Internazionalismo militante

Non siamo solo sostenitori di Cuba e la sua rivoluzione , nello spirito del"CHE" sosteniamo e diffondiamo l'altra informazione sui movimenti di liberazione che lottano contro l'oppressione imperialista nel mondo, dalla Palestina , al Chiapas, al Farc in Colombia,al PKK,............. su Cuba vedi: http://associazionecubarriva.leonardo.it/blog........“lasciatemi dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti dÂ’amore. è impossibile pensare a un rivoluzionario autentico privo di questa  qualità Â… Bisogna lottare tutti i giorni perché questo amore per lÂ’umanità si trasformi in atti concreti, in atti che servono di esempio, di mobilitazione” “Ernesto CHE Guevara”

Intervista a Khalida Jarrar del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. (FPLP)

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Khalida Jarrar è membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e del Consiglio Legislativo Palestinese [parlamento dell’ANP, NdT]

 

di Enrico Bartolomei

 

 

Cominciamo dal parere del FPLP sull’amministrazione Obama e sul nuovo governo israeliano. Pensa che la nuova amministrazione americana porterà qualche cambiamento al conflitto israelo-palestinese?

 

Noi non riteniamo che i singoli possano fare molto per la politica di un paese. Credo che Obama non porterà alcun cambiamento sostanziale, almeno per quanto riguarda la politica estera americana. Stiamo parlando di politiche istituzionali e non di quelle dei singoli. Naturalmente, ogni presidente, ogni partito ha un approccio diverso sul modo di attuare la politica estera, e non ci saranno più le folli politiche come quelle portate avanti da Bush, ma Obama non può cambiare il sistema, e le contraddizioni sono all'interno del sistema stesso: il sistema economico capitalista, la visione imperialista che ha portato all’occupazione militare in Iraq e in Afghanistan.

 

Verso il Medio Oriente e, in particolare, riguardo la causa palestinese, parlano ancora di "processo di pace", che per noi non significa nulla. Non è un vero processo di pace e credo che la priorità per gli Stati Uniti ora sarà la crisi finanziaria ed i problemi economici all'interno del sistema capitalistico stesso. Pertanto, non siamo ottimisti, Obama non modificherà il sistema e, di conseguenza, per i palestinesi la situazione non cambierà di molto.

 

Riguardo il governo israeliano? Sembra al momento che non si impegnerà nella soluzione dei due Stati...

 

Il governo israeliano? Le elezioni dimostrano che il governo israeliano sta andando sempre più verso l'estrema destra. La novità è che Lieberman è riuscito ad ottenere un maggiore consenso ed una poltrona nel governo come ministro degli Esteri. Egli stesso rappresenta apertamente, ora a livello ufficiale, il razzismo, le politiche di pulizia etnica del governo israeliano nei confronti dei palestinesi. Sta aumentando il numero di insediamenti e delle demolizioni di case a Gerusalemme. Quindi, parlare o non parlare con loro? Io appartengo ad un partito che fin dall'inizio va dicendo che questo processo di pace non porterà a nessuna pace o giustizia per i palestinesi. Abbiamo chiesto di interrompere qualsiasi tipo di negoziazione con i governi israeliani, con questo in particolare. Noi non crediamo in un processo di pace sulla base dei colloqui personali, individuali, senza che si applichino autenticamente le risoluzioni internazionali relative alla causa palestinese ed il riconoscimento dei diritti fondamentali dei palestinesi. Io non parlo solo del diritto di creare uno Stato palestinese pienamente indipendente, ma anche del diritto all’autodeterminazione e del diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Non vi è alcuna necessità di discussioni o compromessi su tali diritti fondamentali inalienabili, che dovrebbero realizzarsi soltanto attraverso una conferenza internazionale sulla base del diritto internazionale e delle relative risoluzioni ONU.

 

Colloqui del Cairo: pensa che una qualche riconciliazione tra Hamas e Fatah sia realistica?

 

Sono pessimista sulla possibilità di una riunificazione. Non credo che ci siano delle reali trattative tra i due partiti in materia di riunificazione, ma colloqui individuali. Ciascun partito utilizzerà il suo potere per creare i meccanismi al fine di ottenere più potere e dominare l’area che già controlla. Pensiamo che ci debba essere una discussione, senza interferenze esterne e precondizioni, su come dovrebbe essere formato il nuovo governo. Come partiti politici palestinesi, noi abbiamo in comune la condizione di essere sotto un’occupazione: per questo dovremmo rispettarci a vicenda e utilizzare solo strumenti democratici per risolvere i problemi, invece di controllare le cose attraverso l'uso della forza. Abbiamo bisogno di tenere le elezioni, di cambiare la legge elettorale, per dare a tutti i partiti politici la possibilità di partecipare. Dobbiamo porre fine a questo terribile meccanismo per cui il feudo Hamas-Fatah, anche grazie alle interferenze esterne, controlla ogni cosa.

 

Un numero crescente di critici e dissidenti verso la dirigenza dell’Autorità Palestinese (AP) sta diventando un obiettivo per l'apparato di sicurezza dell'AP in Cisgiordania. Pensa che l'AP stia diventando sempre più autoritaria e le sue forze di sicurezza militarizzate? E cosa pensa del loro coordinamento con gli israeliani?

 

Questo aspetto è parte dell’accordo della Road Map. Rifiutiamo categoricamente il coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e israeliane e pensiamo che debba essere immediatamente interrotto. Tutte le forze di sicurezza dovrebbero aiutare i palestinesi nella loro lotta e difendere i diritti dei propri cittadini, invece di collaborare con l'occupante. Questa è una delle questioni ora sul tavolo del dialogo. Siamo contrari a qualsiasi tipo di forze di sicurezza legate ai partiti politici, come è adesso in Cisgiordania e Gaza. Sono molto preoccupata per la violazione dei diritti umani dei palestinesi: sia in Cisgiordania che a Gaza ci sono prigionieri politici, omicidi, chiusure delle istituzioni del partito rivale. A Gaza, Hamas non permette a Fatah di tenere la normale attività politica e, a parti invertite, accade la stessa cosa in Cisgiordania. Le prime vittime di queste politiche sono i diritti umani degli stessi palestinesi.

 

L'Autorità Palestinese continua a ritenere che i negoziati di pace siano il modo migliore per raggiungere la pace e la giustizia per i palestinesi. Pensa che l’ANP rappresenti gli interessi del popolo palestinese?

 

Appartengo ad un partito che si è opposto al cosiddetto processo di pace sin dall'inizio. Non siamo d'accordo con il percorso dei negoziati isolati e continui e chiediamo che l’AP ponga fine a questa politica che non porta da nessuna parte. Noi vediamo che Israele usa i negoziati di pace come uno strumento e una copertura per le sue azioni sul terreno, per le costanti aggressioni ed attacchi contro i palestinesi e la loro terra.

 

C'è la necessità di un'altra forma di rappresentanza per i palestinesi? L’OLP non è forse sorpassato dai tempi?

 

Non abbiamo bisogno di creare un’altra istituzione. Noi vediamo l'OLP come una rappresentanza politica dei palestinesi dentro e fuori la Palestina ed il simbolo della loro lotta. L’ANP non rappresenta tutti i palestinesi, la maggior parte dei quali sono i rifugiati all’estero, dovrebbe solo essere un’istituzione che aiuta i superstiti palestinesi sotto occupazione. Quindi, abbiamo bisogno di una rappresentanza politica: ritengo che si debba salvare l'OLP riformandolo. Prima di tutto una politica di revisione è necessaria: dobbiamo imparare dalla lezione del passato e fermare la politica dei negoziati e degli accordi di pace vani. In secondo luogo, ci deve essere una riforma democratica all'interno della stessa OLP. Elezioni per un Consiglio Nazionale Palestinese [il parlamento dell’OLP, NdT] dovrebbero essere tenute in modo da dare a tutto il popolo palestinese la possibilità di essere adeguatamente rappresentato. Da queste elezioni saranno creati un Comitato Centrale e un Comitato Esecutivo.

 

Vede, un altro aspetto del conflitto tra Hamas e Fatah è la questione della rappresentanza: Fatah non vuole che Hamas entri nell'OLP al fine di mantenerne l'egemonia. Al contrario, Hamas vuole avere una forma alternativa di rappresentanza, perché ha vinto le elezioni. Noi vediamo nell’OLP la casa di tutti i palestinesi e uno strumento di rappresentanza nella lotta per l'autodeterminazione.

 

Parliamo della sinistra palestinese. Può una sinistra divisa rappresentare una terza via realistica tra Hamas e Fatah?

 

Le critiche alla frammentazione dei partiti di sinistra sono giuste: essa è fonte di grande debolezza. Noi riteniamo che la sinistra debba essere unificata. Non sto parlando di un nuovo partito o di una immediata riunificazione, ma di una coalizione di tutti i gruppi di sinistra e progressisti, delle organizzazioni di base e dei singoli intorno ad una piattaforma politica minima. Questo potrebbe essere il primo passo di un processo che conduca verso una sinistra unitaria. In caso contrario questa situazione, in cui Hamas e Fatah controllano tutto, ci accompagnerà per lungo tempo. Solo se i partiti palestinesi di sinistra e democratici, insieme con le singole persone, si unificano in una coalizione, la sinistra può rappresentare una terza via. Stiamo lavorando su questo. In alcuni consigli studenteschi si sono già tenute già tenute elezioni unitarie, i movimenti femminili di sinistra stanno discutendo un documento per formare una coalizione ...

 

Quali sono gli ostacoli concreti all'unificazione della sinistra?

 

I principali ostacoli sono di carattere politico. Per esempio abbiamo opinioni diverse sul processo di pace: alcuni partiti sono d'accordo con gli accordi di Oslo, la Road Map, ecc. Tuttavia, come ho detto prima, questo non deve impedirci di trovare un accordo su una agenda politica minima.

 

Mi sembra che i gruppi di sinistra in generale, e il FPLP, siano di fronte ad una crisi di consenso nella società palestinese: Perché? Dove è andata la sinistra? Cosa state facendo per essere più presenti e visibili nella società civile palestinese (organizzazioni non governative, organizzazioni di base, movimenti popolari)?

 

Questa è la sfida: nessun partito politico di sinistra può fare molto da solo. Ora i gruppi di sinistra si trovano ad affrontare una situazione difficile: non abbiamo potere, né denaro, né sostegno internazionale. Anche nel mondo arabo, i gruppi islamici fanno la parte del leone. Ci troviamo di fronte a problemi interni, come quello economico. Siamo partiti poveri e, se si vogliono aumentare i programmi sociali, si ha bisogno dei soldi per farlo. Come si può competere con Hamas, che ha infrastrutture e fondi in gran quantità? La gente non vuole solo parole, ma azioni sul piano sociale.

 

Abbiamo anche bisogno di poter contare sull’aspetto volontario. Qui si pone la domanda: come incoraggiare il volontarismo quando si devono affrontare così tanti ostacoli geografici? A livello internazionale, soprattutto dopo il crollo dell'Unione Sovietica, abbiamo perduto il sostegno, la copertura, e qualsiasi tipo di protezione. Ci sentiamo vulnerabili: se si dice di essere un membro del FPLP, si finisce in carcere il giorno stesso. Ma la sua critica è giusta, dobbiamo rivedere la nostra politica, tornare nei movimenti di base, essere più presenti...

 

... come nella resistenza popolare nonviolenta contro il Muro...

 

Abbiamo già condiviso le attività a Bil'in, Ni'lin, al-Ma'sara, siamo dentro questi comitati popolari.

 

Avete rapporti con il movimento israeliano e internazionale contro l’occupazione?

 

Noi pensiamo che la nostra lotta nazionale abbia bisogno del sostegno attivo del movimento di solidarietà internazionale. Per quanto riguarda i movimenti israeliani, noi chiediamo a loro il pieno riconoscimento dei diritti palestinesi...

 

Non crede che sia giunto il momento per il FPLP di indirizzare maggiori energie alle lotte di base e popolari, e di attribuire meno importanza al confronto militare?

 

Il FPLP crede in tutti i tipi di resistenza e, naturalmente, la principale è la resistenza popolare (il boicottaggio delle merci, il boicottaggio accademico e culturale, le manifestazioni pacifiche contro il muro e gli insediamenti). Nessun partito sostiene solo la resistenza militare. La lotta armata può essere condivisa solo da singoli individui, e si modifica a seconda della situazione, ma la lotta popolare è la parte più grande e ad essa può unirsi moltissima gente. Non critichiamo in linea di principio la resistenza armata, perché siamo di fronte ad una occupazione per niente benevola, bensì ad un’occupazione militare. Concordo sul fatto che si dovrebbe aumentare la nostra resistenza popolare contro il muro, gli insediamenti, ecc. C'è un collegamento tra i due tipi di resistenza.

 

Forse non è il momento giusto per una terza Intifada, anche vedendo che la reazione in Cisgiordania durante l'attacco israeliano su Gaza non è stata così forte come ci si sarebbe potuto aspettare...

 

La reazione non è stata forte a causa del ruolo svolto dalle forze di sicurezza palestinesi e perché, e questo è il motivo principale, siamo divisi a livello nazionale. Vede, l'Intifada ha bisogno di leader, ma non abbiamo leader. Ha bisogno di essere unitaria, ma non c'è la minima unità. Penso che il momento per una terza Intifada verrà, il popolo non aspetterà il peggioramento senza fine dell’occupazione, ma ora la priorità è quella di essere uniti come palestinesi.

 

Il FPLP è un partito laico e marxista ma avete posizioni politiche molto più vicine ad un partito religioso come Hamas piuttosto che agli altri partiti laici. Come spiega questa contraddizione?

 

Non credo che politicamente siamo così vicini ad Hamas. Ad esempio, critichiamo il suo approccio politico e la sua convinzione su un cessate il fuoco a lungo termine come modo per porre fine all’occupazione. Ci sono delle similitudini, naturalmente: siamo entrambi contro gli accordi di Oslo, la Road Map, la trappola dei negoziati di pace. E come per altri movimenti rivoluzionari, per esempio in America Latina, possono esserci in alcuni momenti storici alcuni tipi di rapporti tra marxismo e religione. Dobbiamo definire la fase in cui ci troviamo per stabilire le priorità: come palestinesi, ci troviamo di fronte ad una lotta nazionale e democratica. Si deve guardare all'agenda politica in relazione all’occupazione: ora la nostra lotta nazionale unitaria deve essere la priorità, altre volte le questioni sociali e democratiche saranno in cima all'agenda politica. Prima di tutto, penso che si debba lavorare per creare un fronte nazionale unitario tra tutti i partiti per far cessare immediatamente l’occupazione.

 

                                                      www.resistenze.org

 

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Evo Morales esorta a difendere l'unità della Bolivia/Evo Morales llama a defender la Bolivia.

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L'Avana. 26 Maggio 200

Evo Morales esorta a difendere l’unità della Bolivia

SUCRE, Bolivia – Il presidente boliviano, Evo Morales, ha esortato a difendere l’unità del paese e a consolidare la rivoluzione democratica e culturale per porta avanti insieme al popolo, ha informato l’agenzia PL.

Dobbiamo affrontare i nemici, sia quelli esterni che quelli interni, ha detto Morales, intervenendo alla manifestazione centrale in omaggio ai 200 anni della Rivoluzione del 25 maggio 1809, considerata il primo grido di libertà d’America.

Ha chiesto ai boliviani di difendere il paese, come fecero Tomas Katari, Tupac Katari e Juana Azurdy, ognuno nel suo momento.

Il capo di Stato ha enfatizzato che il popolo che dimentica le sue lotte e la sua storia non ha coscienza del suo destino.

Ha sostenuto anche il progresso nel recupero delle risorse naturali, la protezione della Madre Terra e l’incremento dell’industrializzazione, ma con un uso razionale delle fonti e non come fanno le imprese capitalistiche.

L’atto di commemorazione si è svolto nel municipio di El Villar, a 35 chilometri da Sucre, dove si sono riunite migliaia di contadini e di rappresentanti dell’organizzazioni sociali, oltre alle autorità politiche e militari della nazione andina.

La cerimonia ha avuto come sede il quartiere generale della guerriglia che, tra il 1809 ed il 1825, lottò contro la Spagna, liberando l’attuale territorio della Bolvia. (Traduzione Granma)

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La Habana, 26 de mayo de 2009

Evo Morales llama a defender
la unidad de Bolivia

SUCRE, Bolivia, 25 de mayo.–– El presidente boliviano, Evo Morales, llamó hoy aquí a defender la unidad del país y a consolidar la revolución democrática y cultural que lleva adelante junto al pueblo, informó PL.

Tenemos que enfrentar a los enemigos, tanto a los de afuera como a los de adentro, dijo Morales al intervenir en el acto central en homenaje a los 200 años de la Revolución del 25 de mayo de 1809, considerada el primer grito libertario de América.

Pidió a los bolivianos defender al país, tal y como lo hicieron Tomás Katari, Tupac Katari y Juana Azurduy, cada uno en su momento.

El jefe de Estado enfatizó que el pueblo que olvida su lucha y su historia no tiene conciencia de su destino.

Igualmente, respaldó el avance en la recuperación de los recursos naturales, el cuidado de la Madre Tierra y el incremento de la industrialización, pero con un uso racionalizado de las fuentes, y no como lo hacen las empresas capitalistas.

El acto de homenaje a la efeméride tuvo lugar en el municipio de El Villar, a 35 kilómetros de Sucre, donde se congregaron miles de campesinos y representantes de organizaciones sociales y autoridades políticas y militares de la nación andina.

La ceremonia tuvo por sede el cuartel general de la guerrilla que entre 1809 y 1825 combatió a España y liberó el actual territorio de Bolivia.

 

GLI UOMINI NERI (nazifascisti)Bolivia-Croazia-Italia connection

 

L'Avana. 23 Maggio 2009

GLI UOMINI NERI (nazifascisti)

Bolivia-Croazia-Italia connection

Le reti del terrorismo neofascista ancora operative. Quando è giunta la notizia che le forze di sicurezza boliviane avevano  smantellato una rete terroristica che intendeva uccidere il presidente Evo Morales e il vice presidente Garcia Linera, l’attenzione è andata subito sulla composizione di questa rete. In essa vi compaiono mercenari e neofascisti europei o boliviani di origine croata. Una ricerca più approfondita su quello che appare il “capo” del gruppo liquidato in un hotel di Santa Cruz – da anni regione praticamente in mano alla destra più  violenta e reazionaria – porta direttamente ad incrociare i dati con i gruppi mercenari e neofascisti che hanno combattuto al fianco dei gruppi fascisti croati nella guerra di secessione che ha insanguinato la Jugoslavia negli anni ‘90.

Questi due fattori così lontani geograficamente- Bolivia e Croazia – hanno visualizzato un denominatore comune che coinvolge anche l’Italia e le reti neofasciste che hanno animato la “guerra a bassa intensità” anticomunista dagli anni Sessanta in poi e che oggi godono di posizioni di potere e di risorse assicurate dal nuovo quadro politico italiano.

Le forze antifasciste in Italia non possono dunque rimanere indifferenti di fronte alla gravità dei fatti rivelati da quanto accade in Bolivia. Non solo per la simpatia e la solidarietà verso il primo presidente indigeno nella  storia recente dell’America Latina e della Bolivia o per il processo democratico e popolare che la nuova Costituzione boliviana sta realizzando. Quanto accaduto in Bolivia concretizza agli occhi dell’opinione pubblica l’esistenza ancora attiva di quella rete terroristica neofascista che ha insanguinato con attentati e stragi anche la storia recente dell’Italia e che ha trovato storicamente rifugio e complicità proprio negli ambienti della destra boliviana che oggi si oppone violentemente al cambiamento democratico in corso in Bolivia.

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CHI SONO GLI UOMINI NERI IN BOLIVIA

La storia di Eduardo Rosza Flores, uno dei tre mercenari uccisi dalle forze di sicurezza boliviane dopo un violentissimo scontro a fuoco, è rivelatrice di scenari inquietanti che collegano i gruppi eversivi in America Latina con reti analoghe anche in Europa.

Eduardo Rosza Flores nasce in Bolivia nel ’60 da padre ebreo comunista ungherese e madre cattolica boliviana, dopo un passaggio in Cile e uno in

Svezia, a 14 anni ritorna in Ungheria. A Budapest finisce gli studi e si arruola. Si specializza militarmente in Unione Sovietica, ma dopo meno di due anni si dimette. «Niente di più noioso che fare il soldato in tempo di pace», spiegherà. Vivrà per un periodo in Israele «alla ricerca delle radici».

Nel ‘91 Flores era corrispondente per il quotidiano spagnolo Vanguardia e il giornale di Barcellona lo mandò a seguire gli albori del conflitto yugoslavo. Osservò due cose. «Che mi trovavo meglio con i soldati croati che con i miei colleghi» e che «i serbi sparavano deliberatamente sui giornalisti».Si licenziò con un telegramma. È entrato a far parte della Guardia Nazionale Croata, diventandone il primo volontario estero. Qualche tempo dopo gli fu affidata la formazione della Prima Unità Internazionale dell’esercito croato. Ottenne il grado di colonnello e per ordine personale del presidente croato Tujman è diventato cittadino della Croazia.


 

 

NEWS : Israele costruisce nuovo Muro / Studenti Firenze picchiati con rabbia da POLIZIA "fascista"

 

Chiusi dentro: Israele costruisce un altro muro

Cristian Elia - Peacereporter

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14-05-2009/13:16 --- E' partita, dopo due anni di progetti, la costruzione del nuovo muro voluto dal governo israeliano. Questa volta non in Cisgiordania, ma al confine con l'Egitto. Il primo tratto, realizzato dai tecnici dell'80esima divisione del Comando meridionale dell'esercito israeliano sarà lungo circa 40 chilometri, di rete metallica e filo spinato, dal valico di Kerem Shalom fino alla città israeliana di Nitzana.

Lo rivela oggi il quotidiano israeliano Jerusalem Post, citando fonti militari israeliane. Secondo il quotidiano, il confine con l'Egitto rappresenta una spina nel fianco del controllo delle frontiere d'Israele e i duecento chilometri di confine tra i due paesi rappresentano il passaggio di contrabbandieri, migranti e terroristi. In particolare, negli ultimi mesi, alcune indagini dei servizi segreti egiziani hanno portato all'individuazione di cellule attive nel deserto del Sinai di guerriglieri di Hezbollah, la milizia sciita filo iraniana. ''Il confine di Gaza è chiuso ermeticamente dopo l'operazione Piombo Fuso ed è per questo che siamo preoccupati che i terroristi possano provare a infiltrarsi attraverso il confine con l'Egitto'', sostengono le fonti del Jerusalem Post.

Un nuovo muro è dunque nato a chiudere dentro gli israeliani. Il progetto originale ha visto la luce nel 2005, quando Ariel Sharon, all'epoca primo ministro, elaborava il ritiro dalla Striscia di Gaza dei coloni e dei militari d'Israele. I servizi segreti israeliani, da sempre, ritengono che tra Gaza, il Sinai e Israele si corra il rischio di veder proliferare una sorta di 'triangolo del terrorismo', ma la costruzione del muro era stata rinviata sia per i costi proibitivi sia perché alla fine i razzi Qassam lanciati dall'interno della Striscia continuavano a essere il pericolo più concreto.

Il progetto originale, rilanciato nel 2007 dall'allora direttore generale del gabinetto del primo ministro, Ràanan Dinur, alla commissione esteri della Knesset (il parlamento) prevedeva che la costruzione del muro, senza dividerne le spese con gli egiziani, sarebbe costato allo stato ebraico fino a 3 miliardi di shekel, pari a circa 530 milioni di euro. Spesa che solo impellenti ragioni di sicurezza potevano rendere giustificabile.

Adesso, però, la costruzione della barriera è iniziata. Dalle prime informazioni sembra che la tipologia sia molto differente dal muro che Israele costruisce dal 2002 ben oltre la Linea Verde stabilita dalle Nazioni Unite nel 1967 in Cisgiordania. Non un muro di cemento, dotato dei più sofisticati sistemi di sicurezza, con torrette di guardia, ma una più spartana rete metallica di filo spinato dotata di sensori per captare qualsiasi movimento. Più che un impellente motivo di sicurezza, la ragione del via libera ai lavori risiede nelle politiche migratorie d'Israele. Il governo israeliano ha deciso di porre fine al flusso di migranti che dal Corno d'Africa e dal Sudan si dirigono verso Israele. Solo nell'ultimo anno sono decine i migranti assassinati dalla polizia di frontiera egiziana, che di concerto con Israele tenta di blindare quel confine. Ma i disperati in fuga da fame, guerre e povertà sono troppi per i brutali agenti egiziani. Adesso ci penserà il filo spinato a fermarli.

 

http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1324&Itemid=9

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LA POLIZIA ATTACCA GLI STUDENTI MEDI A COLPI DI CASCHI E MANGANELLI AL TERMINE DI UN CORTEO SPONTANEO

NUMEROSI FERITI E DENUNCIATI

                      

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Lunedì 11 a Firenze davanti al Liceo Michelangelo la Rete dei Collettivi Studenteschi Fiorentini aveva organizzato una "merenda autorganizzata" e un presidio contro la repressione nelle scuole e la soppressione degli spazi autogestiti.

Questo presidio era stato organizzato in seguito alla decisione del preside del Michelangelo, candidato a Firenze per il centro-sinistra nella lista di Renzi, di vietare alla Rete dei Collettivi di riunirsi nell'Aula Autogestita, nella quale da tempo si svolgevano le assemblee della Rete.
Questo atto del preside è solo uno degli ultimi tentativi di reprimere, criminalizzare ed isolare gli studenti della Rete dei Collettivi, gli unici a portare avanti a Firenze una lotta autorganizzata nelle scuole; già al Liceo da Vinci al Collettivo Studentesco Autonomo era stato proibito di riunirsi all'interno della loro scuola.

Il presidio di lunedì aveva portato in piazza circa 60 studenti, a dimostrazione del fatto che denunce, provvedimenti disciplinari, minacce ed atti repressivi fuori e dentro le scuole non sono riusciti in questi mesi ad isolare gli studenti della Rete, a bloccare la lotta autorganizzata.
Vista la presenza di decine di studenti al presidio, è partito dal Michelangelo un corteo studentesco spontaneo che ha attraversato il centro, fermandosi davanti alla prefettura per poi ritornare di fronte al Liceo.

Praticamente a fine corteo, a 200 metri dalla scuola, un agente della DIGOS ha aizzato l'antisommossa contro gli studenti che gli stavano urlando di smettere di filmare i manifestanti. Improvvisamente quindi gli studenti sono stati caricati prima a colpi dei caschi che ancora la polizia non aveva indossato e poi a colpi di manganello. Un ragazzo minorenne ferito gravemente al volto è stato ricoverato con gli zigomi rotti e lesioni ad un occhio, altri hanno dovuto far ricorso al pronto soccorso, alcuni sono stati fermati e portati in Questura.

Quanti sono riusciti a scappare si sono poi mossi, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia, sotto la Questura per chiedere il rilascio dei fermati e denunciare le violenze subite.

La polizia ha caricato di nuovo, c'è stata una sassaiola e poi una dura carica che ha disperso il presidio. Sono stati fermati e portati in Questura altri studenti che stavano scappando, presi dalla polizia che aveva dato il via ad una caccia all'uomo nelle strade circostanti.

Quanto è successo a Firenze lunedì è gravissimo, l'attacco della polizia a corteo ormai terminato e le cariche sotto la Questura confermano il ruolo repressivo e provocatorio delle forze dell'ordine, finalizzato ad isolare chi lotta.

Alcuni studenti sono finiti in ospedale, alcuni saranno denunciati per manifestazione non autorizzata, oltraggio, lesioni e danneggiamento. Ma non sono riusciti ad isolare, anzi, hanno solo rafforzato i legami di solidarietà tra le realtà studentesche, hanno mostrato qual è il vero mestiere delle forze dell'ordine.

Vorrebbero infliggere colpi duri agli studenti autorganizzati di Firenze, togliere loro ogni spazio di
azione politica, di autogestione e di intervento, metterli in ginocchio perché nel prossimo anno
scolastico non costituiscano più un problema. Questi attacchi, che non vanno a danneggiare solo la Rete ma tutti gli studenti fiorentini, possono esser respinti solo aprendo spazi di intervento là dove la repressione vorrebbe chiuderli,impedendo con la solidarietà attiva l'isolamento delle realtà studentesche in lotta.


da
Rete dei Collettivi Studenteschi Fiorentini

 

 

Colombiani/e per la Pace: la società civile dialoga con le FARC per la soluzione del conflitto.

             

Il comitato“Colombiani e Colombiane per la Pace” promosso dalla senatrice Piedad Córdoba e che ha tra i suoi membri Iván Cepeda (figlio di Manuel Cepeda il senatore dell’Unidad Patriótica ucciso il 9 agosto del 1994 dai paramilitari) e portavoce  del MOVICE, Movimento Nazionale delle Vittime dei Crimini di Stato,  ha dal mese di settembre  2008 avviato  una corrispondenza epistolare con la guerriglia colombiana delle FARC-EP, volta alla liberazione degli ostaggi ma anche alla costruzione di una soluzione pacifica del conflitto colombiano.

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Il dialogo  tra il Comitato e le FARC  ha già dato risultati positivi e questa importante iniziativa fa ben sperare per il futuro,  infatti nel mese di febbraio scorso la guerriglia  ha liberato unilateralmente 6 ostaggi e ha promesso la liberazione senza condizioni  del soldato Pablo Moncayo, prigioniero da oltre 11 anni.

Il governo colombiano invece sembra essere il grande assente in questa mediazione, anzi in più di un’ occasione ha respinto  il ruolo di mediatrice della senatrice Piedad Córdova e ha addirittura rischiato di compromettere il buon esito della liberazione degli ostaggi per la presenza di numerose attività militari nella zona dove questa sarebbe dovuta avvenire.

Anche l’altra guerriglia colombiana, l’Esercito di Liberazione  Nazionale (ELN) ha chiesto l’appoggio di “Colombiani e  Colombiane per la Pace” per la risoluzione pacifica del conflitto.

In una lettera del gennaio scorso indirizzata al Comitato, l’ELN (che in passato già aveva  intrapreso diverse forme di negoziazione con il governo),   scrive che “il principale ostacolo per la continuità del processo di dialogo è la pretesa che ha il governo colombiano che l’ELN sia localizzato e i suoi membri identificati come condizione primaria  di qualsiasi iniziativa, negandosi a costruire un’agenda politica e sociale che permetta trattare a fondo i problemi strutturali che sono la causa originaria del conflitto”.

Poche settimane fa la risposta di Colombiani e Colombiane  per la Pace e l’impegno assunto da questi per “contribuire a che il governo nazionale e l’ELN riprendano il cammino del dialogo che conduca fino alla soluzione politica negoziata”.

Il presidente colombiano Álvaro Uribe appare sempre più isolato nel suo ostinarsi a perseguire una soluzione militare del conflitto colombiano. Anche adesso che si profila imminente il rilascio da parte della guerriglia  di Pablo Moncayo si susseguono le notizie di un’imminente azione militare dell’Esercito volta alla sua liberazione.

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Contro questa decisione hanno  preso ferma posizione sia il Comitato Colombiani e Colombiane per la Pace sia  la famiglia del soldato Moncayo, ma lo hanno fatto  anche gli altri ex-ostaggi liberati nei mesi scorsi dalla guerriglia  e cioè  Alan Jara Urzola, Consuelo Gonzáles de Perdomo, Clara Rojas, Sigifredo López, Orlando Beltran Cuellar, Óscar Tulio Lizcano, Luis Eladio Pérez Bonilla, che solidarizzano con l’operato del Comitato della senatrice Piedad Córdoba.

 

Ovviamente con l’esclusione di madame Betancourt.

 

Qui di seguito la lettera dei Colombiani e Colombiane per la pace al comandante delle FARC-EP  Alfonso Cano del 27 febbraio 2009:

 

Signor Alfonso Cano, Comandante delle FARC-EP

Membri del Segretariato

Montagne della Colombia

Vi giunga il nostro saluto di speranza in una pace duratura.

Noi, “Colombiani e Colombiane per la Pace”, reiteriamo la nostra volontá di portare avanti il processo d’interscambio epistolare con le FARC.

Riconosciamo la volontá di questa guerriglia, del CICR e del governo del Brasile, cosí come l’accettazione da parte del governo nazionale, affinché la liberazione di quattro membri della forza pubblica e di due dirigenti politici avesse un epilogo felice.

Tali liberazioni costituiscono un riferimento positivo per il necessario processo di soluzione negoziata che permetta di porre fine al conflitto sociale ed armato interno, per vie diverse da quelle della guerra. 

Come abbiamo fatto sin dall’inizio di questo dialogo epistolare, rifiutiamo e condanniamo le pratiche contrarie ai piú elementari principi umanitari, e confidiamo che gesti come quello delle recenti liberazioni portino in breve tempo ad un riconoscimento esplicito del fatto che la degenerazione del conflitto sta disarticolando politicamente e moralmente la societá colombiana; e che ció sfoci in una franca, decisa e definitiva proscrizione delle pratiche lesive dei valori umanitari piú basilari. Reiteriamo la nostra preoccupazione in merito alla disponibilitá o meno delle FARC di escludere, dal conflitto armato, il sequestro come arma di lotta.

Un primo passo in questa direzione é, senza dubbio, l’apertura ad un accordo umanitario, contenuta nei vostri piú recenti comunicati. E’ indispensabile puntualizzare, con urgenza, la cornice all’interno della quale si potrebbe concretizzare un tale accordo, stabilendo le circostanze di tempo, modo e luogo, in modo che noi si possa contribuire alla sua rapida realizzazione. A nostro giudizio, tale meccanismo deve dare inizio alla ricerca di alternative per porre fine al conflitto. Questo accordo, oltre all’interscambio, deve propiziare negoziati politici che portino al conseguimento della pace, come supremo anelito della societá.

Ci proponiamo di portare avanti il nostro appoggio all’accordo umanitario, nei termini segnalati, ed alla costruzione di spazi adeguati per rendere effettivo il diritto costituzionale alla pace.

Cordialmente,

Colombiani e Colombiane per la Pace

 

 

 http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=902

 

 

 

11-05-2009/11:12 Il governo di Lima ha deciso di usare la mano dura contro le popolazioni indigene.

 

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RADIO CITTA' APERTA NEWS

11-05-2009/11:12 --- Il governo di Lima ha deciso di usare la mano dura contro le popolazioni indigene che da settimane si sono mobilitate contro lo sfruttamento dei loro territori da parte delle multinazionali. Per almeno 60 giorni, prorogabili, in quattro dipartimento delle regioni amazzoniche del paese “saranno sospesi i diritti costituzionali riferiti alla libertà e alla sicurezza personali, l’inviolabilità del domicilio, la libertà di riunione e di transito”: così recita il decreto con cui il governo di Lima ha dichiarato lo stato d’emergenza nei distretti di Cusco, Ucayali, Loreto e Amazonas dove una mobilitazione dei popoli indigeni, cominciata un mese fa, starebbe avendo conseguenze sulla produzione petrolifera. Le proteste dei nativi starebbero impedendo o ritardando il regolare rifornimento di viveri ed equipaggiamento ai lavoratori dei pozzi petroliferi appartenenti alle aziende argentina ‘Pluspetrol’ e francese ‘Perenco’; anche l’azienda statale ‘Petroperú’ e la canadese ‘Talisman’ hanno denunciato “azioni volte a paralizzare le loro attività”. Organizzata dall’Associazione interetnica della selva peruviana (Aidesep), la mobilitazione coinvolge alcune migliaia di indigeni di diverse etnie che esigono dal governo – uno dei pochi ancora vicini a Washington in America Latina - la cancellazione di alcuni decreti approvati lo scorso dicembre nel piano di adeguamento della legislazione peruviana previsto dal Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, entrato in vigore a febbraio; due normative sull'amministrazione delle foreste e delle risorse idriche, in particolare, sono considerati lesivi dei diritti fondamentali dei nativi sui loro territori ancestrali e estremamente dannosi per l’ambiente. L’osservatorio indipendente ‘Salva le Foreste’, membro della rete internazionale ‘Taiga Rescue Network’, ha riferito che gli uomini della sicurezza della ‘Perenco’ avrebbero addirittura utilizzato una nave cannoniera della Marina militare peruviana per forzare il blocco degli indigeni lungo il fiume Napo, unica via d’accesso per raggiungere il ‘lotto 67’, un’area remota dove l’azienda straniera ha ottenuto la licenza per lo sfruttamento petrolifero. Nella zona vivono ancora due delle ultime comunità di indigeni ‘senza contatto’ con i bianchi. Il primo ministro Yehude Simon ha ammesso sabato che la protesta indigena “ha un fondamento”; ma poi ha aggiunto che “se i decreti legislativi fossero soppressi, 28 milioni di peruviani soffrirebbero le conseguenze di vedere cancellati anche contratti petroliferi da cui dipende lo sviluppo”. Uno sviluppo che per le popolazioni indigene del Perù è sinonimo di sterminio.

 

BOLIVIA:Human Right operava illegalmente

 

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Il governo boliviano ha confermato che la Fondazione Human Right (HRF in inglese), vincolata in Bolivia ad un caso di terrorismo, operava senza essere registrata legalmente.

La situazione illegale di questo gruppo è stata verificata dal viceministro agli Investimenti Pubblici e Finanziamenti, che controlla il Registro Nazionale delle Consulenze, Donazioni ed Organizzazioni Non Governative.

In accordo con il viceministro al Coordinamento con i Movimenti Sociali, Sacha Llorenti, anche il Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC)) delle Nazioni Unite ha respinto un sollecito di HRF che chiedeva d’essere riconosciuta come entità consultiva.

ECOSOC ha diffuso un comunicato, nel quale respinge ogni manifestazione di appoggio, da parte di organismi nazionali o stranieri, ai gruppi separatisti che vogliono la disintegrazione della Bolivia.

L'indagine della situazione legale di questa organizzazione è stata realizzata, dopo che il testimone Juan Carlos Gueder, membro dell'Unione Giovanile Cruceñista (UJC) vincolato alla cellula terroristica scoperta a Santa Cruz lo scorso 16 aprile, ha accusato Hugo Achà, dirigente di HRF, d’avere dei vincoli con la banda.

In una  dichiarazione ai media statali, lo stesso Llorenti ha ricordato che HRF ha cominciato a lavorare nel paese, apparentemente, in difesa dei diritti umani.

“Ma tutte le sue relazioni sono dichiarazioni d’ideologie che non hanno nulla  a che vedere con i diritti umani. Non è casuale che questa fondazione sia inclusa negli atti terroristici appena denunciati”, ha affermato.

Inoltre, ha denunciato che questa Fondazione ha inviato dei funzionari come ipotetici osservatori in un referendum illegale per l’autonomia, con interessi separatisti nella regione di Santa Cruz, il 4 maggio 2008.

La Procura ha annunciato che potrebbe interrogare le principali autorità della regione orientale, e tra loro il prefetto Ruben Costas, sospettato d’avere vincoli con la cellula terrorista neutralizzata.

Il Pubblico Ministero Marcelo Sosa, investigatore del caso, ha deto alla stampa, dopo l’interrogatorio di vari detenuti, che: “Possiamo  dimostrare che gli estremisti comandati dal boliviano Eduardo Rozsa Flores, hanno avuto inoltre dei contatti con l'ex presidente del comitato civico, il ricco imprenditore Branko Marinkovic, d’origine croata ed anche con Guido Nayar, attuale dirigente degli imprenditori allevatori di bestiame privati di questa regione orientale, considerata un bastione dell'opposizione al governo di  Evo Morales.

Lo scorso 16 aprile, in un operativo della polizia, hanno perso la vita il boliviano ungherese-croato, Eduardo Rozsa, Magyarosi Arpad (ungherese-croato) e Michael Martin Dwyer (irlandese).

Inoltre, sono stati fermati Mario Francisco Tadic Astorga (boliviano con passaporto croato) ed ElÃd Tóásó (ungherese) che sono detenuti preventivamente a La Paz. (Traduzione Granma Int

 

 

L’argentino Emilio Edoardo Massera :torturatore, assassino,..di bambini,è stato dichiarato demente.

 

L’argentino Emilio Edoardo Massera : torturatore, assassino, stupratore di bambini …, è stato dichiarato demente

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03/05/2009
Come Augusto Pinochet, anche l’ex-dittatore argentino Emilio Eduardo Massera (nella foto con Jorge Rafael Videla) è stato dichiarato “demente” (ora?) dalla giustizia di Buenos Aires per evitare che paghi le proprie colpe.
Membro come Silvio Berlusconi alla loggia massonica P2 di Licio Gelli, Massera ha torturato, stuprato, assassinato, rapito bambini, per il proprio arricchimento personale e in nome degli interessi delle oligarchie argentine, delle multinazionali e del Fondo Monetario Internazionale. Lo ha fatto protetto dallo scudo del “Piano Condor”, l’organizzazione criminale addestrata dalla Casa Bianca che ha insegnato tecniche di tortura ad almeno 50.000 terroristi di Stato latinoamericani.


Da giornale partecipativo di Gennaro Carotenuto

 www.gennarocarotenuto.it

Sa’adat esorta l’Autorità Palestinese a fermare i suoi attacchi contro la resistenza.........

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Sa’adat esorta l’Autorità Palestinese a fermare i suoi attacchi contro la resistenza e ad assicurare protezione politica ai prigionieri reclusi nelle carceri israeliane

ll compagno Sa’adat, Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), ha esortato l’Autorità Palestinese (AP) a fermare i suoi arresti e i suoi attacchi contro la resistenza Palestinese e gli arresti di massa di cui le agenzie di sicurezza della AP si sono rese autrici nella West Bank.

 

Il compagno Sa’adat ha scritto un messaggio dalla sua cella nella prigione israeliana di Asqualan affermando che “è impossibile chiedere la libertà dei detenuti nelle prigioni israeliane mentre le carceri dell’Autorità Palestinese sono piene di prigionieri politici ‘colpevoli’ di resistenza o detenuti per dispute interne”.

 

La lettera diceva anche che “la lealtà nei confronti dei detenuti palestinesi nelle galere Sioniste richiede la protezione politica della loro causa, dal momento che essi sono prigionieri per aver combattuto per una giusta causa e per una legittima resistenza”.

 

A proposito dell’unità nazionale e dei colloqui tra Hamas e Fatah, ha espresso ottimismo per i “parziali successi raggiunti in occasione degli incontri”, aggiungendo che il prossimo appuntamento “dovrebbe essere coronato dalla dichiarazione di un accordo Palestinese per ricostruire una ‘casa’ Palestinese con tutte le sue organizzazioni politiche e sociali su una base nazionale”.

 

Il compagno Sa’adat ha sollecitato tutte le organizzazioni Palestinesi a stare insieme sulla base del documento di riconciliazione dei prigionieri Palestinesi del 2007 e dell’accordo del Cairo del 2005, che chiedeva la riforma dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Ha anche messo in guardia contro “agende esterne” che potrebbero interferire nel processo di riconciliazione.

 

Il compagno Sa’adat ha poi esortato la leadership politica Palestinese ad insistere sul diritto internazionale quale base per qualsiasi colloquio con Israele, sottolineando che Israele deve fermare la costruzione di nuovi insediamenti e quella del muro nella West Bank. La lettera diceva che “qualsiasi colloquio dovrebbe basarsi sul nostro diritto all’autodeterminazione, sul diritto al ritorno dei profughi Palestinesi, e sulla creazione di uno stato sovrano Palestinese con Gerusalemme capitale”.

 

da Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - www.pflp.ps/english/?q=node/1500

Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli - http://cau.noblogs.org

 

Alvaro Uribe Velez: persona non gradita! Fuori il mafioso e la sua cosca dall'italia!

 

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Alvaro Uribe Velez: persona non gradita!

Fuori il mafioso e la sua cosca dall'italia!

(1 maggio 2009)

Il noto criminale, presidente illegale ed illegittimo della Colombia, Álvaro Uribe Vélez, è in questi giorni in visita nel nostro Paese. Questo noto narcotrafficante, invece di essere trascinato davanti alla Corte Penale Internazionale, verrà ricevuto in udienza privata dal Papa al quale evidentemente non imbarazzano i crimini commessi dal suo governo paramilitare. Dal suo insediamento, nell'agosto 2002, sono oltre 560 i sindacalisti assassinati dal terrorismo di Stato e più di 1.200 i "falsos positivos": giovani ammazzati a sangue freddo, vestiti da guerriglieri e fatti passare per caduti in battaglia. Sono oltre 4 milioni gli sfollati all'interno del paese, la povertà ha raggiunto oltre il 70% dell'intera popolazione e le violazioni sistematiche dei diritti umani sono una pratica quotidiana.

Questo è il governo colombiano: una cupola mafiosa narcoparamilitare, espressione di un'oligarchia ultrareazionaria e sanguinaria che utilizza il terrorismo di Stato, al fine di perpetuarsi al potere, come strumento per annientare metodicamente l'opposizione politica e sociale.

Nonostante le forti opposizioni dei settori sindacali democratici statunitensi, la Colombia continua a rimanere la testa di ponte di Washington in un continente, quello latinoamericano, che ha dato una virata divergente dal modello neoliberista a stelle e strisce. Dopo che l'ex console colombiano a Milano, ed ex direttore dell'intelligence Jorge Noguera, è stato richiamato in patria ed arrestato per paramilitarismo, e dopo che la Farnesina continua ad accettare le credenziali diplomatiche dell'attuale ambasciatore Sabas Pretelt de la Vega (ideatore della legge che ha concesso l'immunità agli squadroni della morte), ora sbarca il capo dei capi, don Alvaro Uribe.

Sicuramente a scodinzolargli intorno ci sarà anche il sindaco di Milano, Letizia Moratti, la quale lo ha recentemente incontrato nella città simbolo del suo amico del cuore Pablo Escobar, Medellín. L'ambiguità di questi membri delle istituzioni nostrane nei confronti di tali soggetti è palese: promuovono e siglano accordi commerciali dipingendo una realtà che non esiste in cambio di contratti che porteranno profitti per milioni di euro, intrisi del sangue di centinaia di migliaia di vittime della guerra imposta, come mezzo di dominazione, al popolo colombiano.

Tutte le forze veramente democratiche devono far sentire la propria voce e la propria indignazione per la presenza in Italia di questo riconosciuto terrorista; non è tollerabile la presenza nel nostro Paese di questo mafioso e della sua cosca. La battaglia che sta portando avanti il popolo colombiano per la conquista di una Pace con Giustizia Sociale, è la lottadi classe che vede contrapposti in modo netto le vittime e i carnefici, gli oppressi e gli oppressori, e che ha la stessa connotazione antimperialista di tutti quei popoli fratelli che in Latino America stanno marciando verso la seconda e definitiva indipendenza!

CSPAL, (Comitato di solidarietà con i Popoli dell’America Latina)

fonte: ombre.rosse@tin.it