lun, 30 novembre 2009 11:49
 Riceviamo dal Compagno FULVIO GRIMALDI : HONDURAS: TRA SPARI, ARRESTI, VIOLENZE, FALLISCE IL GOLPE ELETTORALE **** Ultime dall’Honduras dove domenica, 29 novembre, sotto la ferula degli Stati Uniti, di Israele, dell’oligarchia parassitaria honduregna e delle forze armate uscite dalla Scuola delle Americhe, si è tentato di legittimare il colpo di Stato del 28 giugno scorso con una farsa elettorale sotto la minaccia dei fucili dei gorilla. Farsa rifiutata dalla stragrande maggioranza del popolo honduregno. Tutto questo nel silenzio, nell'indifferenza, nel terrore del buriname italiota extraparlamentare e gruppuscolare che, accantonato l'internazionalismo, si è suicidato e va in giro blaterando di comunismo da morto malamente vivente. Una lezione anche per coloro, come il mio interlocutore nel post precedente “Nazione”, che vedono l’universo mondo sotto la falsa, ma castrante, specie dello scontro tra potenze geopolitiche e forze più o meno occulte, con il resto dell’umanità che, svaporata la lotta di classe, sta a guardare e a subire. In Honduras c’è la più bella smentita a queste elucubrazioni disarmanti: tra quali potenze geopolitiche è il conflitto se non tra un popolo proletario e proletarizzato che si tira dietro, egemonizzandoli, anche settori dell’intellettualità e imprenditorialità borghese, e l’imperialismo USA-UE-Israele con i suoi reggicoda dell’oligarchia compradora locale? Più lotta di classe – e patriottica – di così! A seguire, comunicati dall’Honduras. Comunicato N. 40 Frente nacional de Resistencia Popular Contra el Golpe de Estado DENUNCIA DEL FIASCO DELLA FARSA ELETTORALE Con piena soddisfazione annunciamo al Popolo Honduregno e alla Comunità Internazionale che la farsa elettorale montata dalla dittatura è stata pesantemente sconfitta dalla esigua affluenza alle urne, tanto scarsa da portare il Tribunale Elettorale a prorogare di un’ora la chiusura dei seggi, spostandola alle 17:00. Non servono occhiali per vedere ciò che sta davanti a noi. Il monitoraggio che la nostra organizzazione ha fatto a livello nazionale, evidenzia una percentuale di astenuti fra il 65 e il 70%, il più alto della storia nazionale, ha votato non più del 35% della popolazione. In questo modo il Popolo honduregno ha punito i candidati golpisti e la dittatura, che adesso cercano in tutti i modi di mostrare un volume di voti che non esiste. Denunciamo che per fare questo il regime è arrivato a portare, nel municipio di Magdalena Intibucà, militanti salvadoregni del partito ARENA, affinché potessero votare come honduregni. Dobbiamo aspettarci come minimo una manipolazione del conteggio elettronico. La disperazione del regime di fatto è tale che ha represso brutalmente la manifestazione pacifica che si stava svolgendo nella città di San Pedro Sula, durante la marcia risultarono feriti, picchiati e quindi arrestati diversi compagni. Si riporta un desaparecido. Riportiamo inoltre fra i feriti la presenza di un fotografo della REUTER e fra gli arrestati quella di due religiosi del Consejo Latinoamericano de Iglesias che stavano svolgendo attività di osservazione dei Diritti Umani. Considerando i risultati della farsa elettorale come una grande vittoria per il Popolo Honduregno, il Frente nacional de Resistencia invita tutto il popolo in resistenza a festeggiare la sconfitta della dittatura. Convochiamo una Grande Assemblea domani, Lunedì 30 Novembre a partire dalle 12:00 nella sede del STYBIS a Tegucigalpa e alla gran Carovana della Vittoria contro la farsa elettorale che partirà alle 15:00 da Planeta Cipango RESISTIAMO E VINCEREMO Tegucigalpa 29 Noviembre 2009 Comunicato 39 Conferenza Stampa FRENTE NACIONAL DE RESISTENCIA CONTRA EL GOLPE DE ESTADO Il Frente Nacional de Resistencia Contra el Golpe de Estado dà a conoscenza del Popolo Honduregno e della Comunità Internazionale i seguenti fatti: Durante la mattinata fra le 7:00 e le 11:00 abbiamo constatato la scarsa affluenza di votanti alle urne e il flop della farsa elettorale, nonostante la campagna intimidatoria. Il governo de facto ha minacciato penalmente la popolazione in generale ed appoggia le minacce di ritorsioni sul lavoro da parte di alcune aziende private, nel caso in cui i propri impiegati non dimostrino di aver votato. la realtà priva il Tribunale Supremo Elettorale dell’autorità necessaria a diffondere dei risultati, comunque gonfiati per dare credibilità alla farsa elettorale. Tutto ciò significa che il Popolo Hoduregno ha raggiunto la maturità per riconoscere che coloro che hanno portato avanti questo processo “illegittimo-elettorale” costituiscono il primo ostacolo alla democrazia e si congratula con la popolazione per aderire volontariamente alla disposizione del Frente Nacional de Resistencia di realizzare un “coprifuoco popolare” attivo per non dare legittimità alla farsa elettorale della dittatura; per l’atteggiamento degno e coraggioso del popolo di Morazan e lo invitiamo a mantenersi saldamente su questa posizione fino alla sconfitta definitiva di questa manovra dei golpisti. Denunciamo, davanti al Popolo Honduregno e la Comunità Internazionale, che le forze di repressione del governo usurpatore hanno continuato con la propria campagna di terrore contro tutti noi che ci siamo opposti al Colpo di Stato, eseguendo durante la notte e la mattinata irruzioni, devastazioni e perquisizioni arbitrarie nelle sedi di organizzazioni popolari, case private, azioni d’intimidazione poliziesca nei quartieri e negli insediamenti urbani che rappresentano i bastioni della resistenza, accerchiamenti e assedi militari contro le sedi di sindacati e posti di blocco intimidatori. Ringraziamo della solidarietà i popoli centroamericani e per la loro coraggiosa posizione, che li ha portati a bloccare le strade panamericane, in segno di rifiuto delle elezioni del regime golpista. Ringraziamo allo stesso tempo la comunità internazionale presente con diverse organizzazioni di solidarietà e di garanzia e rispetto dei Diritti Umani. RESISTIAMO E VINCEREMO! Tegucigalpa, 29 Novembre 2009
sab, 28 novembre 2009 22:50
 Cresce il ripudio alla farsa elettorale honduregna **** AIN – Isolato dalla comunità internazionale e dai suoi stessi cittadini, e nel mezzo di una crisi successiva alla rottura istituzionale, il regime de facto honduregno insiste nell’effettuare, la prossima domenica, le elezioni generali, come ha commentato oggi PL. Vari paesi latinoamericani, tra i quali il Venezuela, il Brasile, l’Argentina, il Paraguay, la Bolivia ed il Nicaragua, hanno annunciato oggi il loro disconoscimento del processo illegale che si celebrerà all’ombra di un colpo di Stato. Il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva è stato enfatico nel segnalare che non riconoscerà le elezioni, né il Governo che ne sorgerà, ed ha assicurato che “l’America Latina e l’America Centrale hanno esperienza da vendere relativa a golpisti che usurpano il potere rompendo i principi democratici e, se lo accettiamo, lo stesso potrebbe succedere in un altro paese domani”. Da parte sua, il capo di Stato del Venezuela, Hugo Chávez, ha qualificato il processo come una farsa, ed ha assicurato che i paesi latinoamericani non riconosceranno elezioni sviluppate con la protezione dei golpisti. Un totale di 31 mila soldati e poliziotti, inclusi i gruppi paramilitari, equipaggiati con moderni apparati di repressione, saranno distribuiti su tutto il territorio il giorno della votazione, quando gli honduregni dovranno eleggere un Presidente, tre vice-Presidenti, 128 deputati, 298 sindaci e vice-sindaci e due mila consiglieri municipali. Fino al momento, solo gli Stati Uniti, Panama e Perù hanno manifestato la propria disponibilità a riconoscere le elezioni, mentre l’ONU, il Gruppo di Río, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America e altri sistemi regionali hanno comunicato il proprio ripudio al processo a causa del pericoloso precedente che si stabilirebbe nella regione. In Spagna, 40 Organizzazioni Non Governative (ONG) hanno preteso che l’Unione Europea rifiutasse le elezioni; in Honduras gli studenti universitari hanno annunciato che non vi parteciperanno ed il Centro Carter ha deciso di non inviare osservatori a causa del fallimento degli accordi di Tegugicalpa/San José per la restituzione del Presidente Manuel Zelya e la creazione di un Governo di unità nazionale. (Traduzione Granma Int.) **** Resistenza richiama all'astensione nelle elezioni in Honduras **** Prensa Latina) La Fronte Nazionale contro il golpe di Stato dell’Honduras ha fatto un appello alla popolazione a mantenersi nelle sue abitazioni durante le elezioni della prossima domenica, per non convalidare la farsa dei golpisti. Leader di questa alleanza di forze sociali e politiche come Juan Barahona e Rafael Alegria hanno spiegato che la manifestazione si tratterà di un “coprifuoco popolare”. Allegria ha precisato che la misura eviterà anche che gli honduregni siano perseguitati da quasi 30 mila militari e poliziotti presenti nel paese e mandati dal regime de facto che ha assunto il potere con la forza lo scorso 28 giugno. Barahona ha osservato che la decisione di mantenersi in casa sarà dalle 06:00 fino alla 18:00 ora locale della domenica, per non partecipare alla votazione illegale convocata dai golpisti. Mentre, nella settentrionale città di San Pedro Sula, la seconda del paese ed il suo emporio industriale, le organizzazioni del Fronte hanno convocato una marcia questa domenica per esprimere il ripudio ai comizi. Facciamo un appello alla popolazione affinché si unisca a questa protesta contro il golpe di Stato ed in solidarietà col presidente Manuel Zelaya Rosales, ha detto uno dei dirigenti del Fronte, Carlos Reyes. Barahona ha assicurato che la resistenza renderà palese nei 18 dipartimenti del paese, in forme diverse, ma pacifiche, il rifiuto del popolo ai comizi, coi quali –ha denunciato - l'oligarchia golpista aspira a perpetuare il suo potere. I portavoci del regime ed i mezzi di diffusione, nella loro maggioranza proprietà dei gruppi di potere che appoggiano il golpe, mantengono un'intensa campagna per ottenere l'affluenza degli elettori alle urne. Portavoci del governo de facto, le forze armate, la polizia, il Tribunale Elettorale ed il Ministero Pubblico hanno fatto notare che qualunque tentativo di boicottare la votazione sarà perseguito e castigato con pene severe. Il portavoce delle forze armate, colonnello Ramiro Archaga, ha detto alla stampa che da oggi aumenterà la vigilanza militare, oltre alla cooperazione con la polizia in tutto ciò che è riferito col suffragio. Nelle elezioni partecipano legalmente i cinque partiti riconoscenti, benché tre di loro, compreso uno dei due tradizionali, il Liberale, hanno sofferto forti stroncamenti interni per la loro complicità col golpe. Ig/rl **** 
**** ELEZIONI IN HONDURAS E IN URUGUAY; LA NOSTRA AMERICA E LA LORO **** Poche volte come accadrà questa domenica una coincidenza elettorale ha messo a confronto in maniera così evidente due maniere inconciliabili di intendere la democrazia e le sorti di un continente. Da una parte, in Uruguay, si vota in pace, libertà e perfino in allegria. A meno di cataclismi sarà presidente l’ex guerrigliero Pepe Mujica che afferma che la sua presidenza avrà l’uguaglianza come asse centrale. Dall’altra, in Honduras, cinque mesi dopo il golpe del 28 giugno, si tengono elezioni farsa che saranno riconosciute solo dagli Stati Uniti e pochi paesi satellite. È un segnale che al Dipartimento di Stato pensano che solo con un nuovo ciclo di dittature, mascherate da “democrazia protetta” alla franchista, in America latina si può fermare l’onda integrazionista nel continente. Giovedì il cancelliere (Ministro degli Esteri) brasiliano Celso Amorim ha ribadito: “il Brasile non riconoscerà le elezioni in Honduras per molti buoni motivi. In primo luogo perché sarebbe una legittimazione a posteriori del colpo di Stato del 28 giugno. Inoltre perché le elezioni [organizzate dalla giunta golpista e boicottate dalle forze democratiche. ndr] possono solo aumentare l’instabilità di un paese che fino al golpe era tranquillo”. Ancor più duro è Marco Aurelio García, consigliere speciale per la politica estera del presidente Lula che ha attaccato il governo degli Stati Uniti: “È vero che inizialmente hanno condannato il golpe, ma il fatto che non ne hanno vissuti tanti sulla loro pelle gli ha fatto presto cambiare idea. Loro pensano che riconoscere le elezioni possa essere una via d’uscita. Noi pensiamo che invece le elezioni sono lo sdoganamento di un colpo di Stato preventivo. Gli Stati Uniti non dovrebbero riconoscerle, per noi sarà estremamente grave se lo faranno e sarà loro la responsabilità di tutto quello che succederà in Honduras”. La posizione del governo Lula, nella sua chiarezza, è la più utile a fare il punto della situazione mentre in Honduras continuano a ritirarsi candidati da quelle che con ogni evidenza saranno delle elezioni senza alcun controllo democratico. Solo martedì almeno un’altra sessantina di politici si sono ritirati dalle varie competizioni elettorali (oltre alle presidenziali si vota anche per il parlamento e per le amministrative). I candidati ritirati si aggiungono ad almeno altrettanti che già hanno rinunciato nelle passate settimane, tra i quali il più importante è senz’altro Carlos Reyes, uno dei leader della lotta contro il colpo di Stato. La strategia statunitense di arrivare comunque ad elezioni senza guardare alla delegittimazione delle stesse data dal ritiro dei candidati delle opposizioni, ricalca quella afgana dove “il nostro uomo a Kabul”, Hamid Karzai doveva vincere (e ha vinto) nonostante i brogli del primo turno e nonostante il ritiro dell’avversario nel ballottaggio. In queste condizioni è perfino poco interessante sapere chi sono i candidati pro-golpisti. I due maggiori aspiranti alla presidenza della Repubblica sono Porfirio Lobo, del Partito Nazionale (destra), che in luglio secondo la Gallup aveva il 42% delle preferenze, e che fu sconfitto da Zelaya nelle passate elezioni, ed Elvin Santos, del Partito Liberale, lo stesso del golpista Micheletti e del presidente legittimo Mel Zelaya. Forse Lobo, comunque compromesso con il golpe, è in migliori condizioni rispetto a Santos per poter superare lo stallo voluto dai golpisti. Quello di domenica resta comunque un voto in famiglia tutto interno alla oligarchia di sempre e, quello che più conta (anche per Washington), è che non vi sarà alcuna “Quarta urna”. Il referendum sarebbe stata la forma con la quale il popolo avrebbe potuto chiedere un’assemblea costituente per costruire l’Honduras del futuro che superasse la Costituzione scritta nel 1982 dal dittatore Policarpo Paz. Per evitare la cosiddetta “Quarta urna” (urne per le presidenziali, politiche, amministrative con quella referendaria che sarebbe stata appunto la quarta) Roberto Micheletti, in accordo con buona parte delle classi dirigenti del paese rovesciò il governo legittimo il 28 giugno. La “Quarta urna” dunque non ci sarà e i golpisti in questo senso hanno vinto. Ben altra situazione si vive a Montevideo, diecimila chilometri più a Sud, dove si va al ballottaggio tra Pepe Mujica, il candidato del centro-sinistra al governo, e Cuqui Lacalle, il candidato del Partito Nazionale (centro-destra). Dopo un ulteriore mese di campagna intensa le cose appaiono definite e nei quartieri popolari tutto è pronto per festeggiare l’ex-guerrigliero Mujica (per quasi tre lustri prigioniero politico della dittatura), che diventa presidente e a 75 anni suonati sarà per la prima volta in vita sua costretto a mettersi una giacca e forse (è uno dei dubbi che regnano) perfino una cravatta. Cuqui Lacalle, sul quale hanno pesato gli scandali per corruzione del suo precedente governo negli anni ’90, non sarebbe riuscito a catturare gli indecisi e, a meno di una grandissima sorpresa, non dovrebbe superare il 44-45% dei voti con Mujica (che sa già di avere la maggioranza in parlamento) che si terrà sul filo del 50%. Nell’intervista d’apertura del numero in edicola di Brecha, Pepe ha parlato a Nelson Cesin già come presidente. Nei suoi primi cento giorni: “al primo posto c’è la casa, cominciando dalle madri sole con figli. Quindi c’è l’educazione, dobbiamo spendere in educazione come se fossimo in Scandinavia e mettere fine allo scandalo che solo il 5% dei figli di poveri in Uruguay diventa un professionista. Quindi l’Istituto di Colonizzazione dovrà assegnare almeno 250.000 ettari di terra”. Lui invece continuerà a vivere nella chacra, la casupola di sempre, alle porte di Montevideo dalla quale fino a pochi anni fa usciva per vendere fiori recisi nei mercati popolari. Unica concessione al protocollo sarà una stanzina che sarà destinata alle guardie che per legge è costretto ad accettare. Uruguay e Honduras, due Americhe a confronto, una che cerca di trovare un cammino d’uguaglianza in pace e democrazia, un’altra dove gli oligarchi hanno impedito perfino che si possa sognarlo. http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/503-elezioni-in-honduras-e-in-uruguay-la-nostra-america-e-la-loro
**** Presidente Zelaya denuncia appoggio USA a golpisti mentre Corte Suprema nega il suo ritorno **** Prensa Latina) Il presidente dell’Honduras, Josè Manuel Zelaya, ha affermato che gli Stati Uniti appoggiano il regime de facto, la dittatura ed i golpisti honduregni, ed ha confermato che ignorerà i risultati di questi comizi. In un’intervista al sito web brasiliano “UOL Noticias”, Zelaya ha osservato che gli Stati Uniti non stanno appoggiando solo le elezioni, ma stanno appoggiando il regime di facto, stanno appoggiando la dittatura, stanno appoggiando il regime golpista. Al rispetto della sua permanenza nell’ambasciata, Zelaya ha sostenuto che starà in questo recinto fino a che il Brasile glielo permetta. Da parte sua, il governo brasiliano ha anticipato che non esiste data per l'uscita del mandatario honduregno dalla sua sede diplomatica, dove può radicare il tempo che sia necessario. Zelaya ha affermato che impugnerà le elezioni della prossima domenica, perché –ha indicato - quando si produce una rottura dell'ordine giuridico, dell'ordine costituzionale per un golpe di Stato, sotto questa stessa condizione non può legalizzarsi nessun processo. Per questa ragione, ha sottolineato, se una dittatura tutela, dirige, coordina un'elezione, diventa illegale. Questo è un antecedente che mai si era visto in America Latina che già ha visto circa 80 golpe di Stato, ma che sono sfociati in una nuova Costituzione, non in una convocazione spuria alle elezioni. Ha aggiunto che questi comizi si realizzeranno con la direzione di una dittatura, senza osservatori internazionali, senza l'Organizzazione degli Stati Americani e senza l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Inoltre, la Corte Suprema di Giustizia dell’Honduras si è pronunciata contro la restituzione di Manuel Zelaya alla presidenza del paese se non si sottomette ai giudizi per i reati assurdi di cui è accusato. Zelaya, che avrebbe violato, secondo i golpisti della Corte, la Costituzione per cercare di rieleggersi, dovrebbe affrontare anche sei accuse, tra tutte la più ridicola, quella di alto tradimento. Il Supremo notificherà questa opinione al Congresso, che il prossimo 2 dicembre dibatterà se ritorna o no Zelaya nella sua carica, dal quale è stato brutalmente sottratto con il golpe del 28 giugno. Sulla decisione del congresso honduregno, Zelaya ha riferito che il parlamento potrebbe decidere qualcosa solo se fosse stato consolidato l'accordo Tegucigalpa-San José, ma dal momento che i golpisti non l’hanno rispettato, è assurdo pensare che la decisione del Congresso sia legale. Ida Garberi 
Zelaya unico legittimo Presindente dell’Honduras
mer, 25 novembre 2009 15:35
 Honduras, giornalista canadese denuncia presenza Usa dietro il golpe
PEACEREPORTER
24-11-2009/18:37 --- Il colpo di Stato in Honduras sarebbe il primo passo per destabilizzare il continente. Secondo il giornalista canadese Jean Guy Allard il golpe in Honduras è solo il primo passo di un'operazione orchestrata dagli Stati Uniti per destabilizzare il continente sudamericano. Sarebbero infatti pronti "diversi colpi di Stato" in tutta l'area, organizzati da agenzie private supportate dal governo statunitense, spaventato dall'emergere di "idee nuove" in tutta l'America latina. Nella ricostruzione del giornalista, le organizzazioni di cui gli Usa si starebbero servendo sono la Società per lo sviluppo internazionale (Usaid) e la Fondazione nazionale per la democrazia (Ned). Sulla carta agenzie private non a scopo di lucro, ma in realtà coordinate dall'Associazione per la stampa americana (Sip-Iapa) per raggiungere obiettivi molto diversi da quelli dichiarati. A confermare il tentativo di destabilizzazione portato avanti dagli Usa ci sarebbero gli accordi con la Colombia per lo sfruttamento di sette basi militari e l'aumento del finanziamento ai servizi segreti voluto dall'amministrazione del presidente Barack Obama. Cifra passata da 20 a 75 miliardi di dollari, secondo Allard. http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2736&Itemid=9 Dall’ Honduras riceviamo e pubblichiamo l’articolo di Ida Garberi (Prensa latina)
Berta Caceres, Honduras: La strategia della Forza Armata è assassinare il popolo prima e durante le elezioni
Ida Garberi*, dall’Honduras
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“La Patria non si vende, non si affitta e neanche si da in prestito” Visitacion Padilla, eroina honduregna
“Compagna, questa settimana non sappiamo bene cosa ci aspetterà, purtroppo non sembra nulla di buono, la repressione dell’esercito contro la Resistenza sarà feroce, pretendono legittimare a tutti i costi questo golpe militare assassino, per ottenere i loro obbiettivi sono disposti a tutto”. Chi mi sta facendo questa terribile denuncia è Berta Caceres, dirigente del Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell’Honduras (COPINH) e integrante del gruppo di lavoro della candidatura indipendente alle presidenziali, diretta da Carlos H.Reyes. Berta, come tutto il gruppo della candidatura indipendente, si è ritirata dalle elezioni “per difendere la democrazia in Honduras” e non essere complice di questa farsa elettorale architettata dal governo de facto del gorilletti. “I magistrati del Tribunale Elettorale sono quelli che dirigono la polizia e l’esercito in questo momento di terrore; completamente corrotti, sono quelli che difendono gli interessi delle otto famiglie padrone dell’Honduras e cercano di preservare la vittoria per uno dei due candidati golpisti, Elvin Santos o Pepe Lobo”. Sono gli stessi che organizzano l’arrivo di osservatori internazionali un tantino imparziali, come il gruppo dei senatori repubblicani degli USA, diretti dalla “lupa feroce” , la famosa Ileana Ross-Lehtinen, super conosciuta dal popolo cubano per essere parte integrante di quella mafia retrograda di Miami che non ha ancora perdonato il Caimano Verde dal 1959, per aver deciso di scrivere in modo sovrano la sua storia. E’, per intenderci, quella cara signora che si è battuta ferocemente (da qui il gentilizio di lupa feroce) affinché il povero bambino Elian Gonzalez non ritornasse a Cuba, la sua patria, per vivere un futuro tranquillo e protetto dalla Rivoluzione. E’ sempre quella persona così educata ed illuminata, che quando è arrivata in Honduras nel mese di ottobre, per applaudire il suo amico tiranno gorilletti, ha affermato senza battere ciglio che “Zelaya è un mal di testa che dobbiamo toglierci di mezzo ed il grande cavaliere che adesso dirige il paese (per capirci, il tiranno gorilletti!!!) non sarà stato votato dal popolo ma è stato nominato grazie alla Bibbia di questo paese, che è la Costituzione”. Come possiamo notare questa osservatrice internazionale non solo non sarà imparziale ma le sue dichiarazioni sono chiaramente un apologia di reato contro la vita del presidente legittimo dell’Honduras, Manuel Zelaya e sfiorano la pazzia quando affermano che il gorilletti è stato messo al potere da Dio.......non si sarà confusa e pensava al Diavolo? Con tutto il terrorismo e la repressione del gorilletti e del suo esercito, Honduras, in questo momento, mi ricorda di più l’inferno dantesco!!!! Berta è un’importante e coraggiosa attivista dei diritti degli indigeni, delle donne e di tutti quelle persone povere e anonime che non hanno mai avuto una voce che li rappresentava, appartiene all’etnia lenca e dei popoli originari rispecchia la loro nobiltà, la loro perseveranza nella lotta, senza paura e con molta decisione. Mi racconta che purtroppo in Honduras non si celebra dal punto di vista istituzionale il 12 ottobre, Giorno della Resistenza Indigena, come invece accade in Venezuela dal 2002. “Qui, noi indigeni comunque celebriamo la ribellione dei popoli originari, il loro apporto fondamentale culturale di difesa del pianeta terra, la pacha mama, perchè dal momento che possediamo solo un pianeta, è per questo stesso che dobbiamo portare la lotta fino alle ultime conseguenze”. Il riconoscimento dei popoli indigeni dell'America colloca al suo posto la verità storica della conquista, una verità che certamente non dicono i detrattori di sempre, che non dormono nel loro affanno falsificatore dei fatti e perfino della storia, che utilizzano solo a beneficio dei loro interessi politici, che coincidono quasi sempre con quelli del vecchio conquistatore coloniale o la moderna multinazionale il cui obiettivo è sempre divisionista, destabilizzatore e golpista. È per ciò che non si può parlare di una ''scoperta '', ironicamente Colombo l’unica scoperta che ha fatto è che i chiamati ''saggi '' europei si sbagliavano nella loro concezione di una terra piatta. Come si può parlare di una ''scoperta ''?, quando si stima che prima del 12 ottobre 1492, il continente “Pusi Inti Suyu” era abitato da più di 90 milioni di persone? Le terre, dell'oggi chiamata America, sono abitate da 30.000 o 40.000 anni. C'erano varie civiltà o imperi: Inca, Azteca, Maya, oltre a molte altre culture. Per i promotori del Giorno della Resistenza Indigena, l'idea eurocentrica di scoperta ''è una reminescenza della mentalità colonialista che considerava che le persone di altri paesi non avevano l’anima''. Berta oltre ad essere molto orgogliosa di essere lenca, lo è anche di appartenere a quel sesso tutt’altro che debole, attore principale della Resistenza: quello femminile. “Nel mondo intero hanno cercato sempre, in tutta la storia dell’umanità, di minimizzarci e renderci invisibili, ma eccoci qui in prima linea a difendere l’Honduras, a difendere i diritti della donna, ed è praticamente la stessa battaglia per la giustizia e l’uguaglianza. Noi, che siamo le più colpite dal gorilla, che permette alla sua polizia di usare la violenza sessuale contro le compagne arrestate, sappiamo perfettamente che per vincere il tiranno ed il capitalismo depredatore, dobbiamo principalmente sconfiggere il patriarcato e qualsiasi razzismo verso la donna”. E Berta conosce da vicino la violenza sulla donna dell’esercito del tiranno, dal momento che mi narra che sua sorella, Agustina Flores Lopez, è stata messa in prigione per quasi un mese, con la grave colpa di transitare nelle vicinanze dell’ambasciata del Brasile, un giorno dopo che il presidente Zelaya era ritornato in Honduras. Agustina ha subito un processo totalmente illegale, è stata accusata di sedizione e di appartenere ad un’organizzazione delittuosa (!!!!!) che si chiama Resistenza, è stata rinchiusa in un struttura illegale, in una cella di massima sicurezza, grazie alla testimonianza degli stessi poliziotti che l’avevano prima arrestata, poi torturata e oltraggiata. “Tu sei una cagna della Resistenza, perciò è giusto torturarti!”, dicevano i secondini molto professionisti ad Agustina, mentre era in prigione. Agustina ha fortunatamente riacquistato la sua libertà grazie al Fronte degli Avvocati in Resistenza, un gruppo di circa 500 avvocati in tutto il paese (120 sono solo nella capitale) che dal 25 luglio stanno difendendo gratuitamente tutti i membri della Resistenza, che sempre vengono arrestati ingiustamente, con accuse assurde di sedizione. Gli avvocati del Fronte sono dei veri professionisti coraggiosi, non curanti delle minacce di morte del tiranno, rivolte a loro ed alle loro famiglie: continuano senza fermarsi, sanno che stanno difendendo la causa legittima dell’Honduras, sono convinti di percorrere il cammino dei giusti e della dignità, lavorando per smascherare le violazioni dei diritti umani. Una parte molto interessante della chiacchierata con Berta è quando mi mette al corrente che a parte della base nordamericana di Palmarola, gli yankee sarebbero interessati a costruire una nuova base militare nella zona indigena di Mosquitia ed utilizzare quella a 25 km dalla pianura di San Antonio, e che al contrario, già dall’anno scorso il presidente democraticamente eletto dal popolo Manuel Zelaya, aveva ascoltato e stava appoggiando una richiesta dei popoli originari di Comayagua, per cercare di riscattare parte del territorio della base nordamericana di Soto Cano e trasformarlo in territorio agricolo. Dunque è un fattore in più per gli yankee per decidere di appoggiare il golpe di stato del goriletti e finalmente liberarsi di un borghese scomodo, traditore della sua classe sociale e dei padroni stranieri del suo partito, Mel Zelaya, un uomo di onore senza prezzo, con una coscienza pulita e dedicata alla non violenza. Io credo che l’unica alternativa possibile che ci resti sia denunciare la tremenda violenza che si abbatterà sulla Resistenza honduregna prima e durante la farsa elettorale e gridare, con Berta, con tutta la nostra forza e rabbia “yankee spazzatura fuori da Honduras”!!!
*l’autrice è la responsabile della pagina in italiano del sito web di Prensa Latina ****

**** Con Álvaro Uribe, la tortura è aumentata in Colombia dell’80% Di Gennaro Carotenuto
Chissà perché il presidente colombiano Álvaro Uribe è trattato con i guanti bianchi dalla stampa internazionale, italiana compresa, che si gira sempre dall’altra parte quando in paesi amici dell’Occidente vengono violati i diritti umani. La grande stampa in particolare per il presidente colombiano ha una vera e propria venerazione e quindi non aspettatevi di trovare una sola riga sul rapporto che sarà presentato oggi a Ginevra e che punta il dito su Álvaro Uribe il torturatore. Con lui presidente i casi di tortura da parte dello Stato colombiano sono aumentati dell’80%. Dieci ONG colombiane, riunite nella Coalizione contro la tortura, presenteranno oggi a Ginevra il rapporto sulla tortura nel paese sudamericano: “la tortura in Colombia è oramai generalizzata e sistematica” denunciano. Quella attribuibile ai corpi dello stato è aumentata dell’80% da quando presidente è Uribe e insieme, esercito, polizia e paramilitari sono colpevoli del 92% dei casi di violazione dei diritti umani documentati. Disperatamente ma senza successo da almeno tre anni le ONG colombiane chiedono alla Corte Penale Internazionale, e in particolare al giudice Luís Moreno Ocampo, di aprire un’inchiesta sul caso colombiano. Agustín Jiménez, presidente della Fondazione di Solidarietà con i prigionieri politici, ha denunciato le continue minacce con le quali il governo tenta di bloccare l’opera della Corte suprema: “chiediamo l’aiuto della Corte Penale Internazionale perché il governo colombiano impedisce in tutti i modi al potere giudiziario di esercitare le proprie prerogative in modo libero e indipendente e la conseguenza è che le violazioni dei diritti umani da parte di corpi dello Stato restano sempre impunite”. Tra i crimini impuniti commessi dalle supposte forze dell’ordine, secondo Isabelle Heyer della Commissione colombiana di giuristi, oramai ha un posto preminente lo stupro, soprattutto contro donne e bambine. Il rapporto presenta 899 casi documentati di tortura dei quali 502 si sono conclusi con la morte della vittima. Ciò avviene con la responsabilità diretta del governo di Álvaro Uribe e il silenzio complice dei media internazionali. Si commuovevano per Ingrid Betancourt ma hanno alzato una fitta cortina di nebbia sulle violazioni dei diritti umani in Colombia delle quali non si deve parlare. Sarà per quello che la Colombia è considerato il paese campione della libertà in America latina tanto da meritare l’onore di ospitare ben quattro nuove basi militari statunitensi
http://www.giannimina-latinoamerica.it/component/content/article/500-con-alvaro-uribe-la-tortura-e-aumentata-in-colombia-dell80 ****
La Colombia di Uribe tra i giganti dell’America Latina nella violazione dei diritti umani e sindacali! Annalisa Melandri Oggi Mercoledì (25 novembre) si terrà un convegno organizzato dalla cattedra di Geografia economica di Scienze politiche dal titolo “La Colombia di Uribe tra i giganti dell’America Latina”. L'unico campo in cui la Colombia è gigante in America latina è quello della violazione dei diritti umani e sindacali: 49 sindacalisti assassinati nel 2008 4.100.000 profughi interni (fonte: ACNUR) su 45.000.000 abitanti, 227.127 solo nel 2008 (fonte: Presidenza della Repubblica) Più di 7200 prigionieri politici (fonte: CPDH) 900 persone torturate negli ultimi 5 anni, nel 50,6% dei casi da agenti statali, nel 42% dei casi con la complicità di agenti statali (casi noti, fonte: CCCT) più di 1400 persone uccise dall'esercito e denunciati come come guerriglieri caduti in combattimento per mostrare risultati militari tra 2007 e giugno 2009 (casi noti, fonte: MOVICE) Con la scusa del conflitto e del narcotraffico l'esercito colombiano uccide civili, tortura, minaccia ed appoggia le milizie paramilitari per sostenere la rapina delle risorse naturali da parte delle multinazionali e lo sfruttamento dei lavoratori. A tenere la conferenza sarà l'ambasciatore colombiano in Italia Sabas Pretelt de la Vega: come ministro dell'interno di Uribe (2002-2006) ha ideato e applicato la Legge di giustizia e pace per la smobilitazione delle bande narco-paramilitari, una legge che ha garantito alla maggior parte di loro di non scontare nessuna pena per i crimini commessi e di conservare le terre espropriate con la violenza. Dopo la finta smobilitazione, gli squadroni della morte operano ora sotto il nome di Aguilas Negras, i capi paramilitari estradati per narcotraffico negli Stati Uniti hanno confessato i loro accordi con molti uomini politici e imprenditori legati al governo Uribe. Nonostante dal 2002 gli Stati Uniti abbiano erogato alla Colombia più di 6.000.000.000 di dollari di finanziamenti militari attraverso il Plan Colombia la produzione di coca è rimasta superiore alle 600 tonnellate annue, primo paese produttore al mondo, e le fumigazioni selvagge hanno colpito soprattutto le coltivazioni legali. CONTESTIAMO UN GOVERNO ASSASSINO CHE GIUSTIFICA CON LA LOTTA AL NARCOTRAFFICO UNA SPESA MILITARE (11 miliardi di dollari) PIÙ ALTA DI QUELLA PER L'ISTRUZIONEmercoledì 25 novembre 2009 ore 17.00 aula B, facoltà di Scienze politiche Università di Roma La Sapienza (piazzale Aldo Moro 5)http://www.annalisamelandri.it/dblog/ 
gio, 19 novembre 2009 23:32
 Hamas: “Non siamo dei malvagi, sono loro che ci hanno dipinti in questo modo!”
di Mary Rizzo 19/11/2009
In molte parti dell’Occidente, certi partiti o movimenti politici vengono trattati come se venissero dalla Luna o fossero estranei ad ogni struttura politica. La loro esistenza fra la gente è sempre qualificata come negativa, transitoria, come un qualcosa creato in una sala-mensa o in un retrobottega, proposto ad un pubblico ingenuo, incapace di distinguere un vero programma politico da un discorso vacuo e semplicistico. Questi partiti o movimenti sono dipinti come se si rivolgessero solo ai marginali della società, che non hanno diritto di cittadinanza in qualsiasi struttura democratica “normale”, e quindi sono gruppi sgangherati che rappresentano una minoranza del corpo elettorale. Data la loro natura avversa ai partiti pre-esistenti, viene imposta loro un’etichetta che servirà a tenerli isolati dalle strutture già operative. Tutto questo serve per distruggere il partito o il movimento mediante un lavoro di propaganda, piuttosto che analizzare la realtà.
Intorno al movimento di resistenza Palestinese di Hamas (che si è trasformato in un partito) è stata costruita una intera mitologia. Questo costrutto ha effettivamente assunto, come autentica interpretazione di Hamas, più legittimità che i fatti stessi. Nella maggioranza dei media Occidentali, non importa se di destra o di sinistra, e in alcuni dei media “moderati” nei paesi Arabi, il nome di questo partito è accompagnato da termini come “fondamentalista”, “radicale” o “terrorista”. È evidente che questo serve a creare un “innesco della paura”, che impedirà all’informazione di essere valutata in modo critico ed onesto. Il lettore o l’ascoltatore identificherà immediatamente Hamas con una connotazione negativa e così viene estraniato dalla responsabilità di comprendere che questa è una manipolazione della realtà. Ci si aspetta che l’utente accetti le affermazioni che Hamas è “anti-democratico” e “fanatico”. Allora, diventa un gioco da ragazzi convincerlo che Hamas è il Male, che rappresenta il Nemico di tutto ciò che Noi rappresentiamo (a parer nostro, la tolleranza, la democrazia, il Bene stesso). È possibile allora estendere questa lettura alla conclusione, che contro Hamas deve essere promossa una qualche azione, visto che costituisce un “cancro che deve essere estirpato”, come si è espressa la pacifista istituzionale Noah. Come viene sradicato un cancro, dopo che è stato diagnosticato? Per estirpazione o bombardamento. Nel corso del trattamento di un tumore, vengono “bombardate” con agenti tossici discrete parti sane del corpo, in attesa di vedere se dopo la battaglia vi sono sufficienti parti sane restanti per permettere all’organismo di continuare ad esistere. Una volta che si è inculcato nella mente di milioni di persone l’idea che la distruzione è un bene, dato che il nemico è tanto nocivo e malvagio se gli viene concesso di esistere, il rischio di condurre alla tomba l’intero organismo per drammatica debilitazione viene assunto come un rischio accettabile da correre. Questo è un modo per giustificare ai loro occhi azioni che non possono essere viste come terapeutiche, ma sono invece orrore puro e malvagità. Come si è ottenuto che il mondo sia stato così ingannato da permettere ad Israele di distruggere Gaza per “sbarazzarsi di Hamas”? È stato abbastanza semplice e la risposta è sempre la stessa: Israele e i suoi alleati mantengono le persone nella disinformazione. Coloro che realmente andranno a frugare solo un poco sotto i titoli di testa sguaiati dei giornali potranno scoprire alcuni fatti ben nascosti che contraddiranno quello che viene messo in giro, ma non saranno tante persone ad andare così lontano, dato che la gente è esposta a informazioni con elementi di verità profondamente sepolti al loro interno. Non fosse questo sufficientemente problematico, anche i “progressisti” hanno reso meritori servizi per presentare Hamas come un paria intoccabile. Potrebbero accettare Hamas come un “movimento di resistenza”, ma non consentiranno per il loro personale pregiudizio ideologico di considerare Hamas come una forza progressista per l’avanzamento del suo stesso popolo.
Questo può avvenire per convinzione, convenienza, perfino assenza di indagine o un punto di vista cieco che non permette variazioni sul tema della lotta di classe, dove tutto è “internazionale” e lo stesso tipo di regole ed ideali dovrebbero essere considerati applicabili e necessari per tutti, a tal punto in qualche caso da arrivare ad “importare la democrazia” sotto forme più o meno aggressive. Queste persone, molte delle quali sono armate di buone intenzioni, hanno masticato, ingoiato e risputato non poche delle palesi menzogne e distorsioni che fanno parte della mitologia creata dagli oppositori di Hamas, soprattutto in Israele e in Occidente. Quali sono i componenti di questa mitologia? 1) Hamas è stato creato dal Mossad Israeliano. 2) Hamas rappresenta una parte marginale dei Palestinesi. 3) Hamas è diventato sufficientemente democratico solo per ottenere una qualche legittimazione per assumere il controllo dei Territori Palestinesi e trasformarli poi in uno Stato Islamico. 4) La vittoria di Hamas nelle elezioni non è stato altro che un voto di protesta contro la corruzione di Fatah. 5) Hamas è costituito da un branco di illetterati e i suoi elettori vengono imbrogliati per pura ignoranza. 6) Hamas è un gruppo fondamentalista e quindi privo di flessibilità ed incapace di una qualche modificazione o evoluzione. Spesso, contro Hamas, viene citata la sua Carta Costitutiva per mettere in rilievo come Hamas costituisca semplicemente un gruppo radicale, che mira alla distruzione, pronto alla Guerra Santa. 7) Hamas non cerca alcuna forma di compromesso con gli altri partiti o fazioni Palestinesi, e quindi rappresenta l’elemento di divisione che impedisce l’unità del popolo. 8 ) Hamas opera per indottrinare la sua gente con una propaganda di odio, in modo da utilizzarla poi come carne da cannone. 9) Hamas è un gruppo terrorista che esiste solo grazie ai finanziamenti che riceve da parte dei “regimi fondamentalisti”. Che Hamas sia un puro e semplice movimento di resistenza è stato assolutamente confutato dalle elezioni, ma si continua a considerarlo come il rifugio dove attivisti possono riunirsi, cercando di convincere se stessi di essere in grado di tollerare Hamas, mentre sono desiderosi di un suo rapido crollo. Allora, Hamas non viene considerato possedere un vero patrimonio di idee come partito politico, comparabile ai partiti delle “nazioni democratiche” della “comunità internazionale”, e quindi le analisi a suo riguardo si fermano a livelli elementari, rendendolo soggetto delle più affrettate generalizzazioni.
Io chiedo ai miei lettori di benevolmente perdonare l’uso delle virgolette, ma queste rendono le parole ironiche e dense di autentico significato, quando vengono applicate agli argomenti indicati dagli esperti in pubbliche relazioni, che hanno il compito di eseguire gli ordini dei poteri egemonici. Come è possibile che una minoranza di una manciata di nazioni, che sempre si oppone alla volontà del resto della comunità mondiale all’ONU, possa essere considerata come la “comunità internazionale”? Questo è solo un “club molto esclusivo”, che esclude praticamente tutti gli altri. Come è possibile che un paese che fa assumere il potere al candidato che ottiene il minor numero di voti possa essere definito “democrazia”? Solo quando cominciamo a porci domande sulle nostre stesse basi concettuali, allora noi possiamo discernere che esiste molta convenienza nel presentare qualsiasi oppositore come nemico ed estraneo ai paradigmi che noi consideriamo centro delle nostre aspettative, di come instaurare un mondo giusto e conforme alle regole di equità.
È giunto il momento di smontare alcuni di questi miti con dati di fatto.
1) Hamas non è stato creato dal Mossad. Quantunque Israele ami attribuirsi il merito di molte cose, in questo caso questo non succede. L’Islam politico in Palestina è sempre stato presente, fin dai primi anni Quaranta del secolo scorso, durante il Mandato Britannico sulla Palestina, e Hamas era nato facente parte dei Fratelli Musulmani (Ikhwan), con molti dei suoi primi dirigenti ufficialmente affiliati. È stata l’esperienza come rifugiati che ha convertito Hamas in una organizzazione più autonoma con una particolare base nazionalista, il naturale risultato dell’insostenibile situazione umanitaria dello sradicamento come profughi e della perdita dell’identità culturale e nazionale. Vi sono state relazioni strette di questo gruppo con il gruppo di base in Egitto, e i primi uffici dell’ Ikhwan in Palestina si insediarono a Gaza nel 1945, sotto la direzione di un membro di una delle più importanti famiglie della zona, lo Sceicco Zafer al Shawwa. Durante la prima guerra Arabo-Israeliana, le truppe Arabe furono rinforzate da volontari Islamisti, provenienti principalmente dalla Giordania e dalla Siria, e questo appoggio dimostrò ai rifugiati in esilio che Ikhwan, i Fratelli Musulmani, avevano il coraggio di difendere se stessi, anche durante la “Guerra Israeliana di Indipendenza”.
Il crescente numero di rifugiati procurò una più forte identità e determinazione al movimento Islamista in Palestina. Perciò, nella società civile, e nella popolazione Palestinese in generale, non erano necessarie motivazioni provenienti da altre fonti per aderire all’impegno: “Prometto di essere un buon Musulmano in difesa dell’Islam e della terra persa di Palestina. Prometto di dare buon esempio alla comunità e a tutti gli altri.” Queste erano le parole pronunciate da coloro che giuravano lealtà alla Ikhwan in Palestina (fonte: Beverly Milton Edwards, “Islamic Politics in Palestine”, p. 43). La Ikhwan locale aveva un suo programma, la difesa della terra perduta. Questo non richiedeva fanatismo, influenze dall’esterno e nemmeno propaganda. I profughi stessi erano la prova vivente degli orrori della deportazione e della sofferenza. L’identificazione come parte di un movimento internazionale fu concomitante con il riconoscimento della particolarità dell’esperienza Palestinese. La fondazione ufficiale di Hamas, databile al 9 dicembre 1987, era solo la fase culminante di un’organizzazione che operava da decenni.
La resistenza Islamica organizzata venne ancora utilizzata quando la situazione precipitò drammaticamente nel 1967 e nasceva una nuova generazione di rifugiati. Per questa generazione, un ritorno all’Islam veniva considerato come una necessità per il futuro morale e politico di un popolo che stava venendo letteralmente distrutto. La causa della Nakba è stata vista da molti come il risultato del distanziamento da una società normale, quella Palestinese, in cui i valori etici, religiosi, culturali e tradizionali erano stati devastati dall’occupazione, e la discesa ancor più nella degradazione, nella povertà, nel disaffrancamento e nella instabilità sociale era considerata non solo come risultato dell’occupazione, ma anche causa dell’occupazione. La “comunità internazionale” non manifestava l’intenzione di giungere alla liberazione di questo popolo, il resto della Ummah [N.d.tr.: Comunità dei fedeli] non si faceva coinvolgere nella sua lotta nazionale, soprattutto perché non direttamente interessata o perché riceveva proibizioni a farsi coinvolgere. In quel momento, il dolore estremo e la disgrazia per la perdita di quella terra erano un elemento nuovo in quella regione, dove la precedente colonizzazione aveva evitato l’espulsione degli abitanti autoctoni, e l’espulsione degli usurpatori non veniva complicata con la perdita totale di radici e di basi.
Quindi, le fondamenta della dimensione formale di Hamas erano presenti da decenni prima della sua nascita ufficiale. Allo scopo di essere operativi, pur sotto un’occupazione oppressiva, questi gruppi organizzati esistenti hanno messo in piedi per il loro popolo organizzazioni benefiche e caritatevoli. Queste istituzioni sono state tollerate da Israele nei Territori Occupati. Israele permetteva alcuni spazi operativi mediante concessione di autorizzazioni. Come affermava il Generale Yitzhak Sager in un’intervista all’International Herald Tribune nel 1981, il governo di Israele “…consegnava denaro che il governatore militare destinava alle moschee […] le somme venivano destinate sia alle moschee che alle scuole religiose, allo scopo di rinforzare una causa che avrebbe contrastato quella della Sinistra, che era favorevole all’OLP.”
Se vi era qualche motivo per cui Israele si impegnava, questo senza dubbio era del tipo “divide et impera”, un pizzico di tolleranza, un pizzico di sostegno economico alle varie associazioni religiose in modo da vedere se risultasse possibile lo sviluppo di un’opposizione ai nazionalisti dell’OLP. In effetti questa era la solo maniera per cercare di indebolire l’OLP, che stava conseguendo appoggi in Occidente; comunque gli Israeliani non finanziarono, non fornirono rilevanti contributi o in alcun modo influenzarono un movimento, che avrebbero potuto in qualsiasi modo infiltrare e controllare. Questa è pura mitologia. Perché dare credito ad Israele, quando non gli è proprio dovuto?
2) Hamas rappresenta solo una parte marginale dei Palestinesi: questo è un altro mito da smontare. Senza dubbio, è certo che non tutti i Palestinesi sono rifugiati, e anche è vero che di fatto tutti i dirigenti di Hamas sono nati in esilio o in qualche momento hanno dovuto subire l’esperienza dell’espulsione e la perdita delle loro case e dei loro averi. Questa è un’esperienza corale dei Palestinesi, ed è certo che anche coloro (pochi) che non sono stati sradicati si identificano con la perdita della loro identità culturale e nazionale, e tutti insieme sanno che le loro aspirazioni nazionali e la coesione come collettivo sono state distrutte da Israele. Allora, anche un movimento o partito che poggia la propria identità sui campi profughi e in esilio o sulle radici religiose, è riconosciuto come un intrinseco, legittimo e naturale rappresentante dai Palestinesi tutti. Hamas ha ottenuto la maggioranza dei voti perfino nelle zone della West Bank di Cisgiordania, mai considerate roccaforti di Hamas, ed è stato votato anche in molte zone Cristiane.
3) Il mito che Hamas abbia virato “in modo sufficientemente democratico” solo per mettere i piedi sulla porta d’ingresso come primo passo per imporre con la forza uno Stato Islamico sull’intera Palestina è abbastanza diffuso, specialmente nei circoli progressisti che non riconoscono il carattere popolare del movimento, o che hanno un pregiudizio ideologico contro qualsiasi movimento religioso. Molto si può dire in favore della separazione fra chiesa e stato, ma naturalmente questo è qualcosa che non può essere imposto da lontano, e in più, esistono diversi livelli di separazione da prendere in considerazione. Coloro che sottoscrivono l’assunto che “Hamas sta guadagnando tempo prima di introdurre la Sharia” tendono a negare che la democrazia ha determinate caratteristiche, e non necessariamente è sinonimo di “secolarismo”. Quando il concetto “democrazia” viene applicato correttamente, tutto questo ha determinate caratteristiche, alle quali Hamas corrisponde. Hamas ha il consenso popolare. Possiede una struttura interna che è autonoma e riconosciuta come legittima dal suo elettorato. Segue le norme elettorali, rispondendo alle esigenze normative per la partecipazione. Una volta eletto, assume il suo ruolo nell’ambito del sistema esistente, senza mettere in atto rovesciamenti di sistema o colpi di stato contro le strutture di governo. Hamas è un movimento politico con diverse correnti al suo interno (alcune di queste armate, comunque questo vale per molte parti politiche nelle zone sotto occupazione, Fatah inclusa), con una storia ed una organizzazione. All’interno del suo elettorato, inclusi quelli che sono prigionieri politici, si svolge un ampio dibattito prima di assumere decisioni, e la maggioranza decide le azioni da intraprendere. Se esiste una qualche differenza fra Hamas e i partiti familiari agli Occidentali, questa risiede nel fatto che i dirigenti di Hamas a più alto livello generalmente non assumono mai funzioni di governo. Questo è comprensibile per un partito in cui un grande numero di dirigenti sono sistematicamente assassinati da Israele. Che l’attuale direttore della linea politica di Hamas, Khaled Meshaal, sia costretto a vivere in esilio dopo essere stato vittima di un tentato omicidio la dice lunga rispetto a questa situazione anomala, più di mille parole.
4) Che la vittoria di Hamas nelle elezioni per il Consiglio Legislativo sia stato nulla più che un voto di protesta (un’altra teoria coccolata dalla sinistra) è stato brillantemente illustrato come falso da Paola Caridi nel suo libro veramente valido (malgrado il sottotitolo a sensazione) “Hamas, quello che è, e quello che vuole il Movimento Radicale Palestinese”, pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli, e per il momento disponibile solo in Italia. Io sto traducendo qualche paragrafo che tratta di questo argomento: “Esiste una precisa ragione politica per cui la maggioranza dei Palestinesi ha votato per Hamas. È una ragione che si rapporta alla decisione presa ufficialmente dal movimento Islamista il 23 gennaio 2005 (nota della traduttrice: un anno prima delle elezioni Legislative): una tregua unilaterale, concordata assieme alla Jihad Islamica (che in diverse occasioni non l’ha rispettata), che aveva mutato le parole in fatti; che avrebbe avuto termine la stagione degli attacchi terroristici condotti da Hamas all’interno di Israele, delimitato dai confini individuati dall’armistizio del 1949, in altre parole Israele all’interno della Linea Verde. La fine degli attacchi suicidi contro le città Israeliane, in buona sostanza ponendo termine all’Intifada secondo l’opzione partecipativa (di Hamas), è stata interpretata dalla popolazione Palestinese come una precisa proposta politica: un’alternativa a coloro che avevano esercitato il governo e il controllo fino a quel momento, imponendo la loro egemonia. Una proposta che poneva allo stesso tempo de facto nuovi limiti alla strategia resistenziale di Hamas. Quindi, il movimento Islamista non è stato scelto solo per protesta contro la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza di Fatah, un partito spesso confuso con l’Autorità Palestinese (AP). Corruzione, clientelismo ed inefficienza sono stati messi in relazione, almeno da un punto di vista temporale, con il fallimento degli Accordi di Oslo e i “fatti concreti sul campo” realizzati dagli Israeliani. La gente di Hamas è stata considerata gente seria, che non ha arricchito se stessa a spese della popolazione, e di fatto ha continuato a vivere in quartieri normali e nei campi profughi.” (Caridi, p. 171).
5) Una diffamazione estremamente offensiva, spesso ripetuta, divulga che i sostenitori di Hamas e i suoi dirigenti sono un “branco di illetterati” o di “fanatici religiosi”. Quasi tutti i dirigenti di Hamas sono (o erano, dato il numero di ammazzamenti all’interno dei loro ranghi, il tempo passato è di rigore) in possesso di titoli universitari in settori che spaziano dalle scienze mediche alla giurisprudenza, dalle scienze economiche alla teologia; questo testimonia come questa campagna di diffamazione consista semplicemente nel gettare fango su di loro e nel raffigurali come lettori di soli testi religiosi, e quindi “sottosviluppati” se raffrontati ad altri movimenti. L’istruzione è sempre stata uno dei pilastri di Hamas e del suo operare caritatevole. Il popolo Palestinese non ha bisogno di essere informato su questo, per esso questo è un dato di fatto, mentre in molti casi, senza questa istituzione, in questa zona i Palestinesi sarebbero abbandonati all’indigenza.
6) La mancanza di flessibilità di Hamas è un altro mito, specialmente tirato in ballo quando si parla della sua Carta Costitutiva del 1988 (Mithaq). Lo Sceicco Hamed Bitauri, “autorità religiosa di Nablus, Presidente dell’Unione degli Ulemas Palestinesi, noto per le sue posizioni radicali non ha avuto problemi nel ribadire che ‘la Carta non è il Corano. È sempre possibile cambiarla. È solo la sintesi delle posizioni del movimento Islamista in rapporto con le altre correnti, e della sua politica.’ Aziz Dweik, fondatore del Dipartimento di Geografia dell’Università di Nablus, in seguito divenuto portavoce del Parlamento Palestinese dopo le elezioni del 2006, ed imprigionato nelle carceri di Israele dall’estate di quell’anno, andò perfino oltre, dichiarando a Khalid Amayreh, giornalista Palestinese sensibile alle posizione Islamiste, la necessità politica e pragmatica di prendere le distanze dalla Mithaq del 1988, asserendo inoltre che ‘Hamas non dovrebbe rimanere ostaggio di retorici slogans del passato come quello della ‘distruzione di Israele’” (Khalid Amayreh, Hamas Debates the Future: Palestine’s Islamic Resistance Movement Attempts to Reconcile Ideological Purity and Political Realism – Hamas discute sul futuro: il movimento di resistenza Islamico Palestinese cerca di conciliare la purezza ideologica con il realismo politico, in “Conflicts Forum”, Nov. 2007, p.4) (Caridi p. 90). Haniyeh si è espresso in molte occasioni asserendo che la Carta è stata superata sostanzialmente da altri documenti ufficiali, il più importante dei quali, il Programma Elettorale della Riforma e la Lista dei Cambiamenti (la lista che Hamas ha presentato per la sua candidatura), è strutturato come un documento che va ben oltre alle necessità di una contingente campagna politica, come dichiarato dal leader di Hamas, ed indica a chiare lettere la politica del movimento. Questa non era stata mai documentata per scritto nel fervore rivoluzionario dell’Intifada, e tutto ciò riflette l’evoluzione del partito. Le variazioni presenti non sono tanto ideologiche, quanto di natura strategica e politica. Queste posizioni sono state reiterate così tante volte in interviste e in interventi pubblici che sembra incredibile che il quadro complessivo e la maturità di Hamas non debbano oramai essere evidenti a tutti. Chiaramente, i dirigenti di Hamas sono votati alla liberazione della Palestina, ma stanno tentando di acquisirla attraverso la riaffermazione dei diritti del popolo, rendendosi ben conto che come partito Hamas non ha la dotazione necessaria per rovesciare realisticamente l’occupazione, o di distruggere quello che riconosce come una realtà. Molti di noi che hanno seguito gli eventi in Medio Oriente confidano che gli uomini di Hamas non si abbandonino al pragmatismo così tanto da riconoscere Israele non solo come realtà, ma come uno “Stato Ebraico”; comunque noi dobbiamo stare a vedere e valutare i fatti. Sarà il popolo di Palestina a vigilare su quali diritti è costretto a rinunciare, se succederà, e molti di noi pensano che, messi con le spalle al muro, quelli di Hamas non capitoleranno, e non perderanno quello che sanno essere loro, per ragioni di opportunismo politico. Hamas è ben consapevole di questo fatto.
7) Hamas ha presentato al suo interno molte meno divisioni che il suo principale oppositore politico, Fatah. Il “golpe” di Gaza, che tanto ha sconvolto e rattristato il mondo, è stato in effetti una misura preventiva per frustrare la presa del potere progettata dalle forze di Fatah fedeli a Dahlan (in collaborazione con Israele). Che Hamas sia stato il partito che ha conseguito la vittoria per mandato del suo popolo, questo non è stato mai riconosciuto dalla “comunità internazionale”, nonostante fossero state esercitate pressioni per elezioni e si insistesse che ciò era indispensabile per i Palestinesi, in quanto avrebbe significato che la resistenza aveva conseguito legittimazione e contenuti politici all’interno di una struttura di governo; il rifiuto di negoziati in posizione subalterna ad Israele, che era la politica di Fatah, è stato ufficialmente sanzionato dalla popolazione, e sarebbe stata solo questione di tempo prima che il programma di subalternità si trasformasse in politica. Allora, ciò che avrebbe costituito il vero “golpe” sarebbero state le mosse delle “Forze di Sicurezza” di Fatah per impadronirsi di Gaza! E retrospettivamente considerando gli avvenimenti, conditi da tanta disinformazione, il tragico bagno di sangue fra Palestinesi ha impedito realmente la distruzione della democrazia che sarebbe avvenuta se a Dahlan ne fosse stata data l’opportunità. Hamas ha cercato di collaborare, ancora e ancora, con il partito di opposizione, e questo costituiva un qualcosa che non veniva tollerato dai leader di questo partito, nella vana speranza che il loro vantaggio economico e il nulla osta politico ricevuto dai “membri del club esclusivo” avrebbero permesso loro di esercitare il potere, anche in assenza del mandato popolare a farlo.
8 ) Non è necessario far uso di propaganda per dimostrare ai Palestinesi dei Territori Occupati o in esilio, e anche ai molti all’interno di Israele, la distruzione in atto della civiltà e del popolo Palestinese. Embarghi, bombardamenti, assassini, guerra, umiliazioni ai checkpoint, restrizioni, separazioni di famiglie, imprigionamenti ed abusi ulteriori non sono incidenti isolati, ma costituiscono il pane e l’acqua quotidiani dell’esistenza dei Palestinesi. Nessuno sente la necessità di inventarsi una collera furibonda contro un nemico fantasmatico. Ma esiste un nemico reale, che sta facendo subire alla gente di tutte le età e condizioni umiliazioni, deprivazioni e morte. Rappresentare un uomo in costume da ratto, per insistere che i bambini sono indottrinati nell’odio, può essere ben accolto dalle masse disinformate, ma uno squarcio fugace sulla realtà rende l’aspetto di Farfur (N. d. tr.: il “Topolino” palestinese) la più dolce maniera per un bambino di assimilare e tollerare come lui, o lei, sia un prigioniero destinato per la vita a soffrire nel modo più atroce, per essere nato creatura inferiore agli occhi degli oppressori.
9) La peggior calunnia nei confronti del gruppo di Hamas è di mantenerlo come simbolo del male, come un gruppo terroristico, finanziato dagli “Stati canaglia dell’asse del male”. Tenendo ben presente che i loro finanziamenti sono abissalmente inferiori al gigantesco pacchetto di “aiuti militari” ed economici fornito ad Israele dall’America, Canada e da tante altre nazioni della “comunità internazionale” per vie ufficiali, perché la richiesta di finanziamenti dall’estero dovrebbe essere considerata come inaccettabile, quando questa semplicemente è la maniera per cui Israele si tiene a galla tramite miliardi di dollari all’anno, pagati puntualmente, e sa solo il Cielo che arrivano altri finanziamenti tramite le migliaia di “istituzioni benefiche”, che in realtà sono poco più che facciate dell’immigrazione di massa verso Israele, per limitare la crescita demografica Araba? Se il Sionismo e le sue istituzioni benefiche vengono considerati legittimi e nobili, perché invece quelle Islamiche vengono messe sulle liste nere e i donatori trattati come se stessero finanziando il terrorismo? Qui, vi è un duplice standard di trattamento! Che Hamas abbia rigettato le operazioni terroristiche contro i civili e abbia fatto del suo meglio perché ciò avvenga, in funzione dell’acquisizione di un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita del suo popolo, è un fatto comprovato, avvalorato niente meno che dal USA Congressional Research Service (Servizio Ricerche del Congresso USA), un Centro Studi che fondamentalmente presenta le sue analisi conservatrici e filo Israeliane al Congresso, perché vengano convertite in politica. Infatti, nel documento coordinato da Jim Zanotti, a http://www.fas.org/sgp/crs/mideast/R40101.pdf , Israel and Hamas, Conflict in Gaza (2008-2009), noi vediamo che la “ragione” addotta per l’aggressione a Gaza per “depurarla da Hamas”, i razzi sparati contro il territorio di Israele, non era null’altro che una scusa che l’Occidente si era bevuta “con gusto”, come fosse succo di ciliegia. Si ammetteva che i razzi, estremamente rudimentali, NON erano stati lanciati da Hamas, e non solo questo, Hamas veniva valutata aver avuto l’intenzione ed essere stata in grado di sopprimere gli attacchi. È significativo che le prime vittime degli attacchi di Israele a Gaza sono state le forze regolari di polizia, addestrate, forse, anche a questo scopo. Zanotti scrive: “Durante i primi cinque mesi, il cessate-il-fuoco teneva relativamente bene. Pochi razzi venivano sparati contro Israele, ma molti venivano attribuiti a gruppi di militanti non appartenenti ad Hamas, e, progressivamente, Hamas appariva sempre più in grado e intenzionato a sopprimere anche questi attacchi. Non si registravano morti di Israeliani (anche se vi erano feriti e danni alle proprietà), ed Israele si tratteneva dalle rappresaglie. Tuttavia, entrambe le parti in campo ritenevano che fosse l’altra a violare i termini del cessate-il-fuoco non scritto. Hamas esigeva – inutilmente – che Israele sollevasse il suo embargo economico contro Gaza, mentre Israele domandava – parimenti senza esito – la completa cessazione del lancio dei razzi e un avanzamento nelle trattative per il rilascio del caporale Israeliano Gilad Shalit, prigioniero di Hamas. Israele adduceva lo sporadico lancio di razzi come giustificazione per tenere chiusi i valichi di frontiera e il porto marittimo di Gaza quasi a tutto, fatta eccezione alle forniture umanitarie essenziali. Hamas, altri leader Arabi, ed alcune organizzazioni internazionali e non-governative impegnate nel portare aiuti ai civili di Gaza protestavano perché Israele non stava rispettando le sue promesse secondo l’accordo non scritto di tregua.” Non bastasse questo, l’autore, che certamente non presenta alcuna simpatia per Hamas, fa considerazioni sulle conseguenze della guerra, quando anche Israele ammette che Hamas non era responsabile per il lancio dei razzi: “Dal cessate-il-fuoco unilaterale da parte di Israele iniziato il 18 gennaio 2009, vi sono stati sporadicamente circa 40 lanci di razzi contro la parte meridionale di Israele, in numero ben minore di quello che capitava di media ogni giorno prima dell’Operazione Piombo Fuso. Per giunta, ufficiali Israeliani ritenevano che gruppi militanti minori, come la Jihad Islamica Palestinese e le Brigate dei Martiri di Al Aqsa, e non Hamas, fossero i responsabili dei lanci dei razzi durante il cessate-il-fuoco, (sebbene sia possibile che Hamas permettesse o accettasse questi attacchi, mentre teneva un atteggiamento negativo in merito).” Allora, Israele ha usato la scusa dei lanci di razzi imputabili ad Hamas per giustificare l’eliminazione di Hamas (tramite la distruzione globale di Gaza!) attraverso quelle che sono state definite “operazioni militari”, ma che il resto dell’umanità riconosce come una guerra, mentre gli Israeliani erano ben consapevoli che Hamas non era ne’il responsabile ne’ il facilitatore del lancio dei razzi; ogni tipo di scusa da loro estratta dal cappello magico per giustificare le loro azioni dovrebbe trovarci completamente sordi. Le lamentele sul contrabbando di armi attraverso tunnel del tutto rudimentali dovrebbero puzzare terribilmente, quando andiamo a vedere gli Stanziamenti di Bilancio della Difesa per i Programmi di Difesa Missilistica USA-Israele in quello stesso Rapporto indirizzato al Congresso. Vengono descritti in modo sommario l’Iron Dome, il David’s Sling ed altri “aiuti militari”, che costano al popolo Americano miliardi di dollari. Per ogni cinque inefficienti missili fatti in casa e contrabbandati attraverso un tunnel, gli USA trasportano in volo a pieno carico armi e casse di denaro contante da spendere da parte di Israele per le sue “necessità” militari. Per di più, ecco che i due pesi e le due misure sono la causa dello spargimento di sangue innocente in violazione del diritto internazionale, a spese del vostro denaro di contribuenti da voi guadagnato con sacrifici. Ancora, dal rapporto indirizzato al Congresso: “Nelle sue operazioni contro Gaza, Israele può avere usato programmi, armamenti e munizionamento acquisiti dagli Stati Uniti, inclusi, da quanto viene riferito, aerei da combattimento F-15 e F-16, elicotteri Apache e, sempre secondo articoli di stampa Israeliani, bombe teleguidate di piccolo calibro GBU-39, di cui il 110.esimo Congresso ha approvato la vendita in seguito alla notifica del settembre 2008. “ In aggiunta, tutte le tregue unilaterali fra Israele ed Hamas (annunciate da Hamas, mai da Israele) sono state rotte ogni volta da Israele. In molti casi, compiendo incursioni all’interno dei Territori Occupati, incursioni proibite dal diritto, che prevede che le popolazioni civili sotto occupazione (anche se i “coloni” se ne sono andati, Gaza è tenuta sotto assedio da Israele) devono essere rispettate, non aggredite dall’occupante. Israele, usando armi e velivoli forniti per le buone grazie del popolo degli Stati Uniti, ha bombardato strade e posti pubblici dove i loro obiettivi (uomini politici e religiosi che Israele individua come “militanti”, se non peggio) venivano localizzati, uccidendo in modo indiscriminato tutti coloro che stavano nei pressi, bambini compresi. Se questo non è terrorismo, questo termine non significa più nulla!
Questi sono solo alcuni dei miti in circolazione. Rappresentano solo una parte delle menzogne, della disinformazione e della propaganda (hasbara) messe in circolo nei confronti di uno dei più importanti partiti Palestinesi, sostenuto dall’interno, che si evolve come tutti i partiti, dal basso e legittimato da elezioni oneste e legali. Smontare queste menzogne è un dovere. Non è necessario essere d’accordo con l’intero programma di Hamas, ma si è obbligati a riconoscere che Hamas è totalmente differente dall’immagine che gli è stata cucita addosso a forza. Quello che si domandava Jessica Rabbit nel film, “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” potrebbe molto bene essere applicato ad Hamas: “Noi non siamo dei malvagi, sono loro che ci hanno dipinti in questo modo!”
dom, 15 novembre 2009 12:15
 DIRETTAMENTE DALL‘ HONDURAS RICEVIAMO DA IDA GARBERI: HONDURAS-GOLPE
Crescono le critiche sulla politica degli Stati Uniti di fronte al golpe in Honduras **** Tegucigalpa, 13 nov (Prensa Latina) Le critiche al ruolo giocato dagli Stati Uniti nella crisi sviluppatasi dal golpe di stato in Honduras sono sempre più dure ed arrivano ad accuse di complicità per consolidare il regime de facto. Perfino il presidente Manuel Zelaya, deposto il 28 giugno scorso, ha lasciato da parte il linguaggio diplomatico ed ha accusato l'amministrazione di Barack Obama di ritornare al passato, quando appoggiavano i golpe militari. Lo statista sostenne delle riunioni durante gli ultimi quattro mesi con le principali autorità nordamericane che hanno dichiarato di difendere la restituzione di Zelaya nella sua carica in pubblico. Nonostante, funzionari del Dipartimento di Stato nelle loro ultime dichiarazioni hanno aggiornato l'enfasi nella celebrazione delle elezioni, respinte dai settori antigolpisti dell’Honduras. “Ci hanno lasciato alla metà del fiume dicendo, adesso, che la loro priorità sono le elezioni e non la restituzione della democrazia”, ha detto Zelaya alla stazione radio costaricana DNA Radio, in dichiarazioni citate dalla stampa honduregna. “Il presidente Barack Obama ha offerto a Trinidad e Tobago a tutti i presidenti di America che lui era il futuro, che avrebbero visto degli Stati Uniti differenti”, ha ricordato Zelaya”, secondo il quotidiano La Tribuna. “Ma oggi –ha sottolineato - hanno smesso di essere il futuro per essere nuovamente il passato, quello dei golpe di Stato, delle elezioni imposte, delle frodi elettorali”. Il Fronte Nazionale contro il golpe di Stato che lidera la resistenza popolare contro il governo de facto, nel suo ultimo comunicato ha condannato il tentativo degli Stati Uniti di legittimare il golpe militare mediante i comizi. “Denunciamo l'atteggiamento complice del governo degli Stati Uniti che manovrò per dilatare la crisi ed ora mostra la sua vera intenzione di convalidare il regime golpista”, ha affermato nel testo. Il Fronte osserva che l'interesse reale degli Stati Uniti è “assicurare che il seguente governo sia docile agli interessi delle compagnie multinazionali ed il loro progetto di controllo regionale.” Il Fronte, un'alleanza dei settori popolare e partiti antigolpisti, ha annunciato che ignorerà i risultati dei comizi, considerandoli una farsa per assicurare la continuità del potere dell'oligarchia. Nonostante, ha messo in chiaro che non desisterà dalla lotta per ottenere la restituzione dell'ordine democratico rotto dai militari, la restituzione di Zelaya e la convocazione ad un'assemblea nazionale costituente. Ig/rl **** 
**** Rasel Tomè: la restituzione di Zelaya sarà il risultato della lotta del popolo **** Rasel Tomè: la restituzione di Zelaya sarà il risultato della lotta del popolo-Ida Garberi*, dall’Honduras “L’essenziale non sta nell’essere poeta, né artista né filosofo. L’essenziale è che ognuno metta la dignità nel suo lavoro, la coscienza nel suo lavoro, l'orgoglio di fare bene le cose, l'entusiasmo di sentirsi transitoriamente soddisfatto della sua opera, di amarla, di ammirarla, è la sana ricompensa dei forti, di quelli che hanno il cuore robusto e lo spirito pulito”. Alfonso Guillen Zelaya, poeta honduregno Quando sono riuscita ad avere i contatti per intervistare Manuel Zelaya, dovevo immaginarmi che il suo portavoce nell’ambasciata brasiliana in Tegucigalpa era un altro grande protagonista di questa meravigliosa lotta pacifica. E se ancora non avevo potuto comprendere il suo ruolo, quando il 13 ottobre mi ha chiamato sul cellulare per denunciare la persecuzione politica di cui era vittima, mi sono ancora più convinta che Rasel Tomé stava dalla parte del popolo, per meritare la galera, se mai si decidesse a lasciare l’ambasciata brasiliana, prima che il tiranno Gorilletti abbandonasse il potere. Lui e Zelaya sono due “delinquenti” così pericolosi per i gorilla che non possono pensare che restino liberi per strada, se mai decidessero, in un momento di pazzia, di abbandonare il loro rifugio brasiliano, prima che si restituisca l’ordine costituzionale. Di Zelaya sappiamo abbastanza, del suo “tradimento” alla sua classe sociale, alla parte del suo partito che oggi presenta alle elezioni il pro golpista Edwin Santos, la sua grande colpa di aver dato una voce ed una coscienza al popolo honduregno, ma Rasel non è da meno, quando decide come presidente della CONATEL (istituzione il cui scopo è promuovere lo sviluppo e modernizzazione delle telecomunicazioni in Honduras, fomentando la partecipazione dell'investimento privato nel settore, dentro un ambiente di libera e leale concorrenza, proteggendo la difesa dei diritti dell’utente e l'universalità dell'accesso al servizio) che un canale televisivo deve restare ai suoi legittimi padroni e non ai ricchi che vogliono usurpare il segnale: Rasel si è infischiato perfino di una sentenza di un tribunale corrotto. Ma Rasel, come potevi pensare, che ti perdonassero, inoltre, di aver dato la possibilità praticamente a tutti gli honduregni di comunicarsi con un cellulare firmando il contratto con Digicel? E sì, perchè questo contratto con la ditta irlandese ha permesso di portare i prezzi ad un livello così abbordabile, che anche le altre compagnie hanno dovuto chinare la testa alla legge della concorrenza. Tutto questo, i gorilla, non te lo perdoneranno mai. “Io sono Rasel Tomè, un avvocato, il segretario della Coordinatrice Liberale contro il golpe di stato, un democratico autentico, e sto lottando per i nostri valori, quei principi che la cupola militare, una parte del mio stesso partito e quelle 8 famiglie dell’oligarchia, che pretendono governare il paese, si sono colpletamente dimenticati”. “Rifiuto assolutamente le accuse contro di me e sono sicuro che durante la mia gestione in CONATEL ho adottato delle misure a beneficio della popolazione e lo stato, che hanno reso furiosi gli imprenditori che hanno visto colpiti i loro interessi”. E come ti capisco, Rasel, io che nel mio paese ho un ministro del consiglio che si chiama Berlusconi, che sta occupando illegalmente da quasi 15 anni lo spazio del suo canale Rete 4, mentre il suo padrone legale ha vinto in tribunale tutti i possibili processi, perfino a livello europeo........e nessuno parla o fa qualcosa!!!! L’Italia, grazie alla mafia che sta al governo, è il vero paese dove non succede nulla (non Honduras), se “cosa nostra” non è d’accordo! Rasel continua a raccontarmi che “una elite nel nostro paese ha deciso di distruggere la legalità e la sovranità popolare con l’imposizione delle armi e sostenersi con una repressione assassina. Però, nonostante tutto, non hanno potuto detenere il popolo, non hanno ottenuto una rottura tra chi difende l’ordine costituzionale, la Resistenza e Mel Zelaya. Io stesso sto soffrendo la persecuzione politica per aver avuto il coraggio di affrontare il tiranno e cercare di difendere i sogni del popolo”. “Io stavo solo cercando di lasciare ai miei figli un mondo migliore, più giusto, più equo e più solidario: in America Latina, unicamente Haiti è più povero di noi. Siamo il paese più povero perché? perchè l'oligarchia conservatrice non permette il diritto alla partecipazione del popolo. E la gente invece esige un futuro migliore, un paese più giusto, una società più equa”. “Si è sempre detto che il popolo honduregno fosse un popolo sottomesso, che era un popolo ignorante, che era un popolo che non reclama i suoi diritti ed è per questo che hanno deciso di fare un golpe di Stato, queste sono le ragioni per cui hanno attaccato Mel Zelaya, hanno pensato che la gente sarebbe rimasta in casa sua, sopportando la miseria, sopportando le ingratitudini, ma il popolo ha detto NO e sono già più di quattro mesi di resistenza, di camminate, consumando le scarpe, e di camminare quasi senza mangiare e solo bevendo acqua, ma continuiamo così, decisi fine alla fine, fino all’ultima consequenza, come testimoniano i nostri martiri”. “Voglio sottolineare ancora una volta che solo otto famiglie honduregne di risorse economiche, si sono riunite ed hanno deciso: buttiamo fuori il presidente, diamo l'ordine alla cupola militare, e così sono arrivati, hanno sparato, hanno mitragliato la sua porta, gli hanno messo le manette, lo hanno montato su un aeroplano e lo hanno portato in Costa Rica”. Quando termina il suo discorso, Rasel mi lancia una proposta: perché non tenti di entrare all’ambasciata brasiliana, così l’intervista sarà diretta e non per telefono? Resto solo un secondo perplessa, però subito domando se sarà una cosa fattibile. Rasel mi risponde che sarà molto difficile, però la richiesta di una giornalista europea di intervistare il presidente eletto dal popolo e sequestrato in un’ambasciata straniera rappresenterà sempre una spina nel fianco dei gorilla. Questa situazione, per me, non ha bisogno di molte riflessioni, se posso fare qualcosa che aiuti questo popolo meraviglioso in Resistenza, non sarò certo io che mi tirerò indietro! Così il giorno seguente, dopo varie vicissitudini, riesco ad arrivare all’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa ed avere un’intervista con l’ispettore della polizia e portavoce del Gorilletti, pardon, portavoce della segreteria della sicurezza, Daniel Molina. Confermo che l’ostigazione nei dintorni della sede diplomatica è veramente surreale e sembra uscire da un film di terrore (continuo a chiedermi come la comunità internazionale può permettere tutto ciò) e che Molina sembra un cinico nazista, tutto muscoli e niente cervello. Alla mia richiesta, risponde arrogante che il governo attuale non ha nessuno interesse che una giornalista straniera veda le condizioni di vita del “signor” Zelaya ed i suoi “amici”. Ed io ribatto che mi sembra un’attitudine poco intelligente da parte del governo attuale: ed effettivamente che cosa si poteva aspettare da un personaggio che in seguito, senza rendersi conto di essere registrato, ha confermato a dei giornalisti stranieri, che i militari hanno fatto un golpe di stato e sono quelli che comandano? ( video dichiarazioni: http://www.youtube.com/watch?v=5DkvsFz7lwA) Ed il nostro polizia imbecille adesso risulta scomparso, provabilmente sequestrato o ucciso dai suoi stessi padroni!!!! Purtroppo ci troviamo di fronte, un’altra volta all’arroganza fascista dell’impero, al sentimento di supremazia degli Stati Uniti che vogliono fermare questa Nuestra America di Josè Martì, Simon Bolivar e Francisco Morazan: già nel 1961, a Punta del Este, in Argentina, quando Cuba non ha firmato il documento finale della Conferenza Economica a beneficio dell’alleanza per il progresso, Ernesto Che Guevara ha spiegato che gli Stati Uniti non si sono accorti che la storia sta camminando, tutti i giorni, in America Latina, e che è impossibile fermarla......però gli yankee effettivamente dimostrano una certa durezza nell’arte della comprensione, ancora oggi, nel 2009!!! *l’autrice è responsabile della pagina web in italiano di Prensa Latina

GIRO IN ITALIA DI UN DIRIGENTE DELLA RESISTENZA IN HONDURAS
**** Cari compagni e amici, come sapete in Honduras c’è stato un colpo di Stato effettuato dai militari in combutta con settori dell’oligarchia e sotto copertura e complicità Usa. Sapete anche, non tutti ahimè, che dal 28 giugno, giorno del golpe, il popolo honduregno oppone ai fascisti una valorosa resistenza, costata decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di carcerati e un numero imprecisato di desaparecidos. Si tratta di una ripetizione dell’Operazione Condor che portò al golpe di Pinochet. Ancora oggi, dopo il fallimento di un presunto “dialogo” tra golpisti e il legittimo presidente Manuel Zelaya, la dittatura sostenuta dagli Usa si mantiene al potere e conta di legittimarsi agli occhi della “comunità internazionale” attraverso elezioni da essa controllate (e ovviamente manipolate) e che la vasta maggioranza della popolazione respinge. Tutto questo è vergognosamente ignorato dalla classe politica tutta e dai media, fatta eccezione per “il manifesto”. Un silenzio indice di complicità con coloro che tornano ad attuare una strategia di aggressione colonialista nei confronti dell’America Latina liberatasi in massima parte del dominio Usa, delle sue multinazionali e del suo controllo militare. E’ dunque importantissimo e urgente che all’opinione pubblica italiana, esclusa strumentalmente dalla conoscenza di questi sviluppi, possa essere fornita un’informazione corretta e veritiera su un conflitto che minaccia di estendersi al continente intero e che avrebbe conseguenze nefaste su tutti i popoli e le classi in lotta per sovranità e giustizia sociale.
Il Circolo della Tuscia dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba si fa promotore della proposta di una visita in Italia di un alto esponente del Fronte della Resistenza al Colpo di Stato in Honduras. Chiediamo dunque agli altri circoli dell’ ANAIC, ma anche a tutte le strutture impegnate su temi internazionali, di partiti, associazioni, comitati, centri sociali, di considerare l’opportunità a partecipare all’organizzazione di un giro del dirigente honduregno in Italia, assumendosi i costi degli spostamenti locali e di vitto e alloggio. Se vi fosse inoltre la possibilità di sostenere le spese del biglietto aereo, questo faciliterebbe l’impresa, giacchè anche i compagni honduregni non è che nuotino nell’oro e i loro fondi sono destinati a incombenze più immediate e urgenti.
Attendiamo dunque a stretto giro di email risposte da coloro che ritengano di partecipare con iniziative locali a questo giro del membro del direttivo del Frente. La visita potrebbe effettuarsi nella prima quindicina di dicembre o, se la maggioranza dei partecipanti lo ritenesse opportuno, dal 10 gennaio in poi. In questo secondo caso l’incontro con il dirigente della Resistenza honduregna potrebbe arricchirsi della presentazione del primo, esaustivo docufilm sul colpo di Stato, sulla Resistenza popolare e sul quadro complessivo latinoamericano. **** INFO :Ass. Naz. di Amicizia Italia-Cuba, Circolo della Tuscia... Via Garibaldi 23, 000066 Manziana, (ROMA), italiacubatuscia@libero.it
sab, 07 novembre 2009 15:08
 Honduras, saltati tutti gli accordi
di Gennaro Carotenuto, venerdì 6 novembre 2009, 17:00
**** L’accordo raggiunto la scorsa settimana con l’avallo del segretario di Stato statunitense Hillary Clinton per riportare il presidente legittimo Mel Zelaya, rifiugiato nell’ambasciata brasiliana, al governo in Honduras è abortito. La giocata del dittatore Roberto Micheletti di far sostituire al suo governo un cosiddetto governo di Unità nazionale, da lui stesso presieduto ed espressione dei candidati progolpe alle elezioni di fine novembre, ha trasformato gli accordi in una burla e rischia di far precipitare nuovamente l’Honduras nel caos. A questo punto è sempre più improbabile che le elezioni del prossimo 29 novembre possano avere una qualsivoglia legittimità e che il governo che ne scaturisca possa essere riconosciuto dalla comunità internazionale.
Honduras: 'governo di Unità Nazionale' anzi no. Micheletti rimane in sella. ****
Grazia Orsati, Radio Città Aperta
06-11-2009/13:23 --- In Honduras l’annuncio del governo di unità nazionale era atteso come una svolta nella grave crisi politico-diplomatica causata dal colpo di stato del 28 giugno scorso. Ma l’annuncio del nuovo esecutivo, fatto dal golpista Micheletti durante la notte alla televisione nazionale, ha trasformato le speranze di un ritorno alla legalità in amara delusione: il ‘nuovo’ governo resta guidato da Micheletti e non contiene alcun rappresentante del fronte Zelaya, il legittimo presidente ancora rifugiato all’interno dell’ambasciata del Brasile a Tegucigalpa. Utilizzando le lacune contenute nel testo degli accordi sottoscritti, il governo golpista ha annunciato di aver adempiuto agli impegni presi con la comunità internazionale, Stati Uniti e Organizzazione degli Stati Americani in testa. I ministri degli esteri del Gruppo di Rio, l’organizzazione che raggruppa gli Stati dell’America latina e dei Caraibi, sorta nel 1986 in alternativa all’OEA dove sono presenti anche gli Stati Uniti, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si legge che l’immediato reinserimento del presidente Zelaya nella carica per la quale è stato eletto, costituisce un requisito indispensabile per il riconoscimento delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 29 novembre e per la normalizzazione delle relazioni della Repubblica dell’Honduras con il Gruppo di Rio. “La responsabilità di risolvere il problema ricade sugli honduregni” ha dichiarato Thomas Shannon, segretario di Stato Usa per l'Emisfero Occidentale; “… siamo felici di aver riscontrato tra gli honduregni la volontà di risolvere la crisi ..” ha detto Hilda Solís dell’Organizzazione degli Stati Americani e a questo proposito si chiede Ricardo Salgano: “A quali honduregni si riferiscono questi personaggi che hanno visitato il nostro paese? Dopo quattro mesi di dittatura, quelli che ci offrono un mondo migliore, senza dirci però dove sta, continuano a parlare dell’assenso di un popolo che sta invece per le strade a reclamare ciò che storicamente gli è stato rubato con tutti i mezzi possibili. ****
MICHELETTI FASCISTA USURPATORE
Nella notte tra giovedì e venerdì 6 il governo golpista hondureño, al potere dal colpo di stato dello scorso 28 giugno, si è dimesso. Non lo ha fatto però per restituire il potere al presidente legittimo Mel Zelaya, come previsto dagli accordi, ma per arrivare a un governo di unità nazionale sul quale vorrebbe ancora mettere la sua ipoteca il dittatore di Bergamo Alta. Nelle dimissioni vi sono almeno due trappole che contengono l’intenzione di Micheletti di continuare a gestire il processo elettorale. Il parlamento non ha votato, come stabilito negli accordi, la restituzione di Zelaya e, secondo il portavoce e Sottosegretario alla presidenza del governo di fatto, Rafael Pineda Ponce, la cosa più logica sarebbe “che don Roberto Micheletti, essendo il presidente costituzionale della nazione, fosse anche il capo del gabinetto di Unità nazionale” che dovrebbe decidere se e quando il presidente legittimo Manuel Zelaya debba riprendere il proprio posto fissando la data del voto parlamentare. Pineda Ponce conferma che Micheletti ha richiesto e almeno in parte ricevuto dai candidati alle elezioni presidenziali, tuttora in programma tra 22 giorni, una lista di nomi di candidati a posti di ministro per un governo che dovrebbe durare poche ore. Mel Zelaya non ha invece inviato alcuna lista di nomi. Se la formazione del governo è pleonastica non viola gli accordi della scorsa settimana. Dove la divergenza è totale è per quanto concerne il rientro in carica di Zelaya che per quest’ultimo doveva essere al massimo entro giovedì prossimo “altrimenti ogni accordo sarebbe da consideraredecaduto” e che per il governo golpista uscente non avrebbe una data precisa e quindi il governo di Unità nazionale potrebbe proseguire almeno fino a ridosso delle elezioni presidenziali. Paradossalmente è Micheletti ad avere ancora più carte nelle sue mani. Dopo aver tardato mesi per accettare che fosse il parlamento a votare il ritorno di Zelaya adesso, anche dimettendosi, sta ritardando questo voto il più possibile. Alla chiusura di questo articolo non è possibile fare un quadro su chi, in queste condizioni, effettivamente possa appoggiare il governo di Unità nazionale sotto l’ipoteca di Micheletti e ritardando ulteriormente il ritorno di Zelaya e se non siamo, al contrario, al riprecipitare della crisi honduregna.
mer, 04 novembre 2009 18:44
 **** Xiomara Hortensia Zelaya: “Hanno paura di noi, perché noi non abbiamo paura” Ida Garberi*, dall’Honduras **** “Verrà un domani libero. Verrà la democrazia. Non per un ordine straniero né per grazia divina Verrà perchè il dolore ci deve unire tutti Per scacciare la miseria, gli oppressori ed il fango. Verrà la libertà! Sul passato inerte Vedremo la vita sconfiggere la morte”. Alfonso Guillen Zelaya, poeta honduregno
Mentre il popolo honduregno in resistenza sta festeggiando per la classificazione di Honduras al mondiale di calcio Sudafrica 2010, gli stessi ribelli hanno creato un nuovo slogan per l’occasione, “Honduras al mondiale, Zelaya nella presidenziale”, facendo chiaro riferimento che come Honduras ha vinto la qualificazione per i campionati mondiali di calcio, così il suo presidente democraticamente eletto, oggigiorno ancora assediato dentro l’ambasciata del Brasile, deve essere restituito alla Casa Presidenziale. La partita che ha determinato la classificazione dell’Honduras è stata giocata il 14 ottobre 2009 e due giorni dopo, mentre stavo in resistenza con i “camminanti” honduregni nelle vicinanze del Hotel Clarion, sede del controverso dialogo di Guaymaras, ho incontrato la figlia di Mel Zelaya, Xiomara Hortensia Zelaya, più conosciuta come “Pichu”. Non si può negare la sua forza da leader, anche se ancora giovane, con i suoi 24 anni: quando è arrivata al luogo della manifestazione, è stata capace di accendere di gioia gli animi della Resistenza, che quasi non le permettevano di parlare tra slogan amichevoli e grida di giubilo. Qui nessuno ha dimenticato l’appoggio suo e di sua madre dato alla resistenza mentre Mel Zelaya si trovava fuori dal paese, erano proprio loro a dirigere la marce infinite dei camminanti honduregni. Adesso, che suo padre è assediato nell’ambasciata del Brasile, funge da comunicazione tra Mel e la gente, conversa con i leader del Fronte Nazionale contro il golpe di stato: Xiomara scende in strada, da interviste, chiacchiera nelle piattaforme sociali come Facebook o Twigger attualizzando i partecipanti sulla violenza incredibile e sui soprusi contro i diritti umani perpetrati dal tiranno gorilla Micheletti. La Pichu, questo venerdì 16 ottobre, è venuta accompagnata da Doña Flor Guevara, attiva militante della resistenza e madre del capitano della nazionale di calcio dell’Honduras, Amado Guevara. Proprio nell’Hotel Clarion, davanti a tutti i giornalisti che aspettavano notizie per il risultato del dialogo, la madre del calciatore ha consegnato a Xiomara la maglietta che Amado indossava nella partita decisiva della classificazione. “Per il signor presidente Josè Manuel Zelaya, dal suo amico Amado Guevara”, è la frase che è stata scritta sulla maglietta da questo coraggioso calciatore, che oltre a fare questo regalo al presidente, si è rifiutato di essere festeggiato per la vittoria dal tiranno Micheletti, con un’altra stella della nazionale honduregna, Julio Cesar Leon. Quando riesco ad avvicinarmi alla Pichu, facendomi largo tra folla esultante, riesco a conversare con lei grazie alla sua grande disponibilità ed ai militanti della resistenza che mi presentano. Come prima cosa le domando come è la situazione dentro l’ambasciata del Brasile e in che condizioni sono costretti a vivere gli occupanti, e la Pichu mi risponde che sono assediati da un numero assolutamente spropositato di soldati, poliziotti, franco tiratori, laccai del golpe di stato che si occupano di azionare sistemi elettronici per interrompere le chiamate dei cellulari, produrre rumore ad elevati decibel nel tentativo di innervosire i presenti, attivare dei fari di luce molto potenti affinché i poveri accerchiati non possano dormire soprattutto durante la notte e razionano i cibi che possono essere introdotti. “Comunque l’animo di mio padre continua ad essere forte ed alto, un esempio per tutti”. “Io non sono mai stata una buona cuoca, però adesso ho dovuto imparare per poter cucinare per i miei genitori e portarle da mangiare tutti i giorni, in due turni, uno per il pranzo e l’altro per la cena”. “Non riesco quasi mai ad entrare nell’ambasciata, devo sopportare che i soldati controllino il cibo, mettendogli dentro le dita per cercare qualche arma ed i cani annusino i piatti, per cercare droga. Questa è la ragione per cui cerco di portare solo cose fredde e che possono difficilmente corrompersi”. Mi racconta che lei è rimasta fuori dall’ambasciata perché doveva assistere sua sorella Zoe che era in cinta ed ha appena partorito, con un’operazione cesarea. “Pochi giorni prima del parto abbiamo chiesto, io e mia sorella, il permesso all’arcivescovo di Tegucigalpa di poter entrare nell’ambasciata affinché la futura mamma potesse avere la benedizione dei suoi genitori, prima dell’intervento chirurgico, però purtroppo, dopo tre ore di attesa l’unica cosa che abbiamo ottenuto è stato un netto rifiuto”. La Pichu non commenta questo particolare, però io, come cattolica, mi domando che classe di arcivescovo è don Oscar Rodríguez de Madariaga: un seguace di Don Bosco(!) che appena dopo il golpe di stato ha affermato che sarebbe stato un bene per il paese che il presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya restasse fuori dall’Honduras!!!! E come riflette di poter conciliare con i precetti cristiani più umili (neanche pensare a quello che avrebbe dovuto fare in teoria, non un semplice cattolico cresimato, ma bensì un ministro di Dio!!!) il rifiuto ad una donna in cinta di poter parlare con la sua famiglia, sequestrata da gorilla assassini, quando il cattolico in questione è forse l’unico tramite possibile? Non credo che esista una risposta se non che, come sempre, non c’è nessuna relazione veramente cristiana tra l’alta gerarchia della Chiesa ed i fedeli: i grandi prelati sono troppo occupati a difendere i loro interessi ed appoggiare i settori golpisti, che rappresentano la fonte di denaro in Honduras. Ed il popolo? Per fortuna non perde la fede nei precetti di Cristo, (per me e Celia Hart, Gesù è stato il primo comunista della storia) perché esistono preti veramente fedeli al loro giuramento, che stanno rischiando la vita per aver difeso i più umili e la madre terra, come padre Andres Tamayo, che per aver commesso questo “grande peccato” si trova anche lui sequestrato nell’ambasciata brasiliana. La Pichu continua affermando che crede che il futuro di Honduras sarà comunque buono: quando restituiranno a suo padre la sua carica, perché incomincerà la lotta per una vera democrazia partecipativa che sconfigga la rappresentativa, corrotta e obsoleta, e se non lo restituiranno, allora la lotta sarà ancora più dura, però il futuro sarà sempre positivo, perché il popolo honduregno ha incominciato a marciare e nessuno lo può fermare. “La vittoria del mio paese sarà una vittoria per tutti i popoli della Nostra America, quella tanto sognata da José Martì”. “Dal momento che tu vivi a Cuba vorrei che portassi tutto il mio affetto all’ambasciatore Juan Carlos Hernandez, un uomo ed un diplomatico così coraggioso, con cui sempre resteremo in contatto ed a cui sempre saremo grati per il suo comportamento. Chiaramente salutiamo tutta l’ambasciata cubana, ringrazieremo il Comandante in capo Fidel Castro ed il presidente della Repubblica Raul Castro per tutto l’appoggio solidario dato al paese ed al popolo honduregno, non solo adesso, ma da tanti anni”. “In questi giorni di lotta amiamo ancora di più i nostri fratelli cubani perché viviamo in carne propria quello che Cuba ha sofferto con il tiranno Battista. Almeno in piccola parte sentiamo le stesse unghie dell’imperialismo che feriscono il popolo cubano da quasi 50 anni con il bloqueo, sanguinario e criminale”. “Anche mio papà è stato sequestrato perché, come Cuba, non ha accettato di piegarsi alle regole inumane del neoliberalismo, anche a noi cercano di zittire, uccidere e violentare perché stiamo cercando un futuro più equo e solidario”. “Però non passeranno, no, i soldati non vinceranno, perché anche noi come Cuba non abbiamo paura e diremo no alla corruzione sfrenata imposta dall’imperialismo”. Il nostro incontro termina con un grande abbraccio, questa giovane ragazza per un momento mi fa sognare e guardare nel futuro: forse, sto stringendo tra le mie braccia quella che sarà la prima donna presidente della Repubblica, (una vera Repubblica onesta e solidaria, se l’avrà scelta) in Honduras?
*l’autrice è la responsabile della pagina in italiano del sito web di Prensa Latina
**** Zelaya sollecita che i golpisti cessino la manipolazione della crisi (Prensa Latina) Il presidente costituzionale dell’Honduras, Manuel Zelaya, ha fatto un appello ai golpisti affinché abbandonino la manipolazione dell'accordo che dovrà mettere fine alla crisi politica in questa nazione centroamericana. Zelaya, deposto il 28 giugno di quest’anno, mediante un golpe di stato, ha reclamato al governo de facto di Roberto Micheletti la sospensione dei “giochi sporchi” e delle “strategie dilatorie” per applicare il patto sottoscritto lo scorso 30 ottobre. Secondo il documento, il Congresso Nazionale dovrà pronunciarsi sul ritorno del dignitario, come parte delle misure per ristabilire l'istituzionalità. Secondo Zelaya, è molto importante rendere effettiva questa analisi nel Congresso, perché “abbiamo sopportato stoicamente già a sufficienza come popolo per pretendere di continuare a manipolare la buona fede che abbiamo depositato per risolvere la crisi”. Nessuna delle parti, ha apprezzato, “deve utilizzare dei giochi sporchi, delle strategie dilatorie o misure che ci facciano perdere il credito ed il rispetto che come popolo meritiamo davanti alla comunità internazionale”. L'avvertenza del governante ha luogo mentre diversi settori del paese osservano la possibilità che nel Congresso Nazionale si dilati il pronunciamento accordato nelle negoziazioni. La sua restituzione nella carica di presidente, ha osservato, non sta in gioco ed ha sollecitato il regime de facto affinché compia ciò che si è pattuito al più presto possibile. “Qualunque interpretazione fuori da questo contesto costituirebbe un nuovo affronto al popolo honduregno e la comunità internazionale”, ha considerato il dirigente, che è ritornato a Tegucigalpa dal passato 21 settembre e rimane nell'ambasciata brasiliana. In questo accordo, ha sottolineato, “la carica del Presidente della Repubblica dell’Honduras che costituzionalmente ha scelto il popolo honduregno non è in discussione”. Il Congresso Nazionale deve agire con la diligenza e la celerità richiesta, al fine di “recuperare il più caro degli interessi della patria, la Democrazia, che è stata rotta”, ha apprezzato il politico. Per lo meno 65 dei 128 deputati dovrebbero votare a beneficio della restituzione per rendere effettivo il ritorno di Zelaya. Il presidente del Congresso, José Alfredo Saavedra, ha indicato che i dirigenti di questa istituzione conosceranno oggi il contenuto dell'accordo e dopo decideranno i passi da seguire, senza precisare la data della riunione parlamentare per esaminare la restituzione reclamata dal popolo. Ig/mjm **** 
**** “Honduras è un grande campo di lotta”, Juan Barahona Ida Garberi*, dall’Honduras
“Se il presente è di lotta, il futuro è nostro” Ernesto Che Guevara **** Lo so che forse potrei sembrare ripetitiva, però è che le assemblee domenicali nella sede dello STIBYS (Sindacato dei Lavoratori dell’Industria delle Bevande e Simili) a Tegucigalpa credo che potrebbero emozionare anche la persona più frigida della terra. Sono un’esplosione di gioia resistente, di canti, di slogan, di cibo preparato con tanto amore per poter far sussistere tutto un popolo in resistenza. Ed è proprio in questa sede che conosco personalmente per la prima volta Juan Barahona, coordinatore generale del Fronte Nazionale contro il golpe di stato in Honduras, colui che dall’epoca delle medie, quando ancora era un adolescente, ha dedicato tutta la sua vita alla lotta per i più poveri, per i lavoratori più umili. Questo movimento del Fronte Nazionale, che lui coordina, mi sorprende per la sua capacità agglutinante, che ha saputo mettere d’accordo forze progressiste che prima del 28 giugno non erano riuscite a dialogare alla pari, sullo stesso piano. Mentre parlo con Juan, un compagno pieno di ottimismo e di buon umore, i canti della Resistenza fanno da sottofondo nel mio registratore, sono la colonna sonora di queste giornate storiche, dolorose, piene di speranza, ma anche di sofferenza, di rabbia e di impotenza davanti a tanta violenza gratuita da parte del governo de facto di Gorilletti, pardon Micheletti e dei suoi laccai compiacenti. “Honduras, il popolo sta con te……..Honduras, un popolo che non tace……Honduras resiste alla battaglia…….perché torni José Manuel Zelaya”, sono le parole dell’inno della Resistenza, composto e regalato al popolo honduregno dal gruppo venezuelano Abiayala, una forma per aiutare la lotta dei ribelli al terribile e violento golpe di stato del 28 giugno, che ha strappato dal suo paese il presidente democraticamente eletto, Manuel Zelaya Rosales. Juan Barahona mi racconta che il Fronte Nazionale contro il golpe di stato nasce esattamente il 29 giugno, mentre il popolo honduregno è in piena rivolta sulle strade, ancora scosso per l’accaduto che ha sconvolto l’ordine costituzionale, però già deciso che la lotta per il ritorno del presidente ed un’assemblea costituente non può fermarsi. Da subito la gente si rende conto che ha bisogno di una struttura che gli permetterà di attuare con coordinazione, attualmente tutti i settori popolari come indigeni, maestri, donne in resistenza, la popolazione negra “garifuna”, medici, sindacalisti, contadini, operai, una parte della piccola e media impresa, giovani e studenti, un settore della chiesa cattolica ed evangelica non golpista, gli artisti contro il golpe, gli avvocati contro il golpe dialogano e costruiscono la strategia con la Coordinatrice del Partito Liberale contro il golpe di stato e con il Partito Unificazione Democratica. Personalmente, sono molto interessata quando Juan Barahona mi spiega che la strategia del Fronte si basa su una struttura orizzontale partecipativa, più tipica dei movimenti sociali che dei partiti politici tradizionali, il popolo è stanco di eleggere rappresentanti troppe volte corrotti che fanno promesse durante la campagna elettorale e non mantengono mai i loro compromessi con gli elettori, una volta eletti e dopo aver guadagnato il loro “piccolo” spazio di potere. Il fatto entusiasmate è che anche parte dei partiti politici tradizionali ha accettato il cambiamento e lavora sulla strada gomito a gomito con il Blocco Popolare, il gruppo che racchiude la parte non partitica del Fronte. Juan mi spiega che il golpe di stato non li ha colti di sorpresa, la rapidità dell’organizzazione è anche dovuta ad un lavoro capillare nei quartieri e nei posti di lavoro, continue assemblee popolari per informare e preparare il popolo hanno permesso una diffusione nazionale del Blocco Popolare, sorto il 2 maggio 2000, con la caratteristica di un movimento antisistema, antimodello e anticapitalista. Il confronto con il governo neoliberale è stato molto duro fin da subito ed in agosto 2003 avevano già “vinto sulla strada” ed è riuscito a convocare uno sciopero nazionale che a livello della capitale, l’ha paralizzata bloccando le quattro entrate. Un ruolo importante nel Blocco è svolto dalla Coordinatrice di Resistenza popolare, che riunisce tutti i movimenti sociali. In altre occasioni tutto il paese è stato messo in ginocchio da dei blocchi delle principali arterie stradali honduregne. Un fatto che mi colpisce moltissimo è che la comunità del Fronte vede Zelaya come un leader indiscusso: poco prima di conversare con Juan, il presidente democraticamente eletto e assediato dal 21 settembre nell’ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, ha chiamato per telefono Barahona ed ha salutato il suo popolo, tra innumerevoli manifestazioni di affetto e vocio di giubilo. “Dobbiamo continuare a gridare le nostre verità, stanno cercando di zittirci per poter perpetrare impuni i loro crimini, ma non lo possiamo permettere, io sono la soluzione al golpe, non sono un problema, come dice Micheletti”, afferma Zelaya. Ed effettivamente penso che purtroppo la comunità internazionale non ha agito abbastanza fortemente per poter ottenere una soluzione democratica: per esempio, una delegazione dell’Unione Europea che doveva incontrarsi per firmare un accordo di associazione tra America Centrale ed Europa, ha preferito informarsi in Costa Rica!, su cosa sta succedendo in Honduras, preoccupata solo di risolvere il problema del contratto sulla banana e di non avvicinarsi troppo ai ribelli, per paura del contagio di una strana febbre progressista. Chissà che il “morbo” di sinistra ci faccia il miracolo, ed arrivato nei paesi del primo mondo possa (magari!) svegliare, per esempio, il popolo italiano, apatico ed rimbecillito davanti alle numerose televisioni di proprietà del primo ministro spiconano, perdon Berlusconi. Incuriosita ed affascinata dall’appoggio al presidente, chiedo a Juan se il Blocco Popolare aveva appoggiato Zelaya fin dal principio della sua compagna elettorale e lui sinceramente mi chiarisce che il popolo all’inizio era diffidente della posizione borghese del mandatario e si è avvicinato a lui quando ha visto concretarsi fatti come la diminuzione del prezzo della benzina, l’adesione all’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nostra America) e soprattutto l’aumento del salario minimo. Dopo questi fatti, quando Mel, come chiamano affettuosamente Zelaya i suoi sostenitori, ha proposto l’inchiesta con la quarta urna (per sapere se la maggioranza del popolo in Honduras volesse la convocazione ad un’assemblea costituente) già tutto il movimento era pronto a seguirlo. E come afferma Juan, “siamo pronti a continuare questa lotta pacifica fino all’ultima conseguenza, come dimostrano i nostri martiri, che non ci hanno lasciato in vano”. E mentre Juan pronuncia questa frase, un ribelle del Fronte lo ascolta e mi grida nel registratore uno dei tanti slogan, per riconfermare: “Sangue di martiri, seme di libertà”. Ma tutta questa energia, questa tremenda convinzione e questa dedizione assoluta per il popolo, come è incominciata in Juan? Questo leader sindacale, con il suo sorriso franco ed onesto, mi racconta che fin dalle medie era un ragazzo militante. Ha frequentato il collegio più grande non solo di Honduras ma anche di tutta l’America Centrale, l’Istituto Central Vicente Caseres e qui a parte le materie di studio, mi confessa di aver appreso anche a lottare sulla strada per difendere i suoi diritti di studente. “Questo Istituto è famoso per aver forgiato i dirigenti che hanno lottato per le cause giuste degli anni 70 e 80 ed anche oggi continua nella battaglia, dal momento che è in Resistenza, sta insegnando ai suoi alunni a preservare la scuola pubblica ed ha avere forza, coraggio e vigore per difendere il loro paese e pretendere una patria nuova”. E mentre Juan mi parla, penso che è veramente invidiabile la forza di questo uomo che ha compiuto 55 anni proprio da poco, il 12 luglio: non ha potuto festeggiare con calma con la sua famiglia, perché era sulla strada in Resistenza, però in compenso è stato accompagnato dall’affetto di tutto un popolo. Fisso il mio sguardo sul suo berretto con l’effige del Che Guevara, il simbolo di Barahona, che permette di individuarlo facilmente tra le centinaia di “camminanti”, come chiamano il popolo in resistenza, quando ci si incontra nel luogo di raduno, fissato ogni mattina. Un simbolo così emblematico che anche durante il dialogo tra le due delegazioni, quella di Zelaya e quella dei golpisti, svoltosi in un hotel a quattro stelle e molto snob, è stato parte del suo abbigliamento, il compagno Barahona non ha abbandonato il Che Guevara ed i suoi fedeli jeans, cosa che è stata apprezzata dai membri del Fronte. In qualsiasi leader di un movimento i suoi seguaci amano, chiaramente, che sia coerente con i suoi ideali. “Compagna, se lei porta questa spilla di Mel deve stare in Resistenza, allora per piacere, dica a Juan Barahona che mi ha commosso quando ho visto come stava vestito nell’hotel dei ricchi, lo apprezzato ancora di più perché non aveva la giacca e la cravatta ed il Che Guevara era presente nel dialogo, glielo dica che il popolo gli vuole bene perché non gli interessano le vuote convenzioni ”, mi ha detto spontaneamente un taxista mentre mi conduceva alla casa dove alloggio. Quando racconto l’accaduto a Juan mi regala uno dei suoi ampi sorrisi e mi confessa di sentirsi contento quando la gente comprende fino in fondo il suo modo di attuare, sempre dalla parte del popolo. “Cara compagna, io sono molto contento che lei ci accompagni in questi momenti tanto duri, la stampa internazionale progressista è quella che ci permette di vivere, di avere una voce che grida agli orecchi sordi del mondo, il tiranno sta cercando di buttarci nell’oblio, nel silenzio, perché nessuno sappia le violazioni, le torture, i soprusi che sta subendo il popolo honduregno”. “Le cose che sono successe hanno provocato il fatto che il popolo honduregno continuerà sulla strada anche dopo la restituzione del presidente Zelaya, anche dopo la formazione dell’assemblea costituente, quando riusciremo ad ottenerla. Perché definitivamente il popolo hondegno ha dato una svolta nella sua vita, lo stesso popolo di oggi, quello del dopo 28 giugno, non è lo stesso che il popolo prima del 28 giugno, abbiamo imparato a lottare molto di più in questi ultimi 4 mesi che negli ultimi 90 anni!”. Saluto Juan e lo ringrazio per la chiacchierata, augurando al suo meraviglioso popolo di poter ottenere il più rapido possibile la restituzione del loro presidente democraticamente eletto e la formazione di un’assemblea costituente, ricordando le parole del Comandante in Capo Fidel Castro, che trattando il tema Honduras, ha affermato: “Abbiamo visto sorgere una nuova coscienza nel popolo honduregno. Un'intera legione di combattenti sociali si è temprata in quella battaglia. Zelaya ha compiuto la sua promessa di ritornare. Ha il diritto ad essere ristabilito al Governo ed a presiedere le elezioni. Dai combattivi movimenti sociali stanno emergendo nuovi e ammirevoli funzionari, capaci di guidare il popolo lungo i difficili cammini che attendono i popoli della Nostra America. In quel paese sta nascendo una Rivoluzione”. *l’autrice è responsabile della pagina web in italiano di Prensa Latina
dom, 01 novembre 2009 19:05
 “QUERIDO ZELAYA TUTTO IL MONDO CIVILE TI GUARDA E CHIEDE DIGNITA’ E RISPETTO NEI CONFRONTI DI COLORO CHE SONO STATI ASSASSINATI,FERITI, TORTURATI, INCARCERARATI ILLEGALMENTE O FATTI SPARIRE DAL REGIME GOLPISTA HONDUREGNO FINANZIATO E PROTETTO DAGLI USA”
RICORDA HANNO LOTTATO , SOFFERTO, RESISTITO PER SOSTENERE TE E LA LIBERTA’ DELL’HONDURAS. TUTTO INSIEME SU PRESSIONI STATUNITENSI I GOLPISTI SI ALZANO E DICONO BASTA “ABBIAMO SCHERZATO”
VIENE SPONTANEA UNA DOMANDA : CHI FARA’ PAGARE MICHELETTI E LA SUA BANDA DI ASSASSINI PER I CRIMINI COMMESSI?
**** Dal golpe alla «pace», accordo Zelaya-Micheletti di Maurizio Matteuzzi (il manifesto) Il golpista rinuncia alla presidenza, il 29 novembre si vota
Voleva dire che l'epoca dei golpe «naturali» non era morta ed era tornata. Nel dimenticato Honduras perso in Centramerica, forse fuggevolmente noto da noi solo perché in una delle sue bellissime spiagge sui Caraibi c'era la location dell'Isola dei famosi, in questi ultimi quattro mesi si giocava una partita importante, se non proprio decisiva, per il futuro. E, a quanto pare, fatti salvi colpi di coda che al momento appaiono del tutto improbabili, la partita si è conclusa nella notte fra giovedì e venerdì, con la vittoria (ai punti) della squadra della democrazia sulla squadra del golpe. È stato quando verso la mezzanotte le due delegazioni, una degli uomini del presidente Zelaya «ospite» dell'ambasciata brasiliana di qui dal 21 settembre e l'altra degli uomini del presidente golpista Roberto Micheletti, hanno firmato l'accordo in 14 punti che rimetta le cose al loro posto e consenta di affermare che la democrazia formale è stata restaurata con il ritorno di Zelaya alla presidenza, sia pure un ritorno fugace fino alle elezioni del 29 novembre, e senza poteri reali se non quello di insediare il suo successore il 27 gennaio 2010. Con George W. Bush alla Casa bianca questo non sarebbe mai successo, i golpisti honduregni  forse un po' «figli di puttana»ma i tradizionali figli di puttana seminati dagli Stati uniti in giro per il Centramerica e per il mondo  alla fine sarebbero stati riconosciuti e il golpe in Honduras in nome della «democrazia» e dell'eterna lotta «contro il comunismo» - che in assenza del comunismo è identificato nel venezuelano Hugo Chávez - sarebbe passato. Ma nella «nuova» America latina, non solo quella «radicale» - Chávez, il boliviano Morales, l'ecuadoriano Correa - ma anche quella «moderata» - il brasiliano Lula, l'argentina Cristina Fernández e perfino quella di destra del colombiano Uribe, il peruviano García -, non è passato. Perché tutti, radicali e moderati e ultra- destri filo-americani si sentivano ronzare nelle orecchie quel verso delle Satire del vecchio Orazio: «de te fabula narratur...». E non è passato con Obama alla presidenza (nonostante l'atteggiamento molto ambiguo degli Usa). Non poteva passare pena la perdita di ogni credibilità del suo impegno ad avviare un «new beginning» nei rapporti fra Stati uniti e America latina e a cambiare l'immagine deteriorata di cui specialmente qui e con tutte le ragioni del mondo, godono gli Usa. Così, per uno strano gioco del destino e della politica, la situazione si è sbloccata, in senso positivo, grazie agli Stati uniti. L'arrivo martedì scorso qui Tegucigalpa del sottosegretario di stato Usa per l'emisfero occidentale, Thomas Shannon, suonava come il finale di partita per i golpisti. Le trattative, cominciate il 7 ottobre, erano rotte dal 22. Allora Shannon, Kelly, Restrepo e l'ambasciatore Usa a Tegucigalpa, Hugo Llorens  un cubanoamericano che, a quanto pare, aveva avuto un ruolo non trascurabile nella preparazione del golpe di giugno -, giovedì mattina si sono chiusi con le due delegazioni al dodicesimo piano dell'hotel Marriott e non sono usciti di lì se non dopo averle costrette, a tarda sera, a firmare l'accordo. Un accordo di compromesso in cui Zelaya rinuncia al suo progetto più ambizioso (e necessario) di un'assemblea costituente per riformare una costituzione scritta nell' 83, e fatta da e per l'oligarchia. A sua volta il golpista Micheletti, che sui muri di Tegucigalpa è diventato «Gorilletti», ha dovuto ingoiare il boccone più amaro: il ritorno alla presidenza di Zelaya  un liberale come lui  dopo un voto del Congresso  che dopo aver votato per la rimozione violenta del presidente costituzionale in giugno, tutti dicono sia ora pronto a votare, forse già oggi o domani, il suo ritorno  e non, come voleva Micheletti, dopo il giudizio di una Corte suprema iper-golpista. L'accordo prevede la creazione di un governo «di unità e riconciliazione nazionale», l'insediamento di una «commissione per la verità» che deve fare luce sugli eventi precedenti al golpe di giugno  che per i golpisti era un atto dovuto e legale per via del «tradimento della patria» ad opera di Zelaya Âma anche su quelli successivi  repressione violenta, una ventina di morti, migliaia di arresti, chiusura dei pochi giornali e tv favorevoli a Zelaya, stato d'emergenza. La carne che Shannon ha messo sul tavolo dei negoziati non lasciava scampo a Micheletti (e neanche, in minor misura, a Zelaya). L'annullamento delle sanzioni economiche e politiche, la ripresa degli aiuti internazionali vitali per un paese derelitto come l'Honduras, il riconoscimento delle elezioni fissate dai golpisti per il 29 novembre, che nessun paese e istanza internazionale avrebbe riconosciuto e che ora tutti si apprestano a riconoscere (non ci saranno né Zelaya né Micheletti). Shannon non ha voluto strafare, ha definito «eroi della democrazia» i firmatari dei due bandi e dopo l'accordo ha detto di «non essere qui per imporre niente, la crisi è honduregna e la soluzione deve essere honduregna, noi siamo qui per dare garanzie». Una volta, fino a non molto tempo fa, in molti speravano che gli americani  che qui vicino, a Palmarola, hanno la maggior base militare dell'America centrale  se ne andassero al più presto. Adesso, a conferma del peso che gli Usa continuano ad avere sull'Honduras (e non solo) anche se in questo caso si sia trattato di un peso benefico, sperano che rimangano, almeno per un po', per garantire che i golpisti rispettino gli impegni. Non sarà facile. A cominciare dai tempi, «il cronogramma». Poi, sullo sfondo, resta il discorso sulla democrazia. Zelaya, che non è comunista né castrista né chavista, aveva capito che con la democrazia solo formale un paese come l'Honduras non uscirà mai dalla sua condizione disperata. Ora tutto sembra tornato alla situazione «di prima», di sempre. Il 29 novembre si contenderanno la presidenza candidati dei partiti dell'oligarchia tradizionale, los liberales e los nacionales. In molti sono contenti, l'Onu, la Ue, l'Osa. Hillary ha telefonato per rallegrarsi per «lo storico accordo che pone fine alla crisi». Ci sarà tempo per vedere cosa succederà. Ieri mattina la brutta Tegucigalpa sembrava perfino bella con «il popolo» che si è riversato per le strade e nella piazza del Congresso a festeggiare. Una cosa è certa: senza la resistenza popolare qui in Honduras e senza l'azzardo di Lula «ospitando» Zelaya nell'ambasciata, oggi qui qui non ci sarebbe niente da festeggiare. E non solo qui.
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20091031/pagina/09/pezzo/263685/ **** Il Venezuela non festeggerà fino a che non vedrà Zelaya restituito
(Prensa Latina) L'ambasciatore del Venezuela davanti all'OEA, Roy Chaderton, ha affermato che non bisogna anticipare nessuna celebrazione per Honduras. “Oggi è un giorno di notizie interessanti”, ha detto il funzionario venezuelano, ma ha messo in chiaro che la sua rappresentazione non accetterà la semplice cancellazione sull'esistente crisi honduregna, nella quale ci sono stati morti, repressione e violazioni della costituzionalità. L'ambasciatore del Venezuela davanti all'Organizzazione degli Stati Americani (OEA), Roy Chaderton Matos, ha messo in chiaro questo venerdì che il governo che rappresenta non festeggerà l'accordo ottenuto nella nazione centroamericana fino a che non vedrà il presidente costituzionale, Manuel Zelaya, restituito nella carica da cui è stato espulso per un golpe di Stato. “La mia rappresentazione non si somma a nessuna baldoria, né comincia a ballare prima che il direttore dell'orchestra sia salito sulla pedana”, ha detto il funzionario venezuelano, in riferimento a che Zelaya non ha recuperato ancora la presidenza nonostante l'accordo firmato questo venerdì tra la sua delegazione e quella del governo de facto. Il patto promosso tra le rappresentazioni delle parti in conflitto contiene otto punti, tra questi la creazione di un Governo di riconciliazione, rifiuto all'amnistia politica, riconoscimento alle elezioni presidenziali del 29 novembre, la creazione di una commissione di verifica, di una commissione della verità e che il possibile ritorno di Manuel Zelaya sarà deciso dal Congresso Nazionale previo giudizio della Corte Suprema di Giustizia. Il generale Juan Domingo Peron ha detto: “la gente è buona, ma vigilata è meglio” e qualcun altro ha detto che “diffida ed avrai ragione”, e se ti sbagli sarà per far del bene, per questa ragione, la mia rappresentazione considera affrettata qualunque decisione di fare festa sulle novità del giorno, ha spiegato Chaderton. Il diplomatico venezuelano ha messo in allerta che dietro l'accordo ottenuto a Tegucigalpa sulla situazione honduregna dopo il golpe di Stato, ha l'impressione che si sta generando un spirito di cancellazione di tutto quello che è accaduto. In questo senso ha detto che nella rappresentazione del Venezuela crediamo che la cancellazione non è la migliore soluzione per la crisi che continua a vivere l’Honduras, c'è stato molto dolore, morti, repressione, durante questi mesi. Ha sottolineato che dopo il patto, quello che decida il popolo dell’Honduras negli avvenimenti prossimi, sarà un tema di esclusiva sovranità dell’Honduras. La mia delegazione non ha l’animo per un'orgia di felicità, bisogna lasciare che il tempo maturi le fresche notizie, per assicurarci che i trucchi costituzionali maneggiati rozzamente o abilmente, non possano ostacolare lo sviluppo dei processi democratici del continente latinoamericano. Inoltre, ha riconosciuto l'immensa flessibilità del presidente Manuel Zelaya nelle più difficili circostanze che ha dovuto affrontare ed il coraggio e la nobiltà dei diplomatici brasiliani sottomessi ad inseguimenti ed alla tortura. Chaderton, durante il suo intervento nell'OEA, ha fatto notare che il caso dell’Honduras è la punta dell’iceberg dell'estrema destra costituzionale. “Abbiamo l'impressione che questa tensione e contorsione degli ultimi mesi ci dimostra che l'estrema destra dal nord al sud sta per incorrere in nuove azioni, là dove i settori privilegiati, con lo schiamazzo della dittatura mediatica, si sentono colpiti per le decisioni dei governi progressisti”. Ig/ www.telesurtv.net
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