regime di Fujimori, esprimono la solidarietà con i popoli amazzonici e l’isolamento del governo di Garcia. Gli appelli di decine di organizzazioni internazionali, comprese alcune delle Nazioni Unite, dimostra che la solidarietà supera le frontiere.

Non è servito a nulla lo stratagemma del presidente peruviano di incolpare Bolivia e Venezuela delle proteste. Non ha solo accusato gli amazzonici di terrorismo, ma ha pure accusato quei paesi di voler impedire che il Perù estragga il petrolio e diventi così un competitore.

I suoi argomenti sono stati polverizzati dalle mobilitazioni. I popoli amazzonici sono riusciti ad ottenere un tavolo di dialogo senza fermare la lotta. Quando il Gruppo Nazionale di Coordinamento per lo Sviluppo dei Popoli Amazzonici, alla presenza della Chiesa Cattolica, delle comunità e della Difesa del Popolo, il governo è riuscito solo ad ottenere l’apertura della strada sul percorso La Merced - La Oroya - Lima.

Questa lotta insegna anche un’altra cosa, non importa la quantità, ma la potenza. I popoli amazzonici organizzati nel AIDESEP sono circa 300 mila persone appartenenti a 350 comunità, in un paese che supera i 28 milioni di abitanti. Senza dubbio la giustezza della loro causa e la solida decisione comunitaria di lottare fino alla fine, facendo trincee del loro territorio e scudi dei loro corpi, sono riusciti a frenare la macchina da guerra statale e a riscuotere simpatia in tutto il paese. Hanno dimostrato che non lottano per negoziare, per ottenere qualche beneficio locale, ma per salvare la loro vita e impedire che la natura sia trasformata in merce.

Hanno dimostrato che quando si lotta per la sopravvivenza, per continuare a essere popoli, non valgono calcoli di costi e benefici, quei calcoli che hanno portato alla crisi etica e politica di buona parte dalle sinistre istituzionali. Un percorso molto simile a quello che mesi prima hanno già percorso i nasas colombiani, che hanno fatto la Marcia per la Vita, per impedire che il Trattato di Libero Commercio (TLC) con gli USA li seppellisca come popolo, trasformando i loro boschi in monocolture per biocombustibili. Queste lotte richiedono un dibattito necessario sullo sviluppo e i beni comuni, che qualche governo autoproclamatosi progressista, come quello del Brasile, dovrebbe tenere ben presente se non vuole diventare il carnefice dell’Amazzonia e dei suoi popoli.

Fonte –

 http://www.jornada.unam.mx/2009/06/19/index.php?section=opinion&article=022a1pol

                                     

Come i nordcoreani vedono la “crisi nucleare

di Deirdre Griswold

Ecco come i nordcoreani guardano alla situazione attuale tra la Repubblica popolare democratica di Corea e gli Stati Uniti, sulla base di un colloquio con un membro del principale partito di quel paese, il Partito dei Lavoratori di Corea.

Il popolo coreano vuole vivere in pace, più di chiunque altro. Il nostro paese ha più volte vissuto gli orrori della guerra. Non è un'astrazione per noi, un qualcosa che si gioca sugli schermi dei computer. Ogni famiglia coreana è stata toccata dalla guerra.

Oggi, nel momento in cui non c'è più l'Unione Sovietica o un blocco di paesi socialisti, la Guerra fredda prosegue per la Corea. Il suo obiettivo è la Repubblica popolare democratica di Corea. La Corea del Sud è una colonia dell'imperialismo degli Stati Uniti, e lo è da quando le truppe statunitensi vi si sono installate dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale. Hanno occupato la Corea del Sud nel 1945 con il pretesto di disarmare le truppe giapponesi, ma il loro vero obiettivo era quello di prendere tutta la Corea e di trasformarla in una testa di ponte per il dominio dell'Asia.

Dal 1910 al 1945, la Corea è stata una colonia del Giappone. Gli Stati Uniti, quando è stata ora di istituire un governo di occupazione nel sud, si sono affidati su chi aveva collaborato con il regime giapponese . Ciò nonostante, sono stati i combattenti della resistenza contro il Giappone che hanno costituito la Repubblica popolare democratica della Corea del nord.

Per cinque anni, gli Stati Uniti si sono preparati ad un conflitto in Corea, che scoppiò poi il 25 giugno del 1950. Dal 1950 al 1953, per la guerra gli Stati Uniti hanno impegnato un terzo delle loro forze di terra, un quinto della forza aerea e la maggior parte della flotta del Pacifico. Insieme alle truppe dai paesi satelliti e dell'esercito sudcoreano, che comprendeva i resti del vecchio esercito imperiale giapponese, un totale di più di 2 milioni di soldati sono stati scagliati contro la Repubblica popolare democratica di Corea. Gli Stati Uniti hanno utilizzato 73 milioni di tonnellate di materiale bellico - 11 volte di più rispetto alla guerra nel Pacifico - e speso 165 miliardi di dollari, una somma enorme per quei tempi.

La Repubblica popolare democratica di Corea esisteva solo da due anni quando è iniziata la guerra. Era principalmente un paese agricolo, con risorse materiali e militari limitate.

Tuttavia, contrariamente a tutte le loro aspettative, gli Stati Uniti non furono in grado di vincere la guerra e subirono grandi perdite. I combattimenti si interruppero nel 1953 dopo un armistizio, o di cessate il fuoco. Venne istituita una zona demilitarizzata tra nord e sud, al di là della quale gli Stati Uniti conservarono più di 40.000 soldati pronti a riprendere il conflitto.

Da allora, non vi è stato alcun accordo di pace tra i due paesi. Anche se i coreani hanno tentato molte volte di porre i colloqui di pace all'ordine del giorno, gli Stati Uniti hanno rifiutato. Ciò significa che la guerra potrebbe essere ripresa in qualsiasi momento. Fin dalla sua fondazione nel 1948, la Repubblica popolare democratica di Corea è stata esposta alla minaccia di un attacco nucleare da parte degli Stati Uniti.

Il popolo coreano è molto orgoglioso della sua storia di lotta contro la dominazione straniera. Siamo orgogliosi della nostra indipendenza e determinati a sviluppare il nostro paese in base ai nostri desideri, su un percorso socialista, non in una direzione dettataci dall'esterno.

E' a causa di queste infinite minacce di un'altra guerra in Corea, che la Repubblica popolare democratica è determinata a sviluppare la propria difesa nucleare. Per questo ci è addebitata l'accusa di costituire una "minaccia per la pace nel mondo". Tale accusa è ridicola. Da quando gli Stati Uniti hanno aperto l'era degli esperimenti nucleari nel 1945, ci sono stati 2.054 test di armi nucleari. Tutti questi, tranne una manciata, sono stati effettuati dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Soltanto due fra questi 2.054 test sono stati effettuati dalla Corea del Nord, e questi sono i fatti su cui deve basarsi il Consiglio di Sicurezza per le sanzioni.

Questo dimostra l'alto grado di imposizione e l'unilateralismo degli imperialisti e delle grandi potenze contro le nazioni più piccole. Non c'è giustizia. Le nazioni piccole e deboli devono sottostare alle grandi potenze.

Ma oggi, nessuna nazione vuole essere trattata così. In seno alle Nazioni Unite, la Repubblica popolare democratica di Corea ha dato vita ad una vigorosa protesta. Faremo quanto è necessario per difendere noi stessi, nonostante le eventuali sanzioni.

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www.resistenze.org

 

Palestina : Ecco i dati di Due anni di chiusura di Gaza

                                                                                                                       

 

Ecco i dati  di Due anni di chiusura di Gaza

 

 

Giugno 2007 – giugno 2009 una frontiera chiusa. La limitazione degli approvvigionamenti

 

-         Quantità di beni a cui è consentito l'ingresso a Gaza, in base alla domanda: 25% (approssimativamente 2.500 tir al mese contro i 10.400 precedenti al giugno 2007)

 

-         Forniture di gasolio a cui è consentito l'ingresso a Gaza, in relazione al fabbisogno: 65% (2,2 milioni di litri alla settimana contro i 3,5 necessari per produrre elettricità)

 

-         Durata media dell'interruzione nell'erogazione di energia elettrica a Gaza: 5 ore al giorno

 

-         Numero delle persone senza accesso all'acqua corrente a Gaza: 28.000

 

Confronti e comparazioni

 

-          Numero delle voci dei beni alimentari di cui la risoluzione del Governo israeliano ha promesso l'ingresso a Gaza: illimitato

-          Numero delle voci dei beni alimentari che attualmente hanno il permesso di entrare a Gaza: 18

 

-          Ammontare della somma di denaro promesso per gli aiuti alla ricostruzione dalla Conferenza dei Donatori nel marzo 2009: 4,5 miliardi di dollari

-          Quantità di materiali per l'edilizia autorizzati ad entrare a Gaza: Zero

 

-          Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2007, anno in cui è stata imposto il blocco: 30%

-          Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2008: 40%

 

Niente sviluppo, niente prosperità, solo i beni “umanitari minimi” sono autorizzati all'ingresso

 

-         L'esercito israeliano consente l'ingresso della margarina in piccole confezioni singole ma non quello della margarina stoccata in grandi contenitori perchè potrebbe essere usata per l'industria (per esempio dalle aziende alimentari, producendo così posti di lavoro)

 

-         Il Governo israeliano ha chiarito l'interpretazione restrittiva al provvedimento del 22 marzo 2009, il quale autorizzava l'ingresso senza limitazioni di rifornimenti alimentari all'interno di Gaza e che il governo “non intende rimuovere le restrizioni imposte precedentemente all'entrata di cibo e rifornimenti in Gaza”. Traduzione: le forniture alimentari continuano ad essere limitate.

 

-         Tra prodotti alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: Halva (dolce a base di pasta di semola), te e succhi di frutta.

 

-         Tra beni non alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: palloni da calcio, chitarre, carta, inchiostro.

 

Un popolo in trappola

 

-         Numero di giorni in cui il valico di Rafah è stato aperto per un traffico regolare: Zero

 

-         Numero di persone ogni mese non in grado di attraversare Rafah: 39.000

 

-         Criterio per il passaggio al valico di Erez: casi umanitari eccezionali

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                www.resistenze.org

 

MAURICIO FUNES FSLN : LA SPERANZA DI EL SALVADOR

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                                                     Gennaro Carotenuto
                                                         (02 giugno 2009)
   

         Mauricio Funes ha giurato ed è entrato in carica come nuovo presidente di El Salvador: “il popolo vuole il cambio e il cambio comincia adesso e vuol dire sconfiggere la povertà, il conservatorismo, la marginalità, la disperazione e la mancanza di prospettive per la gioventù”. È un momento storico nel piccolo paese centramericano che cerca, per la prima volta in pace e democrazia, la propria via alla giustizia sociale. E attaccando i governi neoliberali del passato Funes ha dato inizio nel nome di Oscar Romero al suo mandato che avrà come primo obbiettivo l’inclusione della cittadinanza, la crescita dello stato sociale e la modernizzazione della nazione.

El Salvador è uno dei più piccoli e densamente popolati paesi del mondo e del continente. Grande come la Toscana, è abitato da 8 milioni di persone. L’eredità della guerra civile, degli squadroni della morte e di ulteriori vent’anni di disastro neoliberale è ancora pesantissima, segnata dall’ingiustizia sociale, disoccupazione, violenza urbana a livelli altissimi, emigrazione.

A cambiare il paese ci prova adesso Mauricio Funes, un giornalista che è il primo non guerrigliero alla testa del Frente Farabundo Martí (FMLN). Prima della cerimonia di giuramento, dove tutto il popolo dell’FMLN ha intonato i canti tradizionali della forte sinistra rivoluzionaria salvadoregna, tra i quali “El pueblo unido jamás será vencido” dei cileni Quilapayún, si è recato nella cripta della cattedrale di San Salvador, a rendere omaggio alla tomba di Oscar Romero, il vescovo assassinato dagli squadroni della morte del partito di destra ARENA nel 1980 al quale in maniera simbolica Funes dedica il suo mandato.

Classe 1959, volto televisivo del paese, non aveva militanza politica durante la guerra civile ma durante e dopo si distinse per denunciare corruzione e violenza come giornalista fino ad essere licenziato dal canale privato per il quale lavorava e vedersi fare terra bruciata intorno da tutti i media del paese allineati col potere politico ed economico tradizionale.

Nel suo discorso d’insediamento Funes ha chiarito una volta di più quelli che considera i suoi due principali alleati per un nuovo inizio in Salvador: il presidente brasiliano Lula da Silva e quello statunitense Barack Obama. In particolare il primo è il punto di riferimento privilegiato: economia di mercato e rassicurazioni agli investitori stranieri che il Salvador non rischia una deriva alla boliviana, ecuadoriana e venezuelana. Lo farà, ha dichiarato, con un piano di emergenza che, partendo dalla banca pubblica, dovrebbe fomentare soprattutto la microimpresa e creare 100.000 posti di lavoro in 18 mesi.

Nonostante la moderazione della figura e del programma di Funes e l’eterodossia del personaggio, il suo insediamento è un momento storico per la sinistra, per El Salvador e per l’intera regione centroamericana. Gli oligarchi che hanno malgovernato il paese durante tutto il corso della sua storia, che giustiziarono Agustín Farabundo Martí nel 1932 e mezzo secolo dopo assassinarono sull’altare Oscar Romero e hanno imposto anche dopo la pace di Chapultepec del 1992 e fino a ieri la lunga notte neoliberale, sempre appoggiati e manovrati dagli Stati Uniti per quanto orrendi fossero i crimini da questi commessi e intollerabile la corruzione e il malgoverno, per la prima volta non sono più al potere. Quella che porta al governo Mauricio Funes è pertanto una straordinaria vittoria dei settori popolari coscienti di El Salvador e del Frente Farabundo Martí la perseveranza e la dignità del quale nel sapersi trasformare da guerriglia in forza politica è da considerare un esempio. Adesso per il Pollicino d’America viene la prova del governo.

fonte www.gennarocarotenuto.it