Internazionalismo militante

Non siamo solo sostenitori di Cuba e la sua rivoluzione , nello spirito del"CHE" sosteniamo e diffondiamo l'altra informazione sui movimenti di liberazione che lottano contro l'oppressione imperialista nel mondo, dalla Palestina , al Chiapas, al Farc in Colombia,al PKK,............. su Cuba vedi: http://associazionecubarriva.leonardo.it/blog........“lasciatemi dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti dÂ’amore. è impossibile pensare a un rivoluzionario autentico privo di questa  qualità Â… Bisogna lottare tutti i giorni perché questo amore per lÂ’umanità si trasformi in atti concreti, in atti che servono di esempio, di mobilitazione” “Ernesto CHE Guevara”

76 fa anni il fascismo assassinava Augusto César Sandino, Generale degli Uomini Liberi.

   
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Si compiono 76 anni dall'assassinio di Augusto César Sandino, Generale degli Uomini Liberi.

 

Il Nicaragua (e i militanti internazionalisti di tutto il mondo *)in questi giorni, ricordano i 76 anni dall'assassinio di Augusto César Sandino, l'uomo che insegnò ai nicaraguensi il cammino verso la dignità.

Il 21 febbraio di 1934, uscendo da una riunione con il presidente Juan Bautista Sacasa, il "Generale degli uomini liberi” fu catturato e successivamente assassinato dai soldati della Guardia Nazionale, secondo gli ordini del tristemente celebre Anastasio Somoza, allora capo del corpo armato.

Nato in Niquinohomo, nel dipartimento di Masaya, il 18 maggio di 1895, Augusto Nicolás Calderón Sandino , questo era il suo nome, lavorò da bambino come raccoglitore di caffè nelle piantagioni del Pacifico nicaraguense e più tardi si guadagnò da vivere con diversi mestieri. Come molti dei suoi compatrioti, emigrò nei paesi vicini alla ricerca di migliori opportunità, lavorando come meccanico in Costa Rica, nelle piantagioni dell'United Fruit in Honduras e Guatemala, prima di andare al Messico, dove trovò impiego presso le industrie petrolifere.

I primi decenni del secolo scorso furono segnati in Nicaragua, da una gran turbolenza politica che ebbe come principale elemento i diversi sbarchi delle truppe statunitensi e l'occupazione quasi permanente del paese da parte di Washington. In quello scenario, il giovane Sandino alimenta la sua formazione politica con le influenze di patrioti come Benjamín Zeledón che nel 1912 combattè gli invasori nordamericani morendo in combattimento nell’ottobre dello stesso anno.

Nel maggio del 1926 le truppe degli Stati Uniti tornano ad invadere il Nicaragua, questa volta sbarcando a Bluefields e dando quindi inizio alla guerra costituzionalista.

Sandino, allora in Messico, ritornò nel paese ed a ottobre intraprese la lotta armata ponendosi a capo di un gruppo di alcuni lavoratori delle miniere di San Albino. Negli anni che seguirono, nacque la leggenda di Augusto C. Sandino e del suo "piccolo esercito pazzo" decisi a non deporre le armi e continuare la guerriglia sino a che le truppe occupanti fossero nel territorio nazionale.

Nel gennaio 1933 finalmente gli invasori statunitensi si ritirarono dal paese. Giovanni Battista Sacasa assunse quindi la presidenza ed il generale Somoza la direzione della Guardia Nazionale.

Sandino, a febbraio firmerà a Managua il trattato di pace.

Tuttavia, il suo esempio di patriota irriducibile era molto difficile da sopportare sia dagli esponenti del regime asservito agli Stati Uniti, sia da Washington, che lo considerava un fattore di rischio per il controllo assoluto della nazione centroamericana.

Queste ragioni furono la causa del suo assassinio, il 21 febbraio, di cui Anastasio Somoza si rese responsabile e che consentirono al boia di venire scelto da Washington per governare il paese, iniziando così una dinastia dittatoriale che mantenne il Nicaragua soggiogato per più di 40 anni.

Quando accetta la riunione con Sacasa, Sandino nomina Ramón Raudales come capo del distaccamento di Wiwilí e si dirige verso Managua in compagnia di suo fratello Socrate e dei generali Estrada ed Umanzor, (16 febbraio).

Dichiara che la Guardia Nazionale è incostituzionale (17 febbraio).

Si riunisce infine con Sacasa e Somoza nella casa Casa Presidenziale (18 febbraio).

Il quotidiano La Prensa afferma che Sandino deve consegnare le armi senza condizioni (18 febbraio).

Sacasa nomina il generale Horacio Portocarrero delegato presidenziale nei dipartimenti del nord, con l'aperta opposizione di Somoza (20 febbraio).

Dopo una conversazione telefonica, Arthur Bliss Lane e Somoza concedono un'intervista (21 febbraio).

Successivamente Lane pranza, con Moncada.

Alle sei del pomeriggio, dello stesso giorno, Somoza si riunisce con sedici ufficiali della guardia nazionale per concludere il piano criminale.

Dopo una cena con Sacasa, Sandino scendendo dalla Casa Presidenziale, viene rapito e portato al campo di aviazione a nordest di Managua dove viene assassinato in compagnia del generale Francisco Estrada e Juan Pablo Umanzor (21 febbraio); pochi istanti prima, la stessa sorte toccò a suo fratello Sócrates.

La Guardia Nazionale attacca la cooperativa agricola di Sandino a Wiwilí.

Molti sandinisti vengono assassinati e il generale Abraham Rivera si arrende (3 marzo).

Il Congresso Nazionale approva un decreto di amnistia per coloro che commisero qualsiasi delitto dal 16 di febbraio del 1933 in avanti (25 di agosto).

(Sandinovive.org)

Questo è un anniversario in più, che celebra l'immortalità di Augusto César Sandino, eroe Nazionale; il popolo nicaraguense si prepara in numerose località del Paese, specialmente a Niquinohomo, per rendergli omaggio.

 

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www.resistenze.org - popoli resistenti

*nota aggiunta da autore blog

 

 

Intervista ad Alejandro Cao de Benos, presidente ass.nedi Amicizia con la Corea del Nord

 
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Pubblichiamo un estratto dell’intervista ad Alejandro Cao de Benos, presidente della Associazione di Amicizia con la RPDC (KFA, Korean Friendship Association).

La KFA è una associazione senza scopo di lucro fondata nel 2000 e registrata in Catalogna, Spagna, con carattere mondiale, solidale e democratico.

Il suo scopo è promuovere l'amicizia e la solidarietà verso il popolo coreano mediante il sostegno alla Repubblica Popolare Democratica di Corea e all'indipendenza dei popoli, il sostegno alle iniziative di Pace e Riunificazione della penisola coreana ed essere promotore di un'azione tesa alla divulgazione della conoscenza della realtà esistente in Corea.

Non è una organizzazione politica, dal momento che non ha fini di potere né li desidera, è una associazione di carattere strettamente culturale. 

E' una organizzazione totalmente aperta a tutte le persone che hanno come ideale di vita la solidarietà, il progresso e l' aiuto degli altri Paesi. I membri della associazione sono persone di diverse nazionalità, credo, culture e idee politiche. Lo scopo comune è il sostegno della RPDC.

Il suo presidente è Alejandro Cao de Benos; Flavio Pettinari è il Delegato Ufficiale per l’Italia [www.korea-dpr.com/users/italy/].

Intervista ad Alejandro Cao de Benos, presidente della Associazione di Amicizia con la RPDC

di Enzo Reale, l'Opinione

www.resistenze.org

[…]

Ha dovuto pagare un prezzo personale per le sue convinzioni politiche?

Un prezzo molto alto, perché quella occidentale non è una società libera ma completamente manipolata dall’interesse delle classi dirigenti. Ho perso lavori importanti, amicizie che credevo consolidate, per anni ho avuto problemi con la mia famiglia. Ho sofferto molto. Adesso è diverso, sono una persona conosciuta e rispettata.

Si sente più libero in Corea del Nord?

Certamente. Vivo in un paese in cui la gente crede nei miei stessi ideali e non devo preoccuparmi continuamente di tenere d’occhio il portafoglio. E’ un modello sociale che permette di rilassarsi.

Quanti membri e quante sedi ha l’associazione che lei presiede? Come si finanzia?

Siamo 9000 associati in 120 paesi. Quasi tutto il denaro che ci serve proviene dalle mie tasche. Altrimenti ci finanziamo con la vendita dei nostri gadgets e con le commissioni sui contratti che procuriamo al governo nordcoreano, ma quest’ultima è una fonte d’ingresso piuttosto limitata. Per esempio in Italia abbiamo appena firmato un accordo con Indesit, per la fornitura di elettrodomestici a basso prezzo per la nostra gente.

Lei ha la cittadinanza nordcoreana. Ma cosa significa sentirsi nordcoreano?

Significa lottare per l’indipendenza e per preservare la cultura della nostra patria, con l’obbligo di creare qualcosa non solo per il proprio beneficio personale ma per l’insieme della società.

Chi seleziona la classe dirigente in Corea del Nord?

Il popolo, attraverso votazioni che si svolgono ogni quattro anni, altrimenti il sistema non si potrebbe sostenere.

Però Kim Jong-il è stato designato come successore da suo padre, Kim Il-sung.

Kim Jong-il è al potere perché lo ha voluto il popolo, non perché lo abbia designato suo padre. I nordcoreani non accetterebbero mai un leader imposto dall’alto, senza una traiettoria riconosciuta nella quale si potessero riconoscere. In quanto persona carismatica la gente lo accolse come naturale sostituto del Presidente Eterno. Non c’era nessun altro come lui.

Come vive la gente nella capitale e nel resto del paese? Che differenze ci sono?

Le zone rurali hanno ovviamente servizi ridotti rispetto alla capitale ma in generale nei villaggi si è sempre vissuto meglio che nella grande città. Per esempio, le famiglie possono coltivare di tutto sull’appezzamento di terreno a loro assegnato all’interno delle cooperative. Quando ci furono problemi alimentari i contadini sopravvissero molto meglio che i cittadini dei centri urbani. Inoltre il salario dei lavoratori dei campi è superiore a quello dei funzionari pubblici, quasi il doppio. Lo stato si fa carico di tutto, dalla casa, all’assistenza sanitaria, ai buoni alimentari.

Funziona ancora il Sistema Pubblico di Distribuzione degli alimenti (PDS)?

E’ la base del nostro socialismo. Ad ogni famiglia si assegnano delle quote per il cibo – uova, polli - ma anche per gli indumenti – scarpe, vestiti -. E’ vero che durante la crisi alimentare questo sistema venne ridimensionato ma non fu mai interrotto e dal 2000 è tornato sui livelli precedenti.

Come giudica in generale il livello di vita dei nordcoreani?

E’ una vita umile ma degna. La persona non deve preoccuparsi per il domani, non ha mutui da pagare, non ha paura di perdere il lavoro. Ogni sua necessità è coperta dallo stato.

Ci descriva il sistema politico nordcoreano.

E’ un sistema socialista basato sull’ideologia Juche, che ha al centro l’uomo come trasformatore della società.

In cosa consiste, secondo lei, la superiorità del modello nordcoreano rispetto al resto dei sistemi politici?

Nella capacità di garantire la soddisfazione dei bisogni essenziali dell’essere umano attraverso l’azione del governo inteso come benefattore del popolo. Nell’eliminazione della corruzione economica attraverso la redistribuzione delle risorse alla gente.

Crede che i nordcoreani siano felici del loro modo di vivere?

Sì, molto più che in occidente. I nordcoreani vivono in una società migliore dal punto di vista mentale, ideologico e spirituale.

Perché allora ci sono persone che cercano di scappare, rischiando la loro stessa vita?

Molti di quelli che in occidente chiamano “rifugiati” attraversarono la frontiera con la Cina negli anni della crisi alimentare, perché nel nord del paese le condizioni erano molto dure. La maggior parte di loro tornarono più tardi e solo poche centinaia di persone decisero di rimanere in Cina, convinte dalle promesse di un guadagno facile. Sono casi isolati, normalmente influenzati dalla propaganda. In molti casi ritornano e vengono nuovamente accolti. Non c’è nessun castigo per loro, contrariamente a quanto affermano certi media occidentali.

Perché gli stranieri che visitano la Corea del Nord devono sempre essere accompagnati da una guida ufficiale che non li lascia mai soli?

Perché la gente non li conosce e per ragioni di sicurezza dobbiamo mantenere una certa separazione. Ogni giorno gli Stati Uniti cercano di infiltrare spie nel nostro paese, di massacrarci con la loro propaganda per distruggere la nostra economia. Il popolo coreano è stufo di menzogne e di gente falsa.

Perché non c’è nessun tipo di opposizione al governo? Perché non si ascoltano mai opinioni dissenzienti dalla linea del Partito- Stato?

Perché nel nostro sistema socialista esiste un concetto di unità che ci porta a lavorare tutti per lo stesso progetto comune. In Corea abbiamo un’ideologia che fin da piccoli alimenta nei cittadini una naturale attrazione verso questo tipo di società, della quale tutti vogliono sentirsi partecipi. La chiave della vittoria del sistema sta nell’impedire l’entrata nel paese alla propaganda anti-socialista ma soprattutto nell’educazione delle nuove generazioni. Non ci sono voci discordanti perché nessuno in Corea tenta di imporre la propria visione al vicino.

Ci sono ancora nemici di classe in Corea del Nord?

Non solo nemici di classe ma persone che commettono errori e devono essere rieducate socialmente. Se la persona riconosce pubblicamente il suo errore – per esempio in un caso di corruzione – e si scusa pubblicamente, viene perdonata. Dipendendo dalla posizione che occupa sul posto di lavoro, può essere declassata.

Quindi continuano a svolgersi sessioni pubbliche di auto-accusa e indottrinamento ideologico.

Sì, nelle unità di lavoro e nelle cellule del Partito. L’idea è quella secondo cui ognuno forma parte di una grande famiglia e deve assumersene la responsabilità di fronte agli altri membri.

[…]

Testimonianze di rifugiati e perfino di ex membri del regime hanno denunciato la presenza di una fitta rete di campi di concentramento in territorio nordcoreano. Che cosa sono questi campi e chi vi è rinchiuso?

Non esistono campi di concentramento ma vaste porzioni di territorio in cui lavora gente comune, per esempio fattorie collettive o comunità dedicate a servizi forestali. Non ci sono prigionieri. Le dichiarazioni dei cosiddetti “rifugiati” sono profumatamente pagate da chi ha interesse a diffondere queste menzogne.

Ma ci sono anche immagini satellitari che dimostrano la presenza di campi recintati e sorvegliati.

I satelliti non chiariscono di cosa si tratti. Si vedono “cose”, non campi di concentramento. La presenza militare è dovuta al fatto che l’esercito è sempre in prima linea nei lavori più importanti e complessi. Le costruzioni che si vedono sono in molti casi basi militari o baracconi in cui alloggiano i soldati.

Lei nega l’esistenza di prigionieri politici in Corea del Nord?

E’ un fenomeno che non si produce nel nostro paese. Non ho mai avuto notizia di nessuno che abbia protestato contro Kim Jong-il, né ho mai visto scritte anti-governative sui muri delle città o dei villaggi.

Se non ha nulla da nascondere, perché il governo di Pyongyang non permette all’inviato per i diritti umani dell’ONU di entrare nel paese?

Tu apriresti la porta della tua casa a chi ha insultato e calunniato pubblicamente te e la tua famiglia? Sia l’ONU che Amnesty International si permettono, senza conoscere la realtà del paese, di pubblicare rapporti che danneggiano la nostra reputazione. Da chi sono pagate queste organizzazioni?

Lei crede che in Corea del Nord i diritti umani siano rispettati?

Sì.

Qual è la sua personale concezione dei diritti umani?

Tutti hanno diritto alla soddisfazione dei loro bisogni fondamentali, senza eccezione: casa, cibo, lavoro, una vita pacifica, armoniosa e felice. Questi per noi sono i diritti essenziali della persona.

Come descriverebbe il sistema economico nordcoreano?

Un sistema di proprietà statale e collettiva basato, per quanto possibile, sull’autosufficienza economica. Lo stato destina al popolo in maniera egualitaria i beni che possiede. L’agricoltura costituisce il 60 per cento dell’intera economia, il resto è industria pesante, in particolare bellica.

La grande carestia degli anni 1995-1998 avrebbe provocato, secondo alcune fonti, tra uno e due milioni di vittime. Sono vere queste cifre?

Non ci sono cifre ufficiali ma personalmente credo che non si siano superati gli 80.000 morti.

Lei cosa ricorda di quel periodo?

Ho visto morire gente, certamente. Anche senza mangiare, le persone lavoravano fino a 20 ore al giorno per aiutare il paese a risollevarsi. Molte di loro perdevano la vita sul posto di lavoro. Non c’era riscaldamento, né corrente elettrica, né acqua corrente. Ricordo tutti i negozi chiusi a Pyongyang, dove funzionava solo il sistema di distribuzione pubblica. Io mi nutrivo con un pomodoro, una cipolla e un pezzo di pane congelato della Croce Rossa.

Com’è oggi la situazione alimentare nel paese?

Quest’anno il raccolto è stato il migliore degli ultimi anni. Oltretutto stiamo modernizzando le attrezzature per il lavoro agricolo e uniformando le caratteristiche dei terreni. Non c’è nessuna emergenza alimentare nel paese attualmente e le cose possono solo migliorare.

Che prove ha di quel che afferma?

Visito regolarmente il paese in lungo e in largo, da nord a sud, da est a ovest. Vedo cooperative, ospedali, fattorie.

Si dice che Kim Jong-il abbia ordinato la chiusura di tutte le piccole attività commerciali private, sorte dopo la carestia e tollerate dal regime anche se illegali.

Non esistono attività private di questo tipo in Corea del Nord, non c’è un’economia alternativa a quella socialista. Tutti i chioschi o le bancarelle che si vedono nelle città o nei villaggi sono di proprietà statale: lo stato ne assegna la gestione a determinate categorie di persone a fini esclusivamente sociali. In questo modo le persone si sentono utili e socializzano con i vicini.

Che cosa dovrebbe succedere nel 2012, quando si celebrerà il centenario della nascita di Kim Il-sung?

Nel 2012 comincerà una nuova fase finalizzata alla creazione della superpotenza nordcoreana, non solo in termini politici e militari ma anche economici. Rafforzeremo l’industria nazionale, l’agricoltura e il commercio estero. Nel paese entrerà una gran quantità di moneta internazionale e ci troveremo nel punto algido del nostro sviluppo. Abbiamo riserve di petrolio, di oro, di minerali ma attualmente non possediamo le tecnologie per sfruttare queste risorse.

Lei, da occidentale, come giudica il culto della personalità verso Kim Il-sung e Kim Jong-il?

Non si tratta di culto della personalità. Io direi piuttosto che si seguono gli insegnamenti di un maestro. In Asia la figura del maestro e del padre è molto più importante che in occidente e la Corea del Nord ha conservato totalmente questa forma di rispetto nei confronti della guida. Kim Il-sung è il padre della nostra società.

Come sta Kim Jong-il?

 

Sta bene ma come ogni persona in età avanzata può a volte patire qualche acciacco. Si sono dette molte falsità in questi mesi, per esempio non è assolutamente vero che è stato operato al cervello. Non bisogna credere a nessuno perché in tutto il paese solo due persone conoscono lo stato di salute reale del nostro leader. E’ un segreto di stato.

Esistono fenomeni di diserzione o di ammutinamento tra i militari?

Ho molti amici nell’esercito e posso assicurare che le nostre divisioni sono compatte intorno al Partito e al suo leader. E anche se ci fosse qualcuno che pensasse diversamente, sarebbe molto complicato posizionarsi contro l’intera società. La principale paura in Corea del Nord è quella di un rifiuto sociale.

C’è molta polizia nelle strade?

Non è necessaria. In una società libera da problemi sociali, da conflitti, da estremismi, dalla droga, dalla prostituzione, in una società che si autoregola, ogni fenomeno di rottura della coesione verrà corretto dagli stessi cittadini. In Corea del Nord ogni cittadino è un sorvegliante che si incarica volontariamente di controllare il comportamento dei suoi vicini. I carcerati sono pochissimi e generalmente hanno problemi mentali.

Veniamo alla questione nucleare. L’impressione da qui è che Pyongyang utilizzi questa minaccia per ricattare la comunità internazionale. Qual è il reale obiettivo del nucleare nordcoreano?

Bush fece chiaramente intendere che gli Stati Uniti ci avrebbero invaso, inserendo la Corea del Nord nel suo famigerato Asse del Male. L’unico deterrente che avevamo era costruire il nostro arsenale nucleare. Vogliamo garanzie dagli Stati Uniti e non è con le sanzioni nel Consiglio di Sicurezza che si risolverà il problema.

Lei crede davvero che gli Stati Uniti abbiano intenzioni aggressive nei confronti della Corea del Nord?

Lo hanno già dimostrato nel 1950, massacrandoci con bombardamenti e armi batteriologiche.

Di quante atomiche è in possesso la Corea del Nord?

Abbiamo decine di bombe nucleari in grado di colpire bersagli intercontinentali. Possiamo tranquillamente raggiungere gli Stati Uniti.

L’estate scorsa due giornaliste americane furono catturate dopo essere entrate illegalmente in territorio nordcoreano. Cosa offrirono gli Stati Uniti in cambio della loro liberazione?

Questo è un segreto ma posso assicurare che fu qualcosa di molto importante, i cui effetti si vedranno solo nei prossimi mesi. L’improvviso riavvicinamento dell’amministrazione Obama nei nostri confronti rientra nei termini di quell’accordo.

Supponiamo che un giorno il regime di Pyongyang crolli, come il resto dei sistemi comunisti che lo hanno preceduto. Come vede il futuro dei 24 milioni di cittadini nordcoreani e il suo futuro personale?

Personalmente abbandonerei immediatamente tutte le mie cariche di governo, trasformerei la Korean Friendship Association (KFA) in un centro-studi dell’opera di Kim Il-sung e farei opposizione al nuovo governo dall’estero. Ai nordcoreani toccherebbe un destino simile ai cinesi, con tutte le disuguaglianze e i problemi che questo comporterebbe.

 

 

Una nuova OEA senza l'USA, propone presidente Evo Morales

 
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Una nuova OEA senza l'USA, propone presidente Evo Morales

Messico, 22 Feb (Prensa Latina) Il presidente boliviano, Evo Morales, assicura che la sua proposta al Vertice del Gruppo di Rio, “è chiarissima: una nuova OEA senza gli Stati Uniti”. Ieri sera, dietro un emotivo incontro con organizzazioni e movimenti sociali messicani, riuniti in Messico capitale, Morales ha  conversato con la stampa riguardo all'incontro che inizia questo lunedì a Cancun, Quintana Roo, sotto la convocazione unire ai paesi della regione.  

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  La nostra proposta, ha reiterato il dignitario, “è chiara”; una nuova OEA (Organizzazione di Stati Americani) senza la presenza imperialista, benché ha riconosciuto che l'approvazione dipenderà dagli altri presidenti.  

  Riuscire l'unità tra i governi dell'area, ha stimato, “sarà tutto un processo” che sarà da anni, e stiamo appena nella seconda riunione vertice dell'America Latina ed il Caraibi, dopo la prima convocata per iniziativa del presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula dà Silva.  

  Speranze immediate di liberarci dell'imperialismo nordamericano non ci sono ancora; ma si sviluppa una gran coscienza nei nostri paesi ed i governi dobbiamo domandarci fino a dove possiamo avanzare e svilupparci con o senza l'impero, ha sostenuto Morales.  

  Argomentando il perché del suo invito a pensare all'influenza della potenza settentrionale, il leader boliviano ha ricordato il curriculum di controlli, ricatti, condizionamenti e tentativi di colpi di Stato e niente di quello, ha affermato, va per una migliore America Latina.  

  Ci sono nei paesi un gran sentimento di liberazione delle democrazie concordate, quelle che hanno continuato il saccheggio delle risorse naturali e la privatizzazione dei servizi basilari durante decadi di neoliberalismo, ha stimato il dirigente bolivariano.  

  Il presidente Obama (Barack Obama, Stati Uniti) ha detto che non c'erano soci maggiori e minori e che voleva lavorare insieme ai latinoamericani, ma quello che hanno cambiato, ha dichiarato Morales, sono le forme di mantenere una stessa politica.  

  Altre forme, ha segnalato, di creare conflitti interni e dividere ai paesi, mentre consolidano nuove basi militari in Panama; Perù e Colombia che sono una provocazione ai latinoamericani.  

  Nella regione, ha insistito, c'è un gran sentimento popolare di liberazione delle democrazie concordato e quel movimento apre molte speranze, come parte di un processo, indicò.  

  I popoli sono uniti ed i governi necessitiamo unirci su basi antimperialisti, di indipendenza e sovranità; benché non penso, ha risaltato, che quella soluzione possa riuscirsi domani stesso.  

  Nonostante, ha stimato, il processo di unità dell'America Latina ed il Caraibi, “sarà una strada senza retrocessione e quello è un vantaggio per i popoli”.  

  Il governo degli Stati Uniti, ha ricordato, neanche ha morale per parlare di diritti umani quando la peggiore forma di violarli è il blocco che mantiene sul paese di Cuba.  


is/ mjm

Nato, criminali stragisti "per caso’: altri 27 civili afgani massacrati dalle bombe ‘alleate’

 

         

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Nato, stragisti ‘per caso’: altri 27 civili afgani massacrati dalle bombe ‘alleate’. I comandi militari ammettono: l’offensiva in Helmand durerà mesi

 

Marco Santopadre radio città aperta

22-02-2010/16:20 --- Stavano scappando da Marjah, dai raid aerei, dalla paura, dalle bombe le donne e i bambini che viaggiavano sui tre pullmini e sono stati bersagliati dalle bombe della NATO. Erano in almeno 27 (di più secondo altre fonti), tutti parenti. Si erano mossi di notte verso l'Urzugan, per trovare rifugio da altri familiari, ma gli uomini dell’Isaf li hanno scambiati per talebani e li hanno sterminati. E' questa la ricostruzione dell’ennesima strage compiuta dalle forze della Nato nell'ambito di quella massiccia offensiva anti-talebana che sta massacrando la popolazione della martoriata provincia di Helmand. A fornire i particolari della strage è la tv araba Al Jazeera, che cita fonti del governo afgano ormai riprese da tutti i media dopo che in un primo tempo un comunicato dei militari occupanti dichiarava solo 21 decessi in quello che veniva definito un tragico errore. Ci sarebbero anche 14 feriti, ma non è precisato se si tratti di persone appartenenti al medesimo nucleo familiare. Di fronte all’ennesima mattanza si sono levate le solite rituali proteste del governo fantoccio di Karzai di fronte alle quali i comandi della NATO hanno annunciato l’ennesima inchiesta che si concluderà nel nulla. La scorsa settimana altri 17 civili innocenti erano stati ammazzati dalle bombe degli eserciti occidentali impegnati in quella che viene definita l’offensiva militare più massiccia compiuta dall’Alleanza Atlantica dall’inizio dell’invasione del paese asiatico nel 2001.

Ieri i
l capo di stato maggiore dell'esercito francese, il generale Jean-Louis Georgelin, ha detto che la prima fase dell'operazione Mushtarak, condotta da 15mila soldati della Nato e dell'esercito afgano contro gli insediamenti degli insorti talebani nel sud dell'Afghanistan, si prolungherà fino a giugno. "Questa è un'operazione che durerà nel tempo", ha detto il generale a radio Europe 1 smentendo chi continua a parlare di assalto-lampo e soprattutto togliendo credibilità a chi nei giorni scorsi, in maniera altisonante, aveva annunciato la conquista di Marjah e delle località circostanti. "La fase attuale si prolungherà fino al mese di giugno", prima dell'"insediamento di un governo" fedele al presidente afgano Hamid Karzai. Mentre queste parole venivano pronunciate, l'agenzia di stampa Pajhwok rendeva noto che fra i due e i quattro civili erano morti per un missile sparato da militari francesi su un auto con a bordo commercianti nella provincia centrale di Kapisa.
Quasi a voler confermare il cambio di linguaggio nella propaganda degli occupanti a Georgelin ha fatto eco il capo delle truppe USA: la battaglia nella città di Marjah, nel sud dell'Afghanistan, rappresenta la prima fase di una lunga campagna militare che durerà tra i 12 e i 18 mesi e rientra nella nuova strategia Usa per combattere l'insurrezione ha affermato il generale statunitense David Petraeus, capo del Comando centrale unificato statunitense, in un'intervista alla Nbc television, precisando di non sapere quando terminerà l'operazione nella roccaforte dei talebani. La vasta offensiva lanciata due settimana fa nel sud dell'Afghanistan sembra comunque incontrare più difficoltà di quanto previsto all'inizio.

  http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=3520&Itemid=9

 

 

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Sventato il complotto CIA per assassinare Morales i militari bloccano gli archivi della dittatura

                                                      
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Bolivia, sventato complotto, sostenuto dalla CIA, per assassinare Morales. Ora i militari bloccano l’apertura degli archivi della dittatura militare

 

Marco Santopadre radio città aperta

Il giudice boliviano Marcelo Soza ha rivelato nei giorni scorsi che il militare ungherese Istvan Belovai, coinvolto nel finanziamento di una cellula terrorista recentemente neutralizzata dai servizi segreti del paese andino, era un agente della CIA conosciuto con lo pseudonimo di Scorpión-B. Dopo nove mesi di indagini Marcelo Soza ha affermato che le e-mail trovate nel computer di Flores Rózsa hanno permesso di stabilire che il commando stava preparando una operazione denominata "Tree House" (la casa sull’albero). Il gruppo terrorista aveva l’obiettivo di destabilizzare il paese attraverso azioni violente e puntava all'assassinio del presidente , Evo Morales, e del vicepresidente, Álvaro García Linera, invisi alle oligarchie capitalistiche del paese da sempre sostenute da potenze straniere.
Il 16 aprile del 2009, la Unidad Táctica de Resolución de Crisis de la Policía boliviana con un'irruzione all’interno dell'hotel Las Américas, nella regione orientale di Santa Cruz, sorprese il commando paramilitare. Durante quella operazione morirono i mercenari europei Eduardo Rózsa Flores (di origine croata), leader del gruppo, Michael Dwyer (di nazionalità irlandese) e Árpád Magyarosi (un romeno ungherese). La scorsa settimana la magistratura boliviana ha emesso un mandato di cattura nei confronti dell'imprenditore e miliardario Branko Marinkovic, anch’esso di origine croata, con l'accusa di finanziare la banda di Rósza Flores. Ma per evitare la cattura l'uomo è fuggito, guarda caso, negli Stati Uniti. Marinkovic è uno degli uomini più ricchi della Bolivia, è il figlio di un ustascia (fascista croato) rifugiatosi in Bolivia alla fine della Seconda Guerra mondiale, e ha studiato presso l’Università del Texas. Marinkovic negli anni scorsi ha presieduto e finanziato la tentata secessione della Regione di Santa Cruz, in opposizione alla politica sociale e economica del governo del presidente Evo Morales.
I servizi segreti boliviani hanno anche individuato il padiglione “Cooperativa de Telecommunicaciones” (Cotas), presso la fiera permanente di Santa Cruz, che era la base dei terroristi. I depositi della Cotas conservavano armi da fuoco, granate, esplosivo C-4, nitroglicerina e  ingenti quantitativi di munizioni. Una delle stanze era l’officina dove le bombe venivano costruite. Un’altra conteneva i notebook e le mappe che segnalavano gli impianti da sabotare e gli elenchi delle vittime designate.
Rózsa e il suo gruppo sono penetrati in Bolivia dal Brasile e hanno iniziato ad addestrare le formazioni para-militari locali, costituite principalmente dai giovani del “Comitato civile per la difesa di Santa Cruz“, un’organizzazione fascista istituita da Branco Marinkovic anni fa. Nel suo paese, Rózsa Flores era un militante del partito neo-nazista Jobbik e si era legato a Scorpion-B durante le guerre nella ex Jugoslavia.
Secondo i servizi di sicurezza boliviani, Rózsa ha agito sulla base di raccomandazioni riservate dell’Ambasciatore degli Stati Uniti in Bolivia, Phillip Goldberg. Un diplomatico statunitense con al suo attivo il “successo” della missione in Kosovo, dove facilitò l’avvento dei separatisti albanesi. Goldberg ha assicurato Marinkovic che i servizi segreti degli Stati Uniti ed europei non si sarebbero opposti all’azione dei suoi miliziani. Ma poi Evo Morales ha dichiarato Goldberg persona non grata per le sue attività sovversive contro il governo boliviano. I suoi mercenari erano collegati al “Consiglio Supremo” che preparava la secessione della provincia di Santa Cruz e il riconoscimento della sua indipendenza da parte degli Stati Uniti. Probabilmente si trattava dell’organizzazione separatista di Marinkovic, il Gruppo FULIDE, che aderisce al Network Liberale in America Latina (RELIAL), finanziato e diretto dalla fondazione tedesca Friedrich Naumann Stiftung (FNS). Inoltre il gruppo di Rózsa Flores era istruito, oltre da Scorpion-B, anche da Jorge Mones Ruiz, capo della fondazione UnoAmérica, collegata alla CIA. Tali organizzazioni di estrema destra sono parte della rete che riunisce vari gruppi che stanno venendo alla luce a seguito del colpo di Stato in Honduras. Tra i sostenitori del regime di Tegucigalpa vi è il terrorista di origine cubana Armando Valladares, a sua volta collegato a Marinkovic. In Bolivia, Valladares ha agito sotto la copertura dell’organizzazione nordamericana Human Rights Foundation, il cui rappresentante locale, Hugo Melgar Acha, è fuggito negli Stati Uniti dopo essere stato condannato per la sua complicità con la banda di Rózsa Flores.

E’ notizia invece di queste ore l’aumento delle tensioni, sempre in Bolivia, tra le forze armate e il governo socialista di Evo Morales: i militari infatti hanno bloccato l'apertura degli archivi relativi agli anni in cui al potere c'erano le forze armate al servizio dell’estrema destra, apertura richiesta per poter indagare sulle persone, oppositori politici e attivisti sociali e sindacali, spariti in quel periodo e vittime degli squadroni della morte. ''Stanno ostacolando le indagini'', ha accusato il procuratore generale Milton Mendoza, dopo una riunione con i vertici delle forze armate. Mendoza guida una commissione della procura generale che sta indagando sui desaparecidos dei primi anni '80 sotto la dittatura di Luis Garcia Meza. Lo stesso Mendoza e familiari dei desaparecidos hanno sottolineato che una risoluzione ministeriale dell'anno scorso ha permesso  che ''i parenti delle vittime possano consultare i documenti e gli archivi pubblici su quel periodo in mano alle forze armate''. Ma una parte delle gerarchie militari del paese, che Morales non è riuscito a rimuovere, stanno ostacolando il processo.

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Tanti popoli un'unica lotta:le foto dei prigionieri baschi aprono corteo internazionalista a Milano

                                                     
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Tanti popoli un'unica lotta": le foto dei prigionieri politici baschi aprono il corteo internazionalista di Milano 

Redazione Radio Città Aperta 

20-02-2010/19:05 -E’ partito poco prima delle 16 da Piazza Cordusio il corteo organizzato la rete nazionale Euskal Herriaren Lagunak (Amici e amiche del Paese Basco) insieme alla Comunità Curda della Lombardia, alla Comunità Palestinese di Milano e all’Associazione Nuova Colombia a conclusione della settimana internazionale di solidarietà con il popolo basco. Il corteo, alla quale hanno partecipato più di mille persone, era aperto di fotografie dei prigionieri politici baschi: un gesto di solidarietà che da qualche tempo in territorio iberico è punito anche con l'incarcerazione immediata. Un atto dal forte valore simbolico scelto per denunciare la chiusura di ogni spazio di agibilità politica democratica per la sinistra indipendentista da parte delle autorità di Madrid con la complicità dei governi e delle istituzioni del resto del continente. Una denuncia di svelamento della facciata "progressista" di cui si ammanta, fin dal suo insediamento, il governo del ‘socialista’ Zapatero. Al corteo hanno partecipato attivisti e militanti dei comitati di solidarietà con Euskal Herria provenienti da molte città, esponenti dei centri sociali e dei gruppi internazionalisti, di alcuni forze della sinistra antagonista e anticapitalista, ma anche una delegazione di giovani baschi che hanno raggiunto Milano dal resto d’Italia, oltre ad alcuni rappresentanti dell’organizzazione internazionalista basca Askapena. Presente anche una delegazione indipendentisti sardi, esponenti delle associazioni kurde e palestinesi, di alcuni paesi dell’America Latina, cittadini irlandesi e tedeschi. Un corteo molto colorato e combattivo, chiuso dagli interventi di alcuni rappresentanti delle forze promotrici in Largo Cairoli. Da segnalare che durante il tragitto alcuni manifestanti hanno lanciato una decina di uova contro l'ufficio del turismo spagnolo in via Broletto, come gesto di protesta contro la repressione del governo di Madrid nei confronti del popolo basco. Nel corteo erano visibili anche un gruppo di lavoratori immigrati delle cooperative di facchinaggio che in queste settimane sono protagonisti di dure lotte per la conquista dei loro diritti nell’interland milanese.

“In un momento di forte crisi economica, politica e  sociale cui gli Stati imperialisti rispondono internamente con la repressione e  fuori dai propri confini con la guerra – hanno scritto i promotori nel documento di convocazione dell’iniziativa - crediamo sia fondamentale rafforzare la  solidarietà e i rapporti tra i popoli in lotta che combattono per rivendicare i propri diritti, tra studenti e lavoratori che anche all'interno della cosiddetta ‘Fortezza Europa’ si organizzano per promuovere un modello di società anticapitalista.”
Nell’ambito della settimana di solidarietà con il popolo basco che si è conclusa con l’iniziativa di oggi, le attività realizzate in Italia e nel resto del mondo, principalmente in America Latina, sono state ben 80 con la partecipazione di migliaia di persone a dibattiti, concerti, proiezioni di documentari e manifestazioni. Giunta alla quarta edizione la settimana ha potuto contare quest’anno su una rete di circa 30 comitati di solidarietà con Euskal Herria, attivi in 18 diversi paesi nella denuncia delle violazioni dei diritti civili e politici nei Paesi Baschi, delle illegalizzazioni di partiti politici, organizzazioni politiche e mezzi di comunicazione baschi; a tutto questo si aggiungono le torture inflitte ai detenuti baschi, la violazione dei diritti dei prigionieri e delle prigioniere politiche all'interno delle carceri spagnole e francesi. Il tutto mentre la sinistra indipendentista continua ad affermare di voler giungere ad una risoluzione negoziale e pacifica del conflitto.
Durante la settimana internazionale di quest'anno si sono svolte distinte iniziative che sono state caratterizzate da tre tematiche: la presentazione del caso Egunkaria (quotidiano basco chiuso da Madrid in quanto ritenuto espressione dell’Eta, con il processo in corso proprio in questi giorni contro giornalisti e dirigenti); la presentazione del film documentario Itsasoaren Alaba, che racconta la storia di una bambina alla quale gli squadroni della morte spagnoli uccidono il padre, militante dell’ETA, con la presenza del regista e di un membro dell'associazione che ha finanziato il progetto; e la tematica repressiva spiegata in diversi dibattiti da avvocati, famigliari dei prigionieri politici, ex prigionieri politici e da membri di associazioni pro-amnistia. La settimana internazionale si è conclusa a Torino con un presidio sotto il Consolato spagnolo in p.zza Castello, dove tra le altre cose, si è denunciato l'ultimo caso di sparizione del militante politico Jon Anza, scomparso misteriosamente circa 9 mesi fa in territorio francese. A prendere parte al presidio e a dimostrare la loro vicinanza, un centinaio di persone. Tra i numerosi interventi, anche quello di due famigliari di prigionieri politici baschi presenti in piazza, che hanno mandato un caloroso abbraccio a tutti i prigionieri e le prigioniere politiche basche, ringraziando per il lavoro quotidiano di solidarietà portato avanti da tutti gli Amici e amiche di Euskal Herria.

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Uruguay: Condannato a 30 anni di prigione l'ex dittatore /Honduras"hasta la victoria siempre"

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Uruguay: La Giustizia condanna a 30 anni di prigione l'ex dittatore Bordaberry

di Nelson Fernández 

La giustizia uruguaiana ha condannato l'ex dittatore Juan María Bordaberry a 30 anni di reclusione per avere attentato alla Costituzione con il colpo di Stato e lo scioglimento del parlamento il 27 giugno 1973.In realtà, la sentenza emessa dalla giudice Mariana Motta ha rettificato in appello la sentenza di condanna già emessa in prima istanza.Bordaberry, 81 anni, era stato già processato nel 2007 per i crimini compiuti a Buenos Aires nel 1976 dove furono assassinati gli ex parlamentari Zelmar Michelini e Héctor Gutiérrez Ruiz oltre che gli ex militanti tupamaros Rosario Barredo e William Whitelow.La condanna fa anche riferimento ai dieci omicidi "particolarmente gravi" di detenuti politici.In quei casi gli fu riconosciuta una responsabilità politica, ma non l’intervento diretto nei fatti.Attualmente è agli arresti domiciliari a causa delle precarie condizioni di salute.diversi casi in cui sono riesaminati i fatti degli anni della dittatura, ha celebrato ieri la conferma della sentenza."È uno dei pochi casi al mondo in cui si condanna qualcuno per essere stato un dittatore. È molto significativo", ha dichiarato.Bordaberry fu eletto nel 1971. Il paese era all’epoca in una fase di confronto, talvolta anche violento, con i tupamaros che davano scacco al governo con azioni guerrigliere, assalti o sequestri di diplomatici e funzionari.Assunse la presidenza l'1 marzo 1972 ed un anno dopo affrontò l’opposizione delle Forze Armate, con le quali giunse ad un accordo. Nel giugno di quell'anno, firmò per abrogare le camere legislative ed installò un organo parlamentare con dirigenti vicini alla dittatura.In 1976 perse il potere per opera dei militari, ma rimase legato alle sue attività con il commercio agricolo.Durante il governo di Jorge Batlle (2000-2005), la giustizia raccolse le denunce delle organizzazioni di sinistra riconoscendolo colpevole e arrestandolo nel 2006.

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Honduras: "Hasta la victoria siempre "

IDA GARBERI*

Potranno morire le persone, pero’ mai le loro idee”
Ernesto Che Guevara

19/02/2010 11:16

Lo sappiamo bene che con l’elezione farsa del “compagno” rinnegto Porfirio Lobo Sosa, che dopo aver  fatto l’università nella vecchia URSS, passa a dirigere il partito piu’ reazionario di Honduras, nel paese non ci puó certo essere una delle democrazie più rispettose dei diritti umani.
Aggiungiamoci poi il fatto che il segretario della sicurezza Oscar Alvarez non e’ proprio uno stinco di santo, anzi ha dimostrato ultimamente che utilizzerà il metodo di uno sterminio selettivo dei capi del Fronte Nazionale di Resistenza Popolare in Honduras, per demoralizzare la lotta ed intimidire il popolo.
Gia’ sotto il governo di Maduro, Alvarez  e’ stato il responsabile di circa 2000 morti di giovani minori d’età: a caratterizzare il suo operato c’e’ il fatto che mai nessuno fino ad oggi ha pagato per questi crimini cosi’ orrendi.
In questa tappa della lotta, il sindacato ha dovuto pagare il suo piu’ alto prezzo in vite umane, in solo10 dieci giorni ci sono stati gli omicidi dei dirigenti Vanessa Zepeda e Julio Funez, massacrati  rispettivamente il 3 ed il 15 febbraio.
Porfirio Ponce invece e’ stato piu’ fortunato, anche lui dirigente sindacalista del sindacato delle bevande e simili, il belligerante STYBIS: gli hanno “solo” perquisito la casa lasciandogli macchie di sangue sul letto e sulle pareti e gli hanno rubato un computer con informazioni della Resistenza.
Oggi 17 febbraio 2010, il Fronte Nazionale di Resistenza Popolare, ha sepolto Julio Funez nel Santa Cruz Memorial. Julio era un dirigente sindacale del Sitrasanaays, della impresa pubblica SAANA (acqua).
Il cimitero e’ una collina fuori dalla capitale honduregna, dove riposano anche i resti di altri martiri della Resistenza, che, uniti anche dopo la morte, stanno  reclamando giustizia.
Il clima sembra appoggiare questo giorno freddo e grigio, come se il vento leggero ma pungente voglia penetrare nelle ossa dei presenti cosi’ profundamente da non permettergli di riposare, e continuare la lotta per un’Assemblea Costituente e fino a quando i colpevoli non saranno dietro le sbarre.
Negli occhi dei presenti al funerale non leggo rassegnazione, anzi, la rabbia sta aumentando, tanto da far affermare al fratello maggiore di Julio, Hilder, che loro sono in otto in familia ed da adesso tutti militeranno nel Fronte per migliorare le condizioni dell' Honduras e continuare l’opera del sindacalista scomparso.
Una compagna del sindacato mi confessa che il lavoro di Julio era encomiabile, era riuscito ad incorporare nella Resistenza quasi tutto il suo quartiere, dove era stimato ed amato per aver ottenuto l’installazione dell’acqua di quasi tutti gli abitanti.
Anch’io ho una sensazione di rabbia mentre penso che quasi ogni giorno questo angolo del cimitero si popola di altre anime innocenti, di essere colpevoli solo di voler costruire un Honduras migliore.
Non ho potuto esimermi di portare il mio mazzo di fiori, un omaggio dovuto a questo eroe, Julio, erede di Morazan perche’ anch’io gli devo il fatto, come rivoluzionaria internacionalista,  di aver lottato per un mondo migliore.
Al mio fianco c’e’Edwin Espinal, che gentilmente si offerto di farmi da guida, mentre ritorna a rivivere, con gli occhi pieni di tristezza, quella fine di settembre dell’anno scorso, quando al Santa Cruz Memorial ha dovuto accompagnare e salutare per l’ultima volta la sua compagna Wendy Elisabeth Avila, uccisa dai gorilla assassini di Micheletti.
Mentre pongo i miei fiori rossi sulla tomba di Wendy non posso resistere e le prometto, con un giuramento solenne, che continuero’ nella lotta, al fianco dei camminanti, perche’ come declama una poesia che le hanno dedicato, tu “ragazza delle battaglie, ragazza degli amori del popolo, Wendy Elizabeth Avila: il tuo nome e’ una fiamma nel cuore del popolo, e presidierà le marce trionfali del giorno della vittoria”.

*l’autrice e’ responsabile della pagina web in italiano di Prensa Latina

http://blog.libero.it/idagarberi/

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Honduras: Hasta la victoria siempre

Ida Garberi*
"
Podrán morir las personas, pero jamás sus ideas."
Ernesto Che Guevara

 

Sabemos bien que con la farsa de las elecciones del "compañero" renegado Porfirio Lobo Sosa, quien después de haber hecho la universidad en la antigua URSS, pasa a liderar el partido más reaccionario de Honduras, en el país no hay una democracia respetuosa de los derechos humanos.
Hay que añadir a esto, el hecho de que el secretario de Seguridad Oscar Álvarez , ha demostrado últimamente que va a utilizar el método de exterminio selectivo de los líderes del Frente Nacional de Resistencia Popular de Honduras, para desmoralizar e intimidar a la gente.
Ya bajo el gobierno de Maduro, Álvarez fue responsable de 2.000 muertes de jóvenes menores de edad: su trabajo siempre se caracteriza en el hecho que nadie hasta la fecha ha pagado por estos crímenes tan  horrendo.
En la etapa actual de lucha, los sindicatos tuvieron que pagar el más alto precio en vidas, en solo10 diez días han sido asesinatos dirigentes como Vanessa Zepeda y Julio Fúnez, asesinados el 3 y el 15 de febrero respectivamente.
Porfirio Ponce en su lugar fue más “afortunado”, el dirigente del sindicato de bebidas y similares, lo STYBIS beligerante: estuvieron "sólo" registrando su casa, dejando manchas de sangre en la cama y en las paredes y robaron una computadora con información de la Resistencia.
Hoy 17 de febrero del 2010, el Frente Nacional de Resistencia Popular, enterró a Julio Fúnez  en el Santa Cruz Memorial. Julio era un dirigente sindical de Sitrasanaays, del Empresas Públicas SAAN (el agua).
El cementerio es una colina fuera de la capital de Honduras, donde descansan los restos de otros mártires de la Resistencia, que, unidos después de la muerte, están exigiendo justicia.
El clima parece apoyar este día frío y gris, como si el viento ligero pero penetrante deba entrar en los huesos de los asistentes, para convencerlos a luchar hasta que los culpables paguen sus culpas.
En los ojos de los presentes en el funeral no se lee la resignación, de hecho, la ira va aumentando, como afirma el hermano mayor de Julio, Hilder,  “somos ocho en la familia y ahora cada uno de los hermanos luchará para mejorar las condiciones de Honduras” y continuar la labor del compañero asesinado.
Una compañera del sindicato me dice que la obra muy valiente de Julio fue militar en la Resistencia, la capacidad  de incorporar la mayor parte de su colonia (barrio), donde era apreciado y querido por haber logrado la instalación de agua de casi todos los habitantes.
También yo tengo un sentimiento de ira, ya que creo que casi todos los días este rincón del cementerio aumentará de otras almas inocentes, culpables sólo de querer construir una Honduras mejor.
Me sentí obligada a llevar a mi ramo de flores, un merecido homenaje para este héroe, Julio, heredero de Morazán, ya que le debo el hecho, como revolucionaria internacionalista, que luchó por un mundo mejor.
A mi lado está Edwin Espinal, quien amablemente se ofreció a ser mi guía, mientras vive otra vez con los ojos llenos de tristeza, el final de septiembre del año pasado, cuando al Santa Cruz Memorial tuvo que acompañar y saludar por última vez a su novia Wendy Elizabeth Ávila, asesinada de los soldados enviados por los gorilas de Micheletti.
Mientras pongo flores rojas sobre la tumba de Wendy no puedo resistir y le prometo, en juramento solemne, de seguir  en la lucha, junta con los caminantes, porque como recita un poema para ella, “ Muchacha de las batallas, Muchacha de los amores del pueblo, Wendy Elizabeth Ávila, Tu nombre flamea en el corazón del pueblo y presidirá las marchas triunfal del día de la victoria”.
 
*la autora es la responsable del sitio web en italiano de Prensa Latina

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La CIA voleva assassinare Morales/Per Intelligence USA il Venezuela è il "Leader Anti–USA"

                                                       
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Bolivia: Ungherese spiava per conto della C.I.A. per assassinare il Presidente Evo Morales

di Red Simón Bolívar

Il militare ungherese Istvan Belovai, incaricato di elaborare documenti per una cellula terroristica neutralizzata in Bolivia nel 2009, forniva informazioni alla Agenzia Centrale di Intelligenza statunitense ( CIA).

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Secondo i nuovi dettagli emersi dalle indagini, e resi noti dal magistrato titolare dell’istruttoria, Marcelo Soza, la documentazione veniva utilizzata dal denominato "Consiglio Supremo" che finanziava le azioni della cellula, poi scoperta e neutralizzata con un blitz nell’aprile scorso.

Il 16 aprile del 2009, l'Unità Tattica di Risoluzione di Crisi della Polizia Boliviana fece irruzione nel hotel Le Indie, a Santa Cruz, sorprendendo il commando paramilitare.

Nell'operazione persero la vita il leader del gruppo Eduardo Rózsa Flores, di nazionalità croata, e gli altri mercenari europei Michael Dwyer, irlandese, e Árpád Magyarosi, rumeno-ungherese.

Vennero poi arrestati a Santa Cruz Mario Francisco Tadic Astorga, boliviano con passaporto croato, ed Elod Tóásó, ungherese.

I terroristi, che avevano piani separatisti, stavano preparando un attentato per assassinare il presidente boliviano, Evo Morales.

Stando ai nuovi elementi emersi dall’indagine, Belovai era un agente che aveva lo pseudonimo di Scorpion-B.

Le abilità che acquisì durante la Guerra Fredda gli permisero di essere consulente di strategia militare e si presume che instaurò relazioni con Rózsa Flores grazie alle attività svolte in Europa e nell’area dei Balcani.

Questi rapporti permisero dunque di offrire, per azioni specifiche, perfino appoggi satellitari e naturalmente finanziamenti al gruppo terrorista.

L'investigazione sui contatti, determinò inoltre, che stava preparando un piano denominato TH, ( Tree house o casa dell'albero ).

Le prove sono emerse dall’analisi di uno dei computer portatili di Rózsa Flores , sul quale è stato scoperto un archivio con il nome Bel - Nord nel quale sono stati trovati diversi file di posta elettronica e comunicazioni intercorse con l'agente Belovai.

La settimana scorsa , la procura boliviana ha formalizzato inoltre i capi di imputazione al ricco impresario di Santa Cruz Branko Marinkovic, fuggito negli Stati Uniti, accusato di finanziare la banda di Rosza Flores.

Infine, in accordo con la procura, è stato riconosciuto che anche l'ex presidente del Comitato Civico pro Santa Cruz, fu parte integrante del Consiglio Supremo, e organizzò il separatismo nella nazione sud-americana.

Nell'accusa vengono individuati anche altri responsabili come Alejandro Melgar (latitante) e Hugo Achá.

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L’USAID dietro “Mani Bianche”

di Eva Golinger - TeleSUR

Secondo la relazione annuale del 2009 circa l’attività dell’USAID [United States Agency for International Development, Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, ndr] in Venezuela, il 32% dei suoi finanziamenti multimilionari sono stati investiti in gruppi studenteschi e giovanili legati all’opposizione. Dei 7,45 milioni di dollari versati in progetti politici in Venezuela l’anno scorso, la maggioranza sono stati destinati a “promuovere il dibattito politico fra studenti per alzare il livello del discorso su alcuni dei temi più importanti per i venezuelani” e per “rinforzare l’uso delle nuove tecnologie mediatiche (come Twitter e Facebook), per migliorare l’accesso all’informazione e permettere il dibattito aperto e produttivo in Internet”.

Nel 2009 in Venezuela c’è stata un’esplosione nell’uso di Twitter e Facebook come meccanismi per promuovere campagne contro il governo venezuelano e il presidente Chavez. Nel settembre 2009 è stata lanciata la campagna “Mai più Chavez” da Facebook, cercando di creare un’eco a livello mondiale sulla potenza e le dimensioni dell’opposizione venezuelana. Ultimamente, Twitter è diventato un mezzo dominato da giovani venezuelani legati all’opposizione violenta per promuovere opinioni distorte sulla realtà del paese.

Nell’ottobre 2009 è stata fondata l’Alleanza del Movimento Giovanile, un’organizzazione patrocinata e creata dal Dipartimento di Stato che raggruppa le agenzie di Washington, i fondatori delle nuove tecnologie e i dirigenti studenteschi e giovani politici selezionati degli Stati Uniti.

Il suo intento è quello di combinare i tre settori per creare “la ricetta” adeguata a cambiare i regimi in paesi strategicamente importanti per Washington. Hanno partecipato tre venezuelani - Yon Goicochea, Geraldine Álvarez e Rafael Delgado - che sono i fondatori del movimento studentesco “Mani Bianche”.

L’USAID è attiva in Venezuela dall’agosto del 2002, quando ha aperto l’Ufficio per l’Iniziativa verso la Transizione (OTI) a Caracas. Fino ad ora ha finanziato più di 611 gruppi e progetti politici in Venezuela con più di 50 milioni di dollari. Stando alle sue dichiarazioni ufficiali, si è diretta verso tre temi specifici: il sostegno di campagne e processi elettorali, la promozione del dibattito politico e la promozione della partecipazione cittadina e la guida democratica.

Sebbene l’USAID abbia finanziato partiti e gruppi politici dell’opposizione venezuelana fin dal 2002, è stato il 2005 l’anno in cui ha cominciato a puntare sul settore studentesco formando dei nuovi dirigenti utili agli scopi di Washington. Un convegno organizzato tra USAID e la Fondazione “Educando Paesi” del 2 maggio 2005, aveva come obiettivo “la formazione di leader studenteschi e giovanili”. Il convegno, che ha versato quasi 40.000 dollari per dei corsi di formazione politica del settore studentesco, voleva anche “riattivare i giovani e l’università nella vita politica della nazione”. Altri programmi finanziati dell’USAID nel 2005 sono stati dedicati a questioni come “Il ruolo dello studente universitario e l’agenda universitaria circa la governabilità, la democrazia e la tolleranza”, “Il ruolo del movimento studentesco universitario nella ricostruzione e riconciliazione del Venezuela”, “La costruzione di un’agenda comune che rifletta il ruolo degli studenti nella politica nazionale” e, tra gli altri, “Rafforzando le reti universitarie per promuovere la democrazia”.

Cinque anni dopo, gli investimenti dell’USAID nel settore studentesco in Venezuela hanno dato i loro frutti. Quelli che avevano partecipato ai corsi di formazione patrocinati direttamente dall’USAID o che hanno ricevuto dei fondi per creare nuove organizzazioni politiche, oggi sono i dirigenti politici dell’opposizione, come Y. Goicochea, F. Guevara e S. González. Alcuni hanno già raggiunto incarichi come consiglieri municipali, altri sono candidati nelle prossime elezioni legislative di settembre 2010. Altri ancora continuano a dirigere il settore studentesco dell’opposizione creando attività e nuove leadership per attrarre giovani e integrarli in un piano di destabilizzazione.

Nel 2010 il budget dell’USAID in Venezuela è raddoppiato. Sono quasi 15 milioni di dollari finalizzati a destabilizzare il paese, con l’obiettivo di cambiare il regime per un altro favorevole agli interessi di Washington. Il settore studentesco continua ad essere il principale destinatario dei finanziamenti e delle direttive del nord.

La Relazione dell’Intelligence USA classifica il Venezuela come "Leader Anti – Statunitense"

di Eva Golinger

Come di consueto, in questi mesi, le diverse agenzie di Washington cominciano a pubblicare le loro famose relazioni annuali. Questa volta, la prima è stata l’agenzia di Intelligence statunitense. L'Ammiraglio Dennis Blair, Direttore del National Intelligence [organo di coordinamento dei servizi statunitensi, ndr], ha presentato la sua relazione davanti al Comitato di Intelligence del Senato USA.

La relazione evidenzia nel dettaglio tutte le minacce ai principali interessi ed alla sicurezza statunitense nel mondo.

Quest’anno, oltre a menzionare le consuete insidie rappresentate da Iran, Corea del Nord, Afghanistan, Al Qaeda e Iraq, la relazione dedica un spazio significativo al Venezuela.

Secondo il documento, "In Paesi come Venezuela, Bolivia e Nicaragua, leader populisti stanno avanzando verso un modello economico e politico più autoritario e centrista, e si sono uniti per respingere l'influenza e le politiche USA nella regione".

Il Presidente del Venezuela, Hugo Chávez, condannando il modello democratico liberale ed il capitalismo di mercato, respingendo le politiche e gli interessi degli USA nella regione, si è di fatto collocato come uno dei principali detrattori delle politiche USA a livello internazionale.

Il capitolo dedicato al Venezuela, che occupa ben tre pagine, si intitola "Venezuela: Al Comando delle forze regionali anti-statunitensi", ed indica che "il Presidente Chávez continua ad imporre in Venezuela un modello autoritario e populista che sta oltrepassando le istituzioni democratiche.

Da quando ha vinto il referendum costituzionale agli inizi del 2009, che pone fine ai limiti di mandati permettendo la sua rielezione, Chávez ha fatto altri passi in avanti nel consolidamento del potere politico e continua indebolire l'opposizione in vista delle elezioni legislative del 2010".

Il riferimento alle elezioni dell'Assemblea Nazionale di settembre, evidenzia che le agenzie di intelligence di Washington sono enormemente coinvolte nella politica interna del Venezuela. Implica pertanto il loro interesse ed investimenti nel suddetto processo elettorale.

La relazione continua elaborando le ragioni per le quali, secondo Washington, il Presidente Chávez ha messo in pericolo la democrazia regionale, "L'Assemblea Nazionale approvò una legge che concedeva il controllo delle infrastrutture, dei beni e dei servizi allo Stato, per diminuire i fondi disponibili ai municipi oppositori. Chávez ha limitato la libertà di espressione e le attività di opposizione attraverso la chiusura di media indipendenti, la persecuzione e la detenzione di manifestanti, le minacce contro i leader dell'opposizione con accuse di corruzione.

La popolarità di Chávez, come rivelano recenti sondaggi, è caduta in maniera significativa, a causa dei suoi metodi, dall'alto livello di criminalità, dall’ insicurezza, dall'inflazione crescente, dai problemi di acqua ed elettricità, ed alla forte svalutazione della moneta nazionale che mettono in dubbio il suo futuro di politico di lungo termine".

La relazione annuale dell'Intelligence USA non parla solamente di temi di politica interna del Venezuela, ma anche di politica estera, "in quanto alla politica estera, l'influenza regionale di Chávez è probabilmente arrivata al suo punto massimo, ma è comunque probabile che continui appoggiando i suoi alleati ed i movimenti politici dei paesi dell’area, cercando di condizionare i governi moderati e filo-statunitensi. Ha formato un'alleanza tra i leader radicali di Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, e da poco dell’ Honduras.

Lui e i suoi alleati respingeranno quasi tutte le iniziative degli USA nella regione, inclusa l'espansione del libero commercio, la cooperazione contro il narcotraffico ed il terrorismo, l’addestramento di forze militari, le iniziative di sicurezza ed i programmi di assistenza USA".

Nella sezione intitolata "Chávez si è avvicinato agli attori extra-regionali", la Direzione della National Intelligence USA, parla delle relazioni con Iran e Russia, "Chávez continuerà coltivando relazioni politiche, economiche ed in materia di sicurezza con Iran, Russia e Cina. Ha sviluppato una relazione personale col presidente dall'Iran, Ahmadinejad, ed insieme hanno firmato vari accordi, in particolare nel campo dell’ energia.

Dal 2007, i due paesi hanno avuto con regolarità diversi incontri.

Seguendo l'esempio di Chávez, anche la Bolivia, l’Ecuador e il Nicaragua hanno incrementato le proprie relazioni con l'Iran”.

Ma ancora in un altro passaggio vengono messi in luce i chiari interessi di Washington sul Venezuela, inclusa l’analisi della capacità in materia di sicurezza e difesa, "La maggioranza degli accordi che Mosca ha firmato con Chávez sono relativi alla vendita di armi ed agli investimenti nel settore energetico del Venezuela. Durante gli ultimi cinque anni, il Venezuela ha comprato da Mosca più di 6 miliardi di dollari in armi, tra cui 24 caccia tipo SU30MK, elicotteri, carri armati, mezzi per trasporti blindati, missili anti-aerei, e armamenti leggeri. 

Sulla carta, gli acquisti venezuelani sono impressionanti, ma le loro Forze armate non possiedono l’addestramento e la capacità logistica per utilizzare quelle armi. Nonostante ciò, l’escalation delle spese militari ha causato alcune preoccupazioni nei paesi confinanti, particolarmente in Colombia, ed alimenta una corsa militarista nella regione. Oltre all’acquisto di armamenti, alla fine del 2008, navi da guerra ed aerei da bombardamento russi, hanno fatto visita al Venezuela, al fine di dimostrare la capacità di Mosca nello spiegamento delle proprie forze militari nella regione".

L'importanza data al Venezuela in questa relazione, di fatto annuncia che le operazioni di intelligence di Washington, contro il governo di Hugo Chávez, subiranno un incremento durante il 2010.

Questa relazione sarà utilizzata per giustificare l’aumento delle risorse per intensificare le operazioni di intelligence, contro quello che considerano la "minaccia Chávez."

Classificando il Venezuela come "leader anti-statunitense", Washington chiarisce che considera il governo di Chávez come un "nemico", individuandolo apertamente come bersaglio delle sue aggressioni.

In questo anno elettorale, il Venezuela dovrà essere più vigile di fronte alle crescenti attività di destabilizzazione ordite da Washington, che cercherà, ancora una volta, di abbattere il governo di Chávez per ristabilire al potere i suoi vecchi alleati.

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Manifestazione a Milano 20 febbraio 2010 :"TANTI POPOLI UN'UNICA LOTTA"libertà,indipendenza,..

                                                       
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La rete Euskal Herriaren Lagunak / Amici e amiche del Paese Basco
lancia un appello per il corteo nazionale

TANTI POPOLI UN'UNICA LOTTA

per la libertà, l'indipendenza e l'autodeterminazione dei popoli  

MILANO - Sabato 20 febbraio 2010 

Sabato 20 febbraio 2010, a conclusione della settimana internazionale di solidarietà con il popolo basco, la rete nazionale Euskal Herriaren Lagunak - amici e amiche del Paese Basco, insieme alla Comunità Curda della Lombardia, alla Comunità Palestinese di Milano e all’Associazione Nuova Colombia, lancia un appello a tutti i movimenti, gruppi, singoli e realtà dell'autorganizzazione per indire un corteo nazionale a Milano per il diritto all'autodeterminazione dei popoli che avrà come parola d'ordine "Tanti popoli un'unica lotta".

In un momento di forte crisi economica, politica e sociale cui gli Stati imperialisti rispondono internamente con la repressione e fuori dai propri confini con la guerra, crediamo sia fondamentale rafforzare la solidarietà e i rapporti tra i popoli in lotta che combattono per rivendicare i propri diritti, tra studenti e lavoratori che anche all'interno della cosiddetta "Fortezza Europa" si organizzano per promuovere un modello di società anticapitalista.

In piazza il 20 febbraio sfileremo insieme alle bandiere dei popoli del mondo in lotta per la propria libertà e indipendenza:

le bandiere del popolo basco, che da anni subisce, come in un laboratorio di sperimentazione, la “guerra sporca” con la sparizione e l'omicidio di numerosi militanti, oltre ad arresti preventivi, violenti attacchi ai cortei, deportazione in carceri a migliaia di km da casa, messa fuorilegge di partiti della sinistra, organizzazioni sociali, giovanili, organismi a difesa dei lavoratori e chiusura di organi di informazione.

le bandiere del popolo kurdo al quale viene tolta, con l'illegalità di ogni struttura politica, la possibilità di una presenza politica organizzata sul territorio. Il popolo kurdo rivendicherà, inoltre, con forza, la libertà per il proprio leader storico Ocalan, da più di 10 anni detenuto dell'isola-prigione di Imrali.

le bandiere dei diversi popoli del Sudamerica che hanno aperto una strada di rilevanza epocale con la rivendicazione di un nuovo cammino bolivariano che imponga indipendenza e libertà all'ingombrante e oppressiva presenza del gigante imperialista statunitense e dei suoi governi fantoccio.

le bandiere del popolo palestinese che, ad un anno dal genocidio sionista di Gaza, saranno il segno di chi non si piega all'oppressione sionista e che resisterà e resiste, pagando prezzi altissimi in sangue e vite umane.
 
Arriveremo da Euskal Herria, Italia, Irlanda, Francia, Germania, Catalunya, Sardigna, Corsica, Kurdistan, Palestina, Venezuela, Colombia, Nicaragua, Cuba e da tutti i numerosi popoli in lotta
. Saremo come un vento caldo che indicherà il cammino della globalizzazione delle lotte dove i potenti stanno globalizzando la miseria.
La solidarietà è un'arma.

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Promuovono:
Euskal Herriarren Lagunak / Amici e amiche del Paese Basco di Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna, Friuli, Livorno, Valdarno; Comunità Curda Lombardia, Comunità Palestinese di Milano, Associazione Nuova Colombia

Aderiscono:
CSA Vittoria (MI), CSA Baraonda – Segrate (MI), CPA Firenze Sud, Network Antagonista Torinese - Csoa Askatasuna, Csa Murazzi, Collettivo Universitario Autonomo, Kollettivo Studenti Autorganizzati, Coordinamento Bolivariano, Rete Milanese Boicotta Israele, Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) di Milano, CSOA Transiti 28 (MI), MIL-Movimiento Internacionalista LibertAmerica, Campo Antimperialista


info e adesioni: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. (EHL Milano)
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Cantò in curdo: in carcere una pop star. 15 mila curdi a Strasburgo per chiedere la .........

                          
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Cantò in curdo: in carcere una pop star. 15 mila curdi a Strasburgo per chiedere la liberazione di Ocalan 

Marco Santopadre, Radio Città Aperta

14-02-2010/11:30 --- Dopo la condanna, pochi giorni fa, a 21 anni di carcere per il direttore ed editore di un giornale kurdo in Turchia, ora tocca ad una cantante. Rojda Senses, popolare cantante turca di nazionalità curda, è stata infatti arrestata ieri mattina per aver cantato in pubblico nella sua lingua circa un anno fa, nella città di Diyarbakir, la più popolosa dei territori turchi a maggioranza kurda. Lo riferisce il sito del quotidiano turco Milliyet, spiegando che la star del pop turco è stata incredibilmente accusata di propaganda a favore del Pkk, Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Un arresto che la dice lunga sul cosiddetto piano di iniziativa politica a favore della soluzione della questione curda annunciato ormai un anno fa dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan rimasto senza conseguenze mentre invece la repressione selvaggia contro ogni espressione, anche culturale, del popolo kurdo è ripresa in pieno. Il premier Erdogan aveva convocato nelle scorse settimane 20 celebrità della minoranza curda con l’obiettivo dichiarato di ‘ascoltare le loro idee’. Tra i 20 nomi figurava anche quello di Rojda Senses. Da ricordare che nonostante le dichiarazioni altisonanti sulle aperture legislative alla lingua e alla cultura kurda in Turchia, allo stato, l'uso di questa lingua é vietato in vari contesti pubblici, tra cui le scuole o le manifestazioni di piazza.
E proprio ieri migliaia di curdi hanno manifestato a Strasburgo, nell'est della Francia, per chiedere la liberazione dell'ex leader del partito dei lavoratori del Kurdistan Abdullah Ocalan, detenuto in Turchia ormai dal 1999. Sono stati più di 15.000 a rispondere all'appello della Federazione delle associazioni curde in Francia (Feyka), provenienti - spesso con la famiglia e i bambini al seguito - da Germania, Belgio, Olanda e Svizzera. Il corteo si è snodato dietro alcuni grandi striscioni che chiedevano 'Libertà per Ocalan' e ''soluzione democratica per la questione curda''. ''Noi lottiamo per un Kurdistan autonomo - ha detto uno dei portavoce della Feyka, Faruk Doru - é in ballo la vita di 40 milioni di persone''. Ocalan fu rapito nel 1999 in Kenya da agenti turchi, con l'aiuto dei servizi segreti americani, dopo che il leader kurdo era stato espulso dall’Italia nonostante la mobilitazione di migliaia di persone che per giorni occuparono il centro di Roma in solidarietà con la richiesta di asilo politico poi negata. Trasferito in Turchia e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Imrali, è stato condannato a morte per ''separatismo'' nel giugno 1999, pena poi commutata nel 2002 in ergastolo dopo l'abolizione della pena capitale in Turchia. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha raccomandato, nel 2005, lo svolgimento di un nuovo processo, che riveda quello giudicato ''non equo'' del 1999. ''Le sue condizioni di detenzione sono penose - ha detto Veli Tekiner, del comitato di sostegno ad Ocalan - il governo turco vuol far credere che siano migliorate soltanto per far piacere all'Europa''.

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 http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=3449&Itemid=9

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